Siamo tutti uguali e/o tutti differenti?

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Della disabilità, in televisione, si discute normalmente solo nelle giornate dedicate (all’autismo, alla sindrome di Down, ecc.), in trasmissioni che talvolta impiegano le persone disabili – quelle, si intende, “mediaticamente fruibili” – soprattutto per suscitare emozioni tra gli spettatori. In tali circostanze si parla di inclusione, il più delle volte, principalmente tramite slogan. Su ogni maglietta che caratterizza queste iniziative, le scritte più gettonate, al di là dell’espressione linguistica utilizzata, sono prevalentemente due: Siamo tutti uguali (per cui è sbagliato discriminare), oppure Siamo tutti differenti (per cui è sbagliato discriminare). Questi slogan, univocamente considerati, sono tuttavia manchevoli. Per tale motivo, in base a ragioni filosofiche che cercherò ora di esporre, sarebbe meglio non usarli.Tra i filosofi antichi, Aristotele ha in merito argomentato che le affermazioni univociste – ad esempio, appunto, Siamo tutti uguali, oppure Siamo tutti differenti –, le quali cercano di descrivere la realtà in un unico modo, sono sempre sbagliate, in quanto la realtà non è in un unico modo, ossia univoca, bensì in molti modi, ossia multivoca. Aristotele criticava infatti sia la tesi attribuita a Parmenide, secondo cui “tutto è eterno”, sia la tesi opposta attribuita ad Eraclito, secondo cui “tutto è diveniente”. La tesi secondo cui “tutto è eterno” era a suo avviso facilmente falsificabile in quanto, ad esempio, chi sta scrivendo, tra qualche tempo, non scriverà più. Anche, tuttavia, la tesi opposta, pur oggi maggiormente di moda, secondo cui “tutto è diveniente”, era a suo avviso falsa: nulla, in effetti, si crea dal nulla, per cui deve necessariamente esserci stata qualche cosa eterna a partire dalla quale la realtà, trasformandosi, ha assunto progressivamente la forma attuale. Per Aristotele questa cosa era, sul piano fisico, la materia originaria di cui si compone il cosmo, mentre, sul piano metafisico, era il divino, causa motrice degli originari movimenti fisici. Nella realtà, dunque, non tutto è diveniente, non tutto è eterno: qualcosa è diveniente, qualcosa è eterno.Se applichiamo, mutatis mutandis, lo stesso ragionamento agli slogan di cui sopra, ci accorgiamo agevolmente che la tesi secondo cui “siamo tutti uguali”, univocamente considerata, è falsa, in quanto, ad esempio, chi scrive non è uguale a chi legge. Anche, tuttavia, la tesi opposta, secondo cui “siamo tutti differenti”, univocamente considerata, è falsa, poiché condividiamo tutti almeno la comune natura umana. Gli esseri umani sono infatti, al contempo, per alcuni aspetti uguali, per altri aspetti differenti. Non sono tutti uguali, perché non sono uguali in tutto; non sono tutti differenti, perché non sono differenti in tutto. Ciò che è importante, per il nostro tema – qui serve la filosofia –, è stabilire cosa è uguale e cosa è differente, per evitare che le differenze diventino poi, impropriamente, “diversità”, dunque anche forme discriminanti di pregiudizio, come accade spesso, appunto, proprio in quei contesti sociali in cui si trascura la filosofia.Cosa è uguale, quindi, in tutti gli esseri umani? Come detto, è uguale la comune natura umana, ovvero gli elementi costitutivi generali della nostra specie, i quali non sono solo quelli fisici, ma sono soprattutto quelli “metafisici”, ossia la componente razionale (è necessario, per vivere bene, conoscere con verità almeno i contenuti più importanti della vita) e la componente morale (è necessario, per vivere bene, agire con rispetto e cura verso gli altri enti del cosmo). Cosa è differente, invece, in tutti gli esseri umani? Differente è la particolarità di ciascuno, che si declina non solo in specificità fisiche individuali, ma soprattutto in specificità “metafisiche” personali, ossia in differenti declinazioni del proprio porre in atto la comune natura razionale e moraleC’entra tutto questo con la disabilità? Moltissimo. Il fatto che siamo tutti uguali, infatti, consente di comprendere che, al di là di possibili differenze della nostra materia biologica, siamo tutti ugualmente persone. Questo dovrebbe aiutare a capire che ciò che accade a qualcuno può accadere a tutti, sicché è utile, per la specie umana – come, del resto, per ogni specie vivente –, creare comunità. Il fatto che siamo anche tutti differenti, per quanto partendo da una comune natura umana, consente invece di comprendere che le differenze sono qualcosa di accidentale, non nel senso che non si verifichino sempre, ma nel senso che esse sono solitamente dovute a lievi difformità della materia biologica, o degli ambienti di provenienza, per cui non possono costituire una ragione valida per determinare una “diversità”. Quest’ultima inerisce infatti solo ad elementi essenziali, oltre a non costituire, in alcun caso, una ragione sufficiente per produrre discriminazione (dovremmo forse discriminare le margherite in quanto sono, nella loro essenza, diverse da noi?). Essenziale, per ogni essere umano, è la comune umanità, che ne definisce la natura. Per questo chi discrimina per delle differenze non essenziali, facendole diventare “diversità”, non sa nemmeno distinguere tra ciò che è accidentale – ad esempio il colore della pelle, la mancanza di un arto, un funzionamento intellettivo atipico – e ciò che è essenziale. Purtroppo, tuttavia, nella vita, chi non capisce l’essenziale di un argomento non è che non capisce un dettaglio: non capisce proprio niente, agendo poi in base a pregiudizi, ossia giudicando prima di conoscere, ovvero senza conoscere.Per concludere, gli esseri umani sono tutti, al contempo, uguali per la comune umanità e differenti per la specifica individualità. Non sono solo uguali, non sono solo differenti. Dire che ciò che ci accomuna è essenziale, mentre ciò che ci differenzia (a causa delle contingenze) è accidentale, può forse porre in secondo piano il valore della specificità di ogni persona? Assolutamente no. La cultura cristiana, da questo punto di vita, ha integrato in modo ottimo la cultura greca. Ciascuno realizza la propria umanità, infatti, in base a quanto riesce a porre in atto, sul piano personale, di quelle caratteristiche razionali e morali comuni in potenza presenti in ogni essere umano. Ogni individuo può porle in essere tanto o poco, bene o male, in un modo oppure in un altro, ma il fatto di avere sempre, in qualunque condizione, una quota di umanità da condividere, lo qualifica sicuramente come persona dotata di valore.luca.grecchi@unimib.it