Il giorno della marmotta e la crisi energetica nel Paese dei pesci rossi. L’analisi di Becchetti

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Vi ricordate Ricomincio da capo? Il film nel quale il protagonista è condannato a rivivere sempre lo stesso giorno (Il giorno della marmotta)? Oggi all’ennesima intervista sui prezzi di gas e petrolio, bollette e inflazione mi sembrava di essere in quel film. Siamo diventati il Paese dei pesci rossi. Che hanno otto secondi di memoria e poi dimenticano tutto e ricominciano da zero. Ogni volta ricominciamo da capo: oggi è il prezzo del petrolio, domani il gas, dopodomani il razionamento. Tutti a discutere di bollette, di chi paga, di quanto durerà la crisi. Ma quasi nessuno si ferma un attimo a chiedersi perché siamo sempre qui, nello stesso punto, a subire gli stessi shock. La verità è che non è una sfortuna. È una responsabilità.L’Italia è uno dei paesi europei più dipendenti dalle fonti fossili. Questo significa che ogni tensione geopolitica, una guerra, una crisi nello Stretto di Hormuz, una decisione di qualche paese produttore, si trasforma immediatamente in inflazione, bollette più alte, imprese in difficoltà. Non è un evento imprevedibile: è un meccanismo automatico. Sale il prezzo dell’energia, aumentano i costi di produzione, calano i consumi, rallenta il Pil. Una tassa esterna che paghiamo ogni volta, puntualmente, senza difese.Eppure continuiamo a comportarci come se fosse un’emergenza temporanea. Non lo è. È il risultato di una scelta, o meglio, di una non-scelta, che ci portiamo dietro da decenni. Abbiamo costruito un sistema energetico fragile, basato sull’importazione. Abbiamo semplicemente sostituito una dipendenza con un’altra: dal petrolio Opec al gas russo, fino al gas liquefatto e alle nuove rotte. Ora bisogna correre in Algeria e metterci nelle mani del nuovo padrone di turno. Non è una strategia. È una rincorsa continua, sempre un passo indietro rispetto agli eventi.E allora cosa facciamo? Torniamo a parlare di austerity, di ridurre i consumi, di sacrifici. Le domeniche a piedi in versione moderna. Ma questo riflesso è il segno più evidente della nostra incapacità di capire il problema. Ridurre i consumi può essere necessario in emergenza, ma non è una soluzione. È come curare la febbre ignorando l’infezione. Se restiamo dipendenti dalle fonti fossili, continueremo a essere esposti agli shock. Sempre. Il punto è che la transizione ecologica non è un lusso ideologico né un’agenda ambientalista. È una necessità economica e geopolitica. Più rinnovabili significa meno esposizione ai ricatti energetici, prezzi più stabili, meno inflazione importata. Significa che una crisi internazionale non si traduce automaticamente in un impoverimento interno.E non è nemmeno un problema tecnologico: oggi il mercato è già dalla parte della transizione, con costi in calo e investimenti pronti. In Italia esistono centinaia di gigawatt di progetti bloccati. Il collo di bottiglia non sono le risorse. È la burocrazia, è l’inerzia, è la mancanza di decisione politica.Nel frattempo continuiamo a fare la cosa più facile: lamentarci degli effetti senza affrontare la causa. Ci indigniamo per le bollette, ma accettiamo un sistema che le rende inevitabilmente instabili. Ci preoccupiamo del costo dell’energia, ma non del fatto che dipenda da fattori fuori dal nostro controllo. È una forma di miopia collettiva, o peggio, di rimozione.La domanda vera è semplice: vogliamo continuare a essere un paese vulnerabile, esposti a ogni crisi internazionale, oppure vogliamo costruire un sistema energetico che ci renda più autonomi, più stabili, più competitivi? Perché le soluzioni esistono, sono note, sono già lì. Serve solo decidere di usarle.Finché non lo faremo, continueremo a reagire invece che prevenire. Continueremo a inseguire le emergenze invece di eliminarne le cause. Continueremo, in altre parole, a comportarci da pesci rossi. E a pagarne il prezzo.