La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”, segna una svolta nella guerra contro il narcotraffico in Messico, ma non è affatto detto che rappresenti una vittoria tout court. Le forze di sicurezza messicane lo hanno abbattuto domenica al termine di un’operazione costruita sull’intelligence statunitense, in un contesto di pressione crescente da parte dell’amministrazione Trump.Immediatamente Guadalajara, terza città del Paese e cuore simbolico del potere del Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), è precipitata nel caos. Uomini armati hanno incendiato negozi, attaccato banche, bloccato strade e paralizzato intere aree urbane e turistiche. La violenza si è estesa rapidamente ad altri Stati, in una dimostrazione di forza che aveva un obiettivo preciso: riaffermare il controllo territoriale e comunicare che l’organizzazione non è crollata con la caduta del suo leader. Il bilancio è stato pesante con almeno 25 membri della Guardia Nacional, un agente penitenziario e un ufficiale della Fiscalía General del Estado uccisi negli scontri, insieme a circa trenta presunti membri del cartello, secondo quanto dichiarato dal segretario alla Sicurezza e Protezione Cittadina, Omar García Harfuch.Ed è qui che emerge la prima grande domanda. La morte di El Mencho distruggerà davvero l’organizzazione che lui stesso ha costruito e trasformato in una delle reti criminali più potenti del pianeta? Il CJNG non è un cartello tradizionale bensì una struttura flessibile, capace di adattarsi, che traffica cocaina, metanfetamine, fentanil e altre droghe verso gli Stati Uniti, ma anche verso Europa e Asia, integrandosi nelle dinamiche della globalizzazione criminale. Sotto la guida di Oseguera, nato il 17 luglio 1966 in un contesto rurale nello stato di Michoacán, con una giovinezza segnata dall’emigrazione negli Stati Uniti e da precedenti penali, l’organizzazione ha sviluppato una strategia aggressiva di espansione territoriale e diversificazione economica, combinando narcotraffico, estorsione, controllo delle comunità e penetrazione nelle economie legali.Il Cartello Jalisco Nueva Generación è emerso sulla scena nazionale in un contesto di forte conflitto interno tra gruppi criminali, consolidandosi tra il 2007 e il 2011. La sua affermazione è stata segnata da un’escalation di violenza, tra cui l’uccisione di diversi membri del Cartello di Sinaloa, che ha sancito l’inizio di una rivalità destinata a ridefinire gli equilibri del narcotraffico messicano. Nel corso degli ultimi anni il CJNG si è imposto come una delle organizzazioni più dinamiche e brutali, capace di espandersi rapidamente in numerosi Stati non solo con la violenza, ma con la capacità di costruire reti politiche, finanziarie e istituzionali. Reti che hanno permesso a El Mencho di sfuggire sistematicamente alle operazioni di cattura, non solo per abilità personale, ma per l’esistenza di connivenze, infiltrazioni e protezioni che giornalisti d’inchiesta e magistrati hanno documentato nel tempo.In Messico, fare informazione su questi temi significa lavorare in uno dei contesti più pericolosi al mondo e molti reporter hanno pagato con la vita il tentativo di rivelare le relazioni tra narcotraffico, forze di sicurezza e poteri locali: un nodo irrisolto del cosiddetto “Sistema Messico”, un equilibrio instabile tra criminalità organizzata, economia e istituzioni.La seconda grande domanda riguarda la capacità dello Stato di sostenere un conflitto su più fronti. Il governo messicano non combatte soltanto il CJNG, ma è impegnato in una guerra altrettanto sanguinosa contro il Cartello di Sinaloa, storico rivale del gruppo di Jalisco. Questo doppio confronto rischia di frammentare le risorse, aumentare la violenza e destabilizzare intere regioni. Ogni colpo inferto a una organizzazione può rafforzarne un’altra, o generare nuove alleanze e nuove scissioni. La storia recente del Messico mostra che la strategia della “decapitazione” dei leader criminali spesso produce un effetto perverso: maggiore competizione, maggiore brutalità, maggiore instabilità.In questo scenario, il fattore internazionale è determinante e la pressione degli Stati Uniti è stata decisiva nell’accelerare l’operazione contro Oseguera. L’amministrazione Trump ha autorizzato un salto di qualità nelle strategie antidroga, aprendo alla possibilità di operazioni militari Usa dirette contro i cartelli e rafforzando la cooperazione di intelligence. Questo ha segnato una nuova fase nella securitizzazione della politica regionale e ha sollevato interrogativi sulla sovranità messicana.Per la presidente Claudia Sheinbaum, critica verso Trump, la questione sicurezza ha anche una dimensione simbolica e politica. Il Messico ospiterà infatti, insieme a Stati Uniti e Canada, i Mondiali del 2026, perciò garantire stabilità, sicurezza e controllo territoriale è diventato un obiettivo strategico non solo per l’immagine internazionale del Paese, ma anche per attrarre investimenti e rafforzare la legittimità dello Stato. La morte di El Mencho invia un segnale verso Washington, verso i mercati, verso la Fifa, ma il rischio è che resti un gesto spettacolare se non sarà accompagnato da riforme profonde delle istituzioni, della giustizia e delle politiche sociali.Il narcotraffico contemporaneo non è un nemico che si abbatte a colpi di pistola, perché la vera sfida non è solo militare, ma politica e sociale. Rompere i legami tra criminalità, economia e istituzioni, costruire alternative nei territori, rafforzare lo Stato di diritto. E così mentre il CJNG dimostra di poter reagire e riorganizzarsi, la terza domanda, quella più importante, resta sospesa: il punto non è se il CJNG sopravviverà alla morte del suo leader, ma se il Messico riuscirà a sopravvivere al narcotraffico.L'articolo El Mencho è morto, il narcotraffico no: per il Messico si tratta di una sfida soprattutto politica e sociale proviene da Il Fatto Quotidiano.