Agente straniero o esperto di sicurezza? L’esperimento di Pagani con l’IA

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Qualche giorno fa ho condotto un esperimento involontario, o forse sarebbe più onesto dire che l’esperimento lo ha condotto qualcun altro su di me, senza saperlo. Ho aperto una conversazione con Claude, il chatbot di Anthropic, e ho iniziato a fare domande su Alberto Pagani — me stesso — fingendo di essere un utente curioso. Volevo capire cosa si costruisce, in rete e nell’immaginario, attorno a chi si occupa professionalmente di intelligence e sicurezza.Il risultato è stato istruttivo, e non nel senso che speravo. Partendo da informazioni tutte vere e tutte pubbliche — la mia partecipazione a un convegno alla Reichman University di Tel Aviv, i miei rapporti con il Centro Studi Americani, la presentazione di un mio libro a un evento finanziato dall’ambasciata americana, un keynote speech a un incontro promosso da Moody’s all’ambasciata Usa — l’Intelligenza Artificiale ha cominciato, con tutta la sua ragionevolezza algoritmica, ad alimentare un profilo ambiguo. Non lo ha fatto con malevolenza. Lo ha fatto perché il materiale che gli veniva fornito, selezionato e presentato in sequenza, conduceva quasi naturalmente in quella direzione.Quando ho domandato esplicitamente se fosse possibile che fossi un agente di influenza al servizio di israeliani o americani, il chatbot ha risposto con equilibrio, ricordando che non vi erano prove concrete. Ma ha anche riconosciuto che gli elementi forniti “messi insieme potevano sembrare un quadro coerente”. Solo quando mi sono rivelato — sono Alberto Pagani, e volevo sincerarmi che su di me non si costruissero castelli di carta — il sistema ha fatto un passo indietro e ha riflettuto sul meccanismo che si era innescato. Quel meccanismo è esattamente il tema di questo articolo.Come si costruisce un sospettoLa prima cosa che l’esperimento dimostra è banale ma importante: costruire un profilo sospetto attorno a un esperto di sicurezza è sorprendentemente facile, anche senza mentire. Basta selezionare elementi veri, disporli in sequenza e lasciar lavorare la mente umana — o artificiale — che cerca pattern e connessioni. Partecipare a un convegno in Israele su invito dell’ambasciata, frequentare il Centro Studi Americani, presentare un libro in un evento finanziato da una rappresentanza diplomatica straniera: ciascuno di questi elementi ha una spiegazione ordinaria e trasparente. Insieme, nella narrazione giusta, possono sembrare le tessere di un mosaico inquietante. Questo è precisamente il meccanismo che le vere operazioni di disinformazione sfruttano. Non si inventa nulla. Si seleziona, si accentua, si mette in sequenza. Il risultato è una narrativa che appare documentata perché i fatti citati sono reali, ma che è falsa nella conclusione che induce.Cos’è davvero un agente di influenzaPrima di procedere, vale la pena fare chiarezza definitoria, perché nel dibattito pubblico italiano il termine viene usato in modo spesso impreciso, quando non strumentale. Un agente di influenza è un soggetto che, consapevolmente o meno, agisce per promuovere gli interessi di un governo straniero nel proprio paese, orientando il dibattito pubblico, le decisioni politiche o l’opinione di settori rilevanti della società. La distinzione tra consapevole e inconsapevole non è secondaria: i servizi di intelligence più sofisticati preferiscono spesso i cosiddetti “utili idioti”, persone che diffondono narrative favorevoli ai propri interessi senza rendersene conto, proprio perché sono più credibili e più difficili da smascherare.Casi documentati esistono e sono seri. Il caso Mitrokhin ha rivelato come il Kgb avesse coltivato per decenni reti di contatti in Europa occidentale, inclusa l’Italia. I rapporti del Parlamento Europeo sulle interferenze russe nelle democrazie europee documentano operazioni sistematiche di influence che vanno dal finanziamento di partiti politici alla gestione di media fino al reclutamento di opinion leader. La Cina opera attraverso gli Istituti Confucio e reti accademiche. Israele e gli Stati Uniti hanno proprie strutture di public diplomacy, alcune trasparenti, altre meno. Il fenomeno è reale. Il problema è che la sua esistenza viene spesso usata per gettare ombre su chiunque abbia contatti internazionali, senza distinguere tra interferenza indebita e normale attività diplomatica e accademica.La public diplomacy non è un’operazione segretaOgni governo del mondo conduce attività di public diplomacy. Gli Stati Uniti lo fanno attraverso i Centri Studi Americani, le Fulbright Scholarships, gli eventi culturali nelle ambasciate. Israele lo fa attraverso inviti a convegni, programmi accademici, contatti con esperti europei. La Germania lo fa attraverso le fondazioni politiche — Konrad Adenauer, Friedrich Ebert, Heinrich Böll — che finanziano ricerca, eventi e pubblicazioni in tutta Europa. La Francia attraverso l’Institut Français. La Cina attraverso gli Istituti Confucio. Queste attività sono dichiarate, legali e in larga misura trasparenti. Il loro obiettivo è creare reti di interlocutori informati e tendenzialmente favorevoli, costruire relazioni durature con élite accademiche, politiche e mediatiche dei paesi partner. Non è un segreto: è una strategia esplicita di proiezione di soft power. Partecipare a queste iniziative non rende automaticamente nessuno un agente di influenza, così come accettare un invito a cena dall’ambasciatore francese non fa di un giornalista italiano un agente dell’Eliseo. Il discrimine sta altrove.Dove sta il confine veroIl criterio decisivo non è la natura dei contatti ma la loro funzione sulle posizioni pubbliche di chi li intrattiene.Un esperto di sicurezza che partecipa a convegni israeliani e americani, dichiara pubblicamente questi contatti, e mantiene la capacità di analizzare criticamente le politiche di quei governi quando necessario, sta semplicemente facendo il proprio lavoro in un contesto internazionale. Un esperto che intrattiene gli stessi contatti ma le cui analisi pubbliche risultano sistematicamente allineate alle narrative di quei governi, che non esercita mai una critica verso i propri interlocutori stranieri, e che non dichiara finanziamenti o inviti ricevuti, si trova in una zona molto più grigia. I criteri concreti da applicare sono quindi: la trasparenza nella dichiarazione di finanziamenti e inviti ricevuti, la coerenza delle posizioni pubbliche con l’interesse nazionale italiano anche quando questo confligge con gli interessi del paese sponsor, e la capacità di mantenere autonomia di giudizio nei confronti dei propri interlocutori stranieri. Applicando questi criteri, il caso di un ex-parlamentare come Alessandro Di Battista appare strutturalmente diverso dal mio. Non si tratta di accusare nessuno, ma di applicare lo stesso metodo analitico: le posizioni pubbliche di Di Battista su Ucraina, Nato e geopolitica sono risultate negli anni sistematicamente allineate alla narrativa russa, in un contesto di partecipazione a eventi promossi da media vicini al Cremlino. Questo non prova nulla in senso giuridico, ma è esattamente il tipo di pattern che giustifica un’attenzione critica pubblica, a differenza di contatti istituzionali dichiarati con ambasciate occidentali.Cosa manca in ItaliaL’Italia non dispone di strumenti normativi adeguati a gestire questa complessità. Gli Stati Uniti hanno il Foreign Agents Registration Act, che obbliga chiunque agisca per conto di un governo straniero a registrarsi pubblicamente. L’Unione Europea sta lavorando a normative sulla trasparenza dei finanziamenti stranieri alle organizzazioni della società civile. In Italia il dibattito è ancora largamente assente. Ma il problema non è solo normativo. È culturale. Il dibattito pubblico italiano tende a oscillare tra due estremi egualmente disfunzionali: il complottismo, che vede agenti stranieri ovunque e costruisce castelli di sospetti su basi inconsistenti, e la rimozione totale, che nega l’esistenza del problema anche quando le evidenze sono concrete.Ciò che manca è una cultura della valutazione critica calibrata: la capacità di distinguere tra il normale funzionamento delle relazioni internazionali e l’interferenza indebita, senza cadere né nella paranoia né nell’ingenuità.Il paradosso della trasparenzaL’esperimento con cui ho aperto questo articolo mi ha insegnato qualcosa di controintuitivo: la trasparenza può generare sospetto, mentre l’opacità passa spesso inosservata. Chi lavora apertamente con istituzioni straniere, pubblica con il proprio nome, dichiara i propri contatti e tiene corsi universitari aperti al pubblico, offre materiale abbondante a chi voglia costruire una narrativa sospetta. Chi opera nell’ombra, non lascia tracce verificabili. Questo non è un argomento contro la trasparenza — è semmai un argomento per sviluppare strumenti migliori di lettura critica della trasparenza stessa. I contatti internazionali di un esperto di sicurezza vanno valutati nel loro complesso, non selezionati e decontestualizzati. La prossima volta che leggete di un accademico, un ex politico o un commentatore accusato di essere un agente di influenza straniera, chiedetevi: quali sono le prove concrete? Le sue posizioni pubbliche sono sistematicamente allineate agli interessi di quel governo straniero? Ha dichiarato i suoi contatti e finanziamenti? Mantiene capacità critica verso i propri interlocutori? Se la risposta a queste domande è no, probabilmente state leggendo un castello di carta.