I sondaggi non sono oracoli. Negli Stati Uniti lo si ripete come un mantra, soprattutto dopo una stagione — da Hillary Clinton a Trump stesso — in cui le rilevazioni hanno più volte sottovalutato o frainteso l’elettorato reale. Eppure, quando una pluralità di indagini, con metodologie diverse, converge nella stessa direzione, diventa difficile liquidarle come rumore statistico. Oggi quei segnali puntano tutti verso un dato politico preciso: la popolarità di Donald Trump è in calo, e lo è in modo qualitativamente nuovo. Spulciano nei media americani si trovano diversi articoli che analizzano i “sentimenti” di chi lo ha votato. Il 16 % non rifarebbe – stando ai dati YouGov dell’Università del Massachusetts Amherst – e una media calcolata da Nate Silver (come riporta il Corriere della Sera ha mostrato recentemente un calo dell’inquilino della Casa Bianca sceso nei consensi molto al di sotto del 40%, con un indice di gradimento netto intorno a -17. Peggio di quanto fece Joe Biden dopo il confronto tra i candidati nel giugno del 2024.Non solo numeri: il problema della “tenuta” elettoraleIl punto più delicato emerso nelle ultime settimane non è semplicemente la discesa nei livelli di approvazione – pur significativa – ma l’erosione della fiducia tra i suoi stessi elettori. Secondo le rilevazioni analizzate da CNN e YouGov, si sta materializzando una figura che finora era rimasta teorica: l’elettore trumpiano pentito o quantomeno esitante. Nell’aprile 2025 circa il 74% di chi lo aveva votato si dichiarava pienamente convinto della propria scelta. Oggi quella quota è scesa attorno al 62%. Il dato, preso isolatamente, non appare devastante. Ma il suo significato politico cambia se si osserva ciò che cresce in parallelo: aumentano sensibilmente gli elettori che parlano di “preoccupazioni”, “sentimenti contrastanti” o addirittura rimpianto. In termini concreti, fino al 16% degli elettori di Trump oggi ammette che, potendo tornare indietro, voterebbe diversamente. È una crepa, non ancora una frattura. Ma nella politica americana contemporanea — iperpolarizzata e giocata su margini spesso minimi — anche pochi punti percentuali possono risultare decisivi.Il confronto implicito: maggiore solidità tra i democraticiIl dato diventa ancora più rilevante se confrontato con il campo avversario. Tra gli elettori democratici, il livello di ripensamento appare sensibilmente più contenuto. La fedeltà elettorale resta più compatta, nonostante un entusiasmo tutt’altro che travolgente. Qui emerge il primo vero elemento di confronto con Joe Biden. Durante la sua presidenza, Biden ha sofferto livelli di approvazione spesso modesti, ma raramente si è trovato di fronte a un fenomeno così evidente di ripensamento tra i propri elettori. Il suo consenso era fragile, ma relativamente più stabile nella sua composizione. Trump, al contrario, continua a mantenere uno zoccolo duro molto fedele — soprattutto nell’area MAGA — ma mostra segni di cedimento nelle fasce più mobili: giovani, indipendenti e minoranze.La guerra con l’Iran: un moltiplicatore di impopolaritàA incidere sul clima politico c’è l contesto internazionale. La gestione del conflitto con l’Iran si sta rivelando un fattore di erosione del consenso. I numeri sono netti: circa il 60% degli americani disapprova la linea del presidente, mentre solo il 30% la sostiene. Ancora più significativo è il dato sull’opinione pubblica rispetto alla guerra in sé: quasi sei americani su dieci si dichiarano contrari. Ma il vero segnale politico arriva dall’interno del Partito Repubblicano. Se l’elettorato MAGA resta in larga parte compatto nel sostegno, tra i repubblicani non-MAGA si registra un calo drastico dell’appoggio. In poche settimane, il sostegno alla guerra è sceso fino a livelli minoritari. Questa frattura interna è potenzialmente più pericolosa dell’opposizione democratica, perché mina la coesione della coalizione elettorale di Trump.L’economia resta decisiva (e penalizzante)Nonostante la centralità della politica estera, è l’economia a pesare di più. Storicamente, negli Stati Uniti, le elezioni si vincono o si perdono su inflazione, salari e costo della vita. E anche oggi la regola non cambia. I sondaggi mostrano che Trump tocca nuovi minimi proprio su questi temi. Il caro prezzi e il costo dell’energia rappresentano un punto debole evidente. La promessa – simbolicamente potente – di riportare la benzina sotto i due dollari al gallone appare lontana dalla realtà, con prezzi che in alcuni stati superano di gran lunga quella soglia. Questo scarto tra aspettative e realtà è politicamente corrosivo. Anche un eventuale successo militare o diplomatico rischierebbe di avere un impatto limitato sul consenso se non accompagnato da miglioramenti tangibili nella vita quotidiana degli elettori.I numeri complessivi: una presidenza in difficoltàLa fotografia aggregata dei sondaggi è coerente: il gradimento di Trump oscilla tra il 35% e il 40%, con punte leggermente più alte solo nei rilevamenti a lui più favorevoli. La disapprovazione si colloca stabilmente tra il 50% e il 60%. Il saldo netto resta negativo — attorno a -17 secondo alcune medie — e segnala una difficoltà strutturale più che contingente. Sono numeri che, in un anno elettorale, mettono a rischio la tenuta del Congresso, se si arrivasse con questi “sentimenti” alle elezioni di Midterm a novembre. I candidati repubblicani si trovano infatti in una posizione complessa: difendere il proprio leader senza esserne travolti dall’impopolarità.Ma i democratici non capitalizzanoEppure, fermarsi a questa analisi sarebbe fuorviante. Perché il vero elemento che definisce la fase politica americana è un altro: l’assenza di un’alternativa percepita come credibile e popolare. Il Partito Democratico registra livelli di consenso sorprendentemente bassi: tra il 30% e il 36% di giudizi favorevoli, con una maggioranza netta di opinioni negative. Si tratta di uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni. Dopo l’era Biden, il partito appare privo di una leadership forte e unificante. Anche all’interno della base democratica, l’entusiasmo è calato rispetto al passato. Questo crea una situazione paradossale: Trump perde consenso, ma i democratici non guadagnano terreno in modo proporzionale. Il risultato è una doppia impopolarità. Entrambi i partiti sono visti negativamente dalla maggioranza degli indipendenti e da ampie fasce dell’elettorato.Il fattore tempoSette mesi, in politica, sono un’eternità. Crisi internazionali, dati economici e dinamiche interne ai partiti possono ancora cambiare radicalmente il quadro. Trump conserva asset importanti: una base mobilitata, un controllo significativo sul Partito Repubblicano e una capacità comunicativa fuori dal comune. Ma per invertire la tendenza dovrà recuperare proprio dove oggi perde terreno: tra gli elettori meno ideologizzati. Dall’altra parte, i democratici hanno un’opportunità evidente ma non automatica: trasformare l’erosione dell’avversario in consenso reale. Senza una leadership chiara e una proposta convincente, il rischio è di non riuscirci.L'articolo Trump perde terreno nei sondaggi: l’indice di gradimento a -17% (peggio di Biden dopo il confronto). E il 16% non lo rivoterebbe proviene da Il Fatto Quotidiano.