Chissà se c’entra la frustrazione per il recente invito, piuttosto caldo, del Fondo monetario internazionale, affinché la Cina ponga fine ai suoi sussidi all’economia, così tossici per il mondo intero. O magari il fatto che il Giappone sta prendendo progressivamente coscienza del fatto che la quarta potenza industriale del mondo non può continuare a dipendere dal grande mercato dei minerali critici che, ancora oggi, risponde al nome di Pechino. Fatto sta che tra Cina e Sol Levante, oggi guidato da Sanae Takaichi, prima donna premier nella storia del Paese, è tempo di regolare i conti.Il ministero del Commercio cinese ha, proprio in queste ore, inserito 20 entità giapponesi, tra cui Subaru Corporation e Mitsubishi, in una black list dopo che le stesse autorità del Dragone hanno dichiarato di non essere in grado di verificare gli utenti finali e gli usi finali dei beni dual-use esportati. Pechino ha citato preoccupazioni di sicurezza nazionale relative ai loro legami militari e ciò significa che nessun esportatore nipponico potrà fornire prodotti a duplice uso (beni con applicazioni sia civili che militari), alle aziende cinesi e vieta inoltre alle entità straniere di fornire alle aziende prodotti a duplice uso provenienti dalla Cina. La notizia ha, inevitabilmente, innescato una svendita nei settori della difesa e dei macchinari pesanti di Tokyo, con le azioni Mitsubishi Heavy che hanno invertito i guadagni, scendendo fino al 3,6%, mentre Kawasaki Heavy e IHI Corp, altri due colossi nipponici cella difesa e dell’auto hanno esteso le perdite, scendendo di oltre il 5%.“Lo scopo di queste misure è quello di scoraggiare la rimilitarizzazione del Giappone e le sue ambizioni nucleari. Queste azioni sono del tutto giustificate, ragionevoli e legali”, ha affermato il ministero del Commercio in una dichiarazione. L’elenco dei prodotti a duplice uso sottoposti a controllo delle esportazioni da parte del governo cinese comprende oltre 800 articoli, che spaziano dalle terre rare, ai prodotti chimici, all’elettronica e ai sensori, fino alle attrezzature e alle tecnologie utilizzate nei settori della navigazione e dell’aerospaziale. Mitsubishi Heavy è uno dei maggiori produttori di macchinari del Giappone, con una gamma di prodotti che spazia dalle attrezzature per aeromobili, ai motori, alle centrali elettriche e ai sistemi marittimi. L’azienda sta inoltre portando avanti lo sviluppo della tecnologia nucleare di prossima generazione.E pensare che uno strappo industriale tra Cina e Giappone si era già consumato pochi mesi fa e sempre con Mitsubishi protagonista. Quella volta però c’erano di mezzo le auto e la concorrenza, tanto spietata quanto sleale, di Byd. Dopo trent’anni di presenza ininterrotta, Mitsubishi Motors la scorsa estate ha deciso di chiudere definitivamente il capitolo cinese della sua storia. Un addio che ha segnato non solo la fine di un ciclo industriale, ma anche una sconfitta simbolica per un costruttore giapponese che, un tempo, credeva di poter dire la sua nel mercato più competitivo al mondo.Poi c’è il capitolo terre rare a completare il puzzle della discordia. Il Giappone, nelle settimane della messa al bando in Cina della tecnologia applicata alla difesa made in Japan sta intraprendendo uno sforzo ambizioso per recuperare elementi di terre rare dal fondo dell’oceano, cercando così di allentare la presa della Cina sui metalli vitali per missili, sistemi radar e droni. Una spedizione sostenuta dallo Stato giapponese ha annunciato questo mese di aver recuperato con successo fango ricco di terre rare da un remoto fondale del Pacifico a 6 mila metri di profondità. E forse anche questo al Dragone non piace.