Piano Mattei. La scommessa vinta tra geopolitica, pragmatismo e politica. La lettura di Fracchiolla

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Il Piano Mattei si ispira alla figura di Enrico Mattei, un grande italiano, eroe nazionale indiscusso, partigiano bianco, capitano d’impresa che ha contribuito al successo della formula politica di governo del centro-sinistra e al Miracolo economico, con la sua azione nell’Eni.Il Piano consente all’Italia il recupero di una posizione di centralità geopolitica nel Mediterraneo Allargato e con l’Africa, proponendosi di alimentare l’azione strategica dell’Eni che, sotto la guida di Descalzi, continua l’opera del suo fondatore, promuovendo nel mondo l’interesse nazionale italiano. Al Summit di Addis Abeba Italia-Africa del 13 febbraio, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tracciato un bilancio molto positivo sull’avanzamento dei lavori all’inizio del terzo anno di attività.Il giudizio è condivisibile soprattutto per quanto riguarda il funzionamento dell’approccio pragmatico che privilegia i progetti concreti rispetto all’intelaiatura istituzionale, con un’unica unità gestionale, la Struttura di Missione e la cabina di Regia direttamente a Palazzo Chigi, oltre alla capacità di attuazione dei progetti approvati.Inoltre, i soggetti proponenti e i progetti sono aumentati velocemente, con il coinvolgimento internazionale della African Development Bank, della Banca Mondiale, dell’United Nations Development Programme e dell’Ue, con il Global Gateway. L’idea di internazionalizzare ed europeizzare il Piano, perseguita già nel 2025, nasce dalla necessità di reperire fondamentali risorse economico finanziarie, necessarie per la vastità e profondità degli obiettivi perseguiti. Inoltre, la concorrenza crescente di piani alternativi di sviluppo di altri attori internazionali rende significativo il partenariato europeo e internazionale. A partire dalle nuove vie della Seta della Cina, continuando con la crescente presenza della Russia nel Sahel e per finire con l’insistente intraprendenza della Turchia, gli interessi contrapposti nell’area di azione del Piano sono ostacoli strategici che richiedono adeguate partnership internazionali.Per quanto riguarda le ricadute interne, Giorgia Meloni, nel corso dell’intervento, così come nella Conferenza di fine anno, ha evidenziato il linkage tra il Piano e la rimozione delle cause dell’immigrazione irregolare, quindi ha aggiunto l’obiettivo della diversificazione delle fonti energetiche di approvvigionamento, con potenziali enormi ricadute dirette sull’economia italiana e sul Mezzogiorno.Partendo dal tema caldo dell’immigrazione, l’obiezione avanzata da alcuni centri di ricerca parte da analisi di tipo economico – contabile sulla velocità di sviluppo dei paesi africani.Si considera che per ridurre il divario economico tra l’Italia e i 14 paesi destinatari del Piano ed eliminare quindi l’incentivo a partire, occorrerebbero 63 anni: il tempo necessarioper portare il reddito pro capite di quei paesi, a parità di potere d’acquisto, alla metà di quello italiano, con una crescita media del 3% annuo dei 14 paesi contro una media italiana dell’1%. Il ragionamento non è condivisibile, perché minimizza come eventuale e improbabile l’impatto della variabile politica, di possibili e auspicabili accordi con i governi dei paesi interessati alle partenze e ai transiti, per un controllo molto più stringente delle frontiere, il rispetto dei diritti umani e lo stato di diritto, condizionandoli alla perdita degli aiuti e degli investimenti.Passando alla diversificazione delle fonti energetiche di approvvigionamento e alle potenziali ricadute sull’economia italiana e sul Mezzogiorno, l‘obbiettivo della crescita, centrale per il governo nel 2026, passa sicuramente attraverso la buona riuscita del Piano, che può rispondere agli aumentati costi dell’energia per le aziende.Dai tempi di Enrico Mattei, lo sviluppo del settore energetico è il presupposto per la crescita della produttività, la principale criticità dell’economia italiana. Gli investimenti previsti sono vettori di commesse e spinte all’internazionalizzazione per le Pmi italiane, con prospettive di penetrazione nei mercati africani con grandi margini di crescita. La vicinanza geografica, il naturale ponte geopolitico che il Mezzogiorno rappresenta per l’Africa verso l’Europa e la mediazione che il Sud Italia può esercitare per cultura, relazioni e storia dovrebbero essere valorizzati, con relazioni economiche più strette. La previsione di un piano di sviluppo e misure di vantaggio per le aziende che operano nel Sud Italia, della stessa natura della Zes unica, direttamente collegate al Piano, sarebbero incentivi funzionali allo sviluppo del Mezzogiorno. In aggiunta, come per il difficile negoziato dell’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur concluso di recente, è essenziale prevedere clausole di salvaguardia contro la concorrenza priva di regole dei paesi africani, a partire dalla protezione del comparto agricolo-alimentare.Il riferimento alla dottrina del libero mercato, ispirato ad un conservatorismo riformista di stampo reganiano e thatcheriano, temperato da un principio di equità, trova il punto di caduta nell’assenza di preclusioni ideologiche verso misure finalizzate a mantenere un’uguaglianza concorrenziale, senza discriminazioni verso le produzioni interne, per la presenza di regolamentazioni più stringenti. Infine, deve sottolinearsi il contributo alla costruzione di una linea di politica estera bipartisan, espressione di un interesse nazionale condiviso, di forze politiche che si dividono sulle ricette ma condividono gli obiettivi di fondo. Non è un caso che le critiche aspre delle opposizioni al Piano si sono indirizzate nel corso degli anni alla scarsità di risorse, alla reale consistenza del progetto e a proposte per migliorarlo, ma non hanno mai riguardato il merito dell’iniziativa.