Gaza. Netanyahu: cronache di ingiustizia internazionale

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di Yari Lepre Marrani –Negli ultimi due mesi, il conflitto israelo-palestinese e la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza hanno continuato a suscitare profonde critiche internazionali, proprio mentre l’azione politica e militare del governo guidato da Benjamin Netanyahu appariva immutata e sempre più sotto scrutinio per responsabilità politiche, strategiche e potenziali violazioni del diritto internazionale.La giustapposizione tra gestione militare e assenza di progressi politici concreti è diventata sempre più evidente: nonostante sia trascorso tempo dall’inizio del conflitto con l’offensiva di Hamas del 7 ottobre 2023, la risposta di Israele sotto la guida di Netanyahu ha continuato a privilegiare l’uso della forza e blocchi sul territorio, con conseguenze devastanti per la popolazione civile. La situazione a Gaza ha visto ancora riduzioni di vittime rispetto ai picchi precedenti, ma il bilancio resta tragico: secondo le istituzioni umanitarie, in meno di quattro mesi fino a inizio febbraio 2026 oltre 500 palestinesi sono stati uccisi solo nella Striscia, tra bombardamenti, fame, mancanza di medicine e condizioni igieniche drammatiche.Responsabilità politiche e strategiche di Netanyahu.A livello politico e strategico le scelte di Netanyahu sono state duramente criticate da osservatori internazionali, attivisti e diversi Stati per la persistente insistenza su una strategia militare generalizzata, anziché per una soluzione negoziata duratura. La continuazione delle operazioni militari a Gaza, il blocco degli aiuti umanitari e la mancata adozione di misure reali per garantire la protezione dei civili sono stati descritti come indicatori di una politica aggressiva e priva di giusta proporzione, secondo numerosi gruppi per i diritti umani e analisti di politica internazionale.Questa linea strategica resa possibile anche grazie al sostegno diplomatico e militare di alleati chiave, è vista come una scelta deliberata di Netanyahu per mantenere una posizione di forza, ma al tempo stesso ha aggravato la crisi umanitaria, esponendo la leadership israeliana, e in particolare l’uomo che detiene la carica di primo ministro, a critiche politiche globali sempre più forti.Sul fronte del diritto internazionale la figura di Netanyahu è già oggetto di contenziosi estremamente seri: la Corte penale Internazionale ha emesso nel novembre 2024 mandati di arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a suo carico e a quello dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per l’uso della fame come metodo di guerra nella Striscia di Gaza. Tali accuse sono legate alla decisione di Israele di limitare l’ingresso di beni essenziali e di mantenere condizioni che avrebbero esposto deliberatamente i civili palestinesi a sofferenze estreme, un’accusa che il governo israeliano respinge, sostenendo che le sue operazioni sono legittime atti di autodifesa.Il fatto che nei mesi recenti Netanyahu abbia potuto transitare nei cieli europei mentre il mandato era attivo, ha generato un’ulteriore ondata di critiche, con esperti di diritto internazionale che hanno definito tale condotta un possibile segno di impunità politica e debolezza dell’ordine giuridico internazionale.La posizione della relatrice ONU Francesca Albanese.In questo quadro la figura della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei “Territori palestinesi occupati”, Francesca Albanese, è al centro di un dibattito controverso. Albanese ha continuato a denunciare quello che definisce un uso sproporzionato della forza da parte di Israele e una persistente violazione dei diritti umani dei palestinesi, mettendo in evidenza il ruolo delle restrizioni imposte da Israele sullo spazio umanitario e la vita quotidiana a Gaza.La relatrice ha più volte accusato Stati europei di aver violato il proprio obbligo di cooperare con la Corte penale internazionale consentendo il transito del primo ministro Netanyahu attraverso i loro spazi aerei, mentre era ricercato per mandato di arresto internazionale. Questo ha fortemente aggravato la percezione di una doppia morale nel rispetto del diritto internazionale e ha sollevato accuse dirette contro governi come quelli di Italia, Francia e Grecia.Albanese ha definito tali azioni come parte di un quadro più ampio di impunità per violazioni gravi, arrivando a chiedere la sospensione di tutti i rapporti economici e militari con Israele, sostenendo che senza tale misura lo Stato e i suoi sostenitori continuano a perpetrarne le violazioni con complicità internazionale.La sua posizione, tuttavia, ha suscitato una forte reazione politica in vari Paesi occidentali: recentemente la Francia ha annunciato l’intenzione di chiedere formalmente le dimissioni di Albanese, definendo le sue affermazioni “oltraggiose e irresponsabili”.Negli ultimi mesi Albanese è stata anche oggetto di sanzioni da parte dell’amministrazione statunitense, che ha etichettato le sue azioni come indebite interferenze volte a indurre l’ICC a perseguire cittadini americani e israeliani, con limitazioni sugli assetti finanziari e lo scenario lavorativo.Alla luce dei fatti degli ultimi due mesi, le critiche politiche e strategiche contro Netanyahu si intrecciano con questioni di diritto internazionale che vanno al di là della semplice controversia diplomatica, sollevando interrogativi cruciali sulla responsabilità pubblica dei leader politici. La sua scelta di mantenere saldamente una strategia militare pesante, a fronte di accuse di gravi violazioni dei diritti umani, ha alimentato una condanna crescente nella comunità internazionale, con esponenti come Francesca Albanese che sottolineano l’urgenza di un meccanismo di responsabilità effettivo. L’Albanese tende ad essere aspra e saccente nell’estrinsecarsi del suo ruolo: tale condotta comportamentale le procura profonde antipatie nel mondo politico. Ma un carattere ruvido, superbo nell’espressione delle proprie affermazioni non esclude la punta di verità concreta insita in esse, che non possono essere censurate solo perché chi le ha pronunciate è caratterialmente “sgradevole”.In questo scenario la discussione globale sulla leadership di Netanyahu è diventata parte di un confronto ancora più ampio sul rispetto delle norme internazionali, sul valore della protezione dei civili e sulla capacità delle istituzioni giuridiche di mitigare abusi di potere in conflitti prolungati. L’assenza di progressi politici reali verso una soluzione duratura per i palestinesi e i gazawi ha reso ancora più acuta la critica, facendo emergere una frattura significativa tra responsabilità legale, etica e politica nel contesto della più lunga crisi contemporanea del Medio Oriente.