Donald Trump ha parlato mercoledì alla nazione. Era la prima volta che il presidente si rivolgeva agli americani in un messaggio trasmesso a reti unificate, senza nessuna interruzione pubblicitaria. È un evento raro negli Stati Uniti, che scavalca istituzioni e partiti, la cinghia di trasmissione alla quale è affidato il rapporto tra il potere esecutivo e la base della piramide sociale.Succede quando gli eventi sono talmente eccezionali e il tempo talmente poco per spiegare cosa sta succedendo, che il presidente decide di parlare alla nazione. Lo fece Kennedy quando si trovò di fronte alla crisi dei missili sovietici a Cuba, Nixon quando dichiarò la fine della convertibilità del dollaro, Obama all’inizio della crisi finanziaria del 2008. Caratteristica comune di questi messaggi è la sincerità, i presidenti parlano agli americani senza filtri, non solo come rappresentanti della massima istituzione del paese, ma come uomini di fronte a situazioni che richiedono decisioni difficili, e così facendo mostrano il loro lato umano. Altro elemento comune è la gravità della situazione, nessuno ha mai parlato direttamente alla nazione per celebrare un successo.Il primo aprile Donald Trump ha cercato di emulare chi lo ha preceduto, ma non ci è riuscito. Il suo discorso era pieno di contraddizioni: da una parte si chiedeva agli americani di sostenere una guerra giusta contro un nemico definito “terrorista”, e quindi che rappresenta una minaccia vera per l’America; dall’altra Trump ha celebrato le sue vittorie militari sul nemico, ormai – secondo quanto ha detto – totalmente fiaccato. Ha poi lanciato le solite minacce contro l’Iran e denigrato chi lo aveva preceduto, Barack Obama, per aver firmato l’accordo con l’Iran sul nucleare (accordo mai completamente realizzato a causa del blocco del congresso).Il risultato è stato pessimo. Il mercato azionario, in ripresa dal giorno prima quando Trump aveva detto che si era vicini alla fine della guerra, giovedì è crollato e il prezzo del petrolio è salito. Il Brent, il prezzo delle spedizioni acquistate e vendute nel Mare del Nord, ha raggiunto 141,37 dollari, superando i livelli registrati quando la Russia ha invaso l’Ucraina, secondo S&P Global.L’impennata è un segno del crescente divario tra i contratti futures e vari segmenti dei mercati fisici, che stanno prezzando forniture sempre più scarse. Il Brent riflette un numero significativo di transazioni in cui carichi reali vengono acquistati e venduti, e una grande quantità di offerta è andata persa a causa della guerra con l’Iran. Il mercato dei futures, d’altra parte, è in gran parte orientato al trading finanziario dei cosiddetti “barili cartacei”.Gli alleati europei si sono mobilitati per scavalcare il presidente e chiedere alla Nazioni Uniti il beneplacito per far riaprire lo stretto di Hormuz, non si capisce bene come. Ma il vero problema di Donald Trump sono gli americani che non gli hanno creduto.Il discorso molto probabilmente è stato motivato dalla caduta di popolarità del presidente a seguito della guerra in Iran, i sondaggi parlano di due terzi degli americani che sono contro questo conflitto. Domenica scorsa 8 milioni di americani sono scesi in piazza in tutto il paese per il No Kings Day, una contestazione diretta contro la sua politica. Il movimento Maga è spaccato, con voci importanti come Tucker Carlson in netta opposizione alla guerra e anche all’appoggio incondizionato dell’amministrazione nei confronti di Israele.La crisi che il presidente ha di fronte non è solo internazionale ma interna. Un paradosso che questa amministrazione ha creato per un atto di superbia. E questo gli americani iniziano a capirlo. Trump ha paragonato nel suo discorso il successo in Venezuela con quello in Iran, una frase che ha lasciato interdetti gli ascoltatori che la mattina dopo alle pompe di benzina hanno pagato il pieno fino al 40 per cento in più di un mese fa. Se è vero quello che il presidente ha detto, e cioè che gli Stati Uniti non hanno bisogno dello stretto di Hormuz ma che sono andati in guerra solo per aiutare un alleato, se è vero che i rapporti con il Venezuela sono “ottimi, mai stati migliori di oggi”, allora perché fare il pieno costa così tanto?Nei prossimi giorni si prepara una turbolenza sui mercati che potrebbe esacerbare la crisi petrolifera e far piombare l’economia globale in una recessione, preludio della stagflazione.Gli scenari che si profilano sono preoccupanti non solo per gli Stati Uniti ma soprattutto per l’economia globale. Questa è la prima crisi globale non finanziaria, molto simile a quella del 1973/74, pompare soldi nel sistema non risolverà il problema. E a innescarla è stato il nostro alleato atlantico! Forse è ora di rinegoziare le alleanze.L'articolo Crollo dei mercati dopo il discorso di Trump alla nazione: forse per noi è ora di rinegoziare le alleanze proviene da Il Fatto Quotidiano.