Da un racconto apocrifo di Dino Buzzati. Quella mattina mi ero svegliato con una frase in capo, venuta chissà da dove. Questa: “La standardizzazione del ferro”. Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti scorrendo in distrazione i titoli di qualche giornale. Cosa diavolo era la standardizzazione del ferro? Continuai a chiedermelo lungo tutto il tragitto verso il Bar del Commercio. M’irritava ignorare il senso di quella locuzione, e ancor di più il fatto che non riuscissi a togliermela dal cervello, dove si era ficcata durante la notte, quando le scolte dell’intelletto non vigilano alle porte. Cercai una distrazione nelle cento immagini che le strade operose di una metropoli offrono ai passanti, ma neppure le creature fascinose che incrociavo bastavano a consolarmi. E credo che, messo com’ero, se la più bella di loro m’avesse fermato e tratto a sé offrendomi la bocca, su quelle labbra avrei languidamente mormorato solo quattro parole: “La standardizzazione del ferro”.In queste condizioni pietose giunsi alla meta. Non c’era molta gente.Mi incuriosì, in piedi presso un estremo del bancone, una signora formosa e agée che esibiva un cappello prodigiosamente ampio. Mi sedetti e ordinai cappuccino e cornetto al vecchio cameriere. “E quest’altro è con lei?” mi domandò, additando alla mia sinistra. Stupefatto mi voltai, ma al mio fianco, dove egli additava, non c’era nessuno. Tornai a guardare il cameriere, che sopra la fonte ossuta ergeva una chioma candidissima. Al mio sguardo interrogativo, ripeté: “Il signore è con lei?” Mi sentii a disagio e provai pena per un uomo a cui la vecchiaia stava evidentemente giocando brutti scherzi. Ma ad un tratto pensai di essere ammattito io, perché alla mia sinistra, dove avevo visto che non c’era nessuno, una voce disse: “Diglielo dunque, chi sono”. Stavo per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce. Esclamai: “Tu!” Era il mio angelo custode. Ci sono in confidenza, e spesso abbiamo lunghi colloqui. “Come fa il cameriere a vederti?” gli domandai. “Succede, quando sei ormai più di là che di qua”, mi spiegò l’angelo. “Sì, è con me. Prende un ponce”, dissi dunque al cameriere per congedarlo. “Se mi rendessi visibile a te” mormorò a quel punto l’angelo, rispondendo alla domanda che stavo per fargli “tu diventeresti invisibile a tutti. Non avresti la forza né di muoverti né di parlare. Saresti come una porzione cosciente e inattiva del nulla”. “Avrei piacere di vederti”. “D’accordo. Come vuoi”. “Un momento: non avrai mica una forma spaventosa?” “Non ho nessuna forma. Dovrò prenderne una qualunque”. Restai in attesa, guardandomi in giro.D’un tratto mi sentii illanguidire come avviene per una lunga inedia, gli occhi mi si annebbiarono, per un istante mi parve che mi mancasse ogni appoggio intorno, come al punto di precipitare nel vuoto. Quando mi fui ripreso, vidi che la signora formosa sorrideva con ritrovata giovinezza. Mentre mi domandavo cosa avesse potuto restaurarla così, mi venne fatto di guardare il luogo dove si trovava poc’anzi, all’estremo del bancone: c’era la signora agée, ma era diventata trasparente. Il mio stupore durò solo un istante: capii subito che la signorina prosperosa, miracolosamente ringiovanita, era il mio angelo.Quattro vitelloni, fatti tutti alla stessa maniera come fossero stati colati in serie da uno stampo (alti e stretti, con un feltro duro, spinto indietro sull’occipite, e cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena con una larga martingala, compiuti in alto da folti baveri di pelo nero), le stavano dando da dire. Il pretesto era stato un suo spavento, improvviso e simpatico, a uno sbuffo di vapore della macchina lucidissima che sul banco di marmo spremeva dalle viscere metalliche nere spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul mondo. Giovanotti che vivono come bruti, correndo alla soddisfazione momentanea degli appetiti più bassi, senza alcuna ansia di lasciare ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo.Ma al mio angelo le loro attenzioni dovettero sembrare piacevoli, perché se ne andò con loro, lasciandomi qui. Lo attendo diafano da più di un anno, e con me la signora. Quando torna ci sente.L'articolo Una signora formosa, me e il mio angelo custode proviene da Il Fatto Quotidiano.