di Shorsh Surme – Nella teoria del geografo e filosofo tedesco Friedrich Ratzel, lo Stato è concepito come un organismo vivente che cresce, respira e si espande all’interno di uno spazio vitale necessario alla sua sopravvivenza. Tuttavia, proprio questa spinta può indurre alcuni regimi a perseguire obiettivi espansionistici sproporzionati, a intraprendere avventure geopolitiche sconsiderate o a prendere decisioni fatali senza possedere le capacità necessarie per sostenerle. Errori di valutazione delle proprie forze o di quelle dei rivali possono condurre rapidamente al collasso o al suicidio politico.Sebbene gli Stati cerchino legittimamente di rafforzare la propria posizione e di tutelare gli interessi vitali, ciò non giustifica l’arroganza. La saggezza richiede un’analisi lucida della realtà, la conoscenza della storia e della geografia e la capacità di non sottovalutare gli equilibri regionali. Significa riconoscere la propria reale dimensione e valutare con precisione gli elementi del proprio potere, economico, militare, sociale e geografico, agendo entro limiti di sicurezza ben definiti. In altre parole, occorre trovare un equilibrio tra l’impiego delle risorse disponibili e il rischio di oltrepassare linee rosse che potrebbero condurre all’autodistruzione o esporre la popolazione a rovina e devastazione.Gli eventi degli ultimi anni mostrano come l’ambizione sia diventata, per molti attori, la forza dominante a scapito di ogni prudenza. Spinti da un eccesso di fiducia, alcuni piccoli Stati hanno tentato di imitare modelli di potenza aggressiva, contribuendo a destabilizzare le rispettive regioni. Altri hanno cercato di imporsi come potenze centrali o medie, tentando di espandere la propria influenza ben oltre il proprio vicinato strategico. Altri ancora aspirano alla leadership regionale, cercando di estendere la propria egemonia a spese degli Stati più deboli. Persino le superpotenze non sono immuni da simili errori.L’arroganza ha portato alcune di esse a credere di poter agire senza limiti, imponendo la propria volontà e ignorando norme, trattati e regole dell’ordine internazionale. Questa convinzione, secondo cui i forti possono fare ciò che vogliono mentre i deboli devono subire, ha creato un divario morale, ancor prima che giuridico, minando le basi stesse del sistema internazionale.La storia offre numerosi insegnamenti sui limiti del potere. Pur essendo un elemento centrale nelle relazioni internazionali, il potere non è l’unico fattore determinante, né sempre il più influente. Una pace fondata esclusivamente sulla forza è fragile e destinata a durare poco. Per essere efficace, il potere deve essere complesso, armonico e impiegato con intelligenza, integrando strumenti di hard power e soft power.Una lezione evidente sull’illusione del potere emerge dalle tensioni contemporanee tra Stati Uniti, Israele e Iran. Gli Stati Uniti, superpotenza globale, hanno consentito a uno Stato più piccolo, Israele, di influenzare profondamente la propria strategia di sicurezza nazionale. Il presidente Trump, forte di precedenti esperienze considerate di successo, ha ritenuto che un confronto con l’Iran potesse rivelarsi rapido e gestibile, sottovalutando la complessità dello scenario e la resilienza dell’avversario. Ha confidato nella capacità di controllare le conseguenze del conflitto, nel sostegno degli alleati e nella gestione dell’opinione pubblica.Allo stesso modo, Israele, e forse altri attori regionali, ha privilegiato l’opzione militare, interpretando il possibile coinvolgimento degli Stati Uniti come un’opportunità strategica. Spinto da ambizioni regionali o dalla percezione di una minaccia esistenziale, ha ritenuto favorevole il momento per agire, convinto che l’Iran fosse indebolito e prossimo al collasso.Gli sviluppi hanno dimostrato quanto questo approccio sia rischioso e potenzialmente destabilizzante, non solo per l’equilibrio regionale ma anche per la sicurezza e la sostenibilità interna degli Stati coinvolti.L’Iran, dal canto suo, non ha scelto il conflitto ma si è trovato a reagire. Ha mostrato capacità di resistenza, mantenendo coesione interna e sfruttando leve strategiche come il controllo dello Stretto di Hormuz, elemento cruciale per gli equilibri energetici globali. Tuttavia, il costo del confronto resta elevato. L’ideologia può sostenere lo sforzo bellico e prolungare la resistenza, ma nel lungo periodo l’esito rimane incerto e potrebbe trasformarsi in un fattore di vulnerabilità, fino a sfociare nell’autodistruzione.