“Mi sono distrutto col crack per uccidere ’O Zulu, ora ho perso 30 chili per mio figlio. Mi sono tatuato ‘terrone di me**a’ ma mia madre pensa che ci sia scritto ‘tesoro di mamma’”: parla Luca Persico

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C’è stato un tempo in cui la sua voce era la colonna sonora di un’intera generazione. Con la hit “Curre curre guaglió”, inno dell’omonimo film di Gabriele Salvatores, Luca Persico, in arte ‘O Zulu, e i suoi 99 Posse avevano conquistato le classifiche affiancandosi a mostri sacri della musica italiana e, contemporaneamente, dominavano le piazze e i centri sociali di tutta la penisola. Oggi, a 54 anni da poco compiuti, l’artista napoletano rilegge la sua vita e la sua carriera in una cruda e intensa intervista a Repubblica, in occasione del suo nuovo progetto teatrale “Violenti“. Il racconto di Persico non è una celebrazione edulcorata del passato, ma un tuffo senza sconti nei momenti più oscuri e controversi della sua esistenza, segnata da un successo soffocante e dalla discesa volontaria nell’abisso della tossicodipendenza.“Io il personaggio me lo sono proprio inventato. Non me l’hanno appiccicato addosso, gli ho dato un nome, ’O Zulu, e me lo sono costruito io”, confessa a Repubblica. Ma l’impalcatura che si era creato addosso ha iniziato presto a schiacciarlo: “Dopo qualche anno me ne sentivo oppresso. Allora l’ho dovuto uccidere”. Il metodo scelto per “uccidere” il suo alter ego è stato tanto drastico quanto distruttivo: “Mi son dovuto buttare a capofitto nelle droghe pesanti pubblicamente, in maniera tale che nessuno gli desse più un euro di stima”, ammette Persico. Una scelta paradossale per chi, con i 99 Posse, aveva sempre scritto testi contro l’uso di sostanze stupefacenti. “Venendo da una cultura precisa, le droghe pesanti le ho sempre scansate per motivi ideologici. Poi quando l’ideologia ha incominciato a traballare mi ci sono buttato a capofitto, anche come provocazione quanto più definitiva possibile”.La provocazione, però, si è trasformata in una trappola mortale: “Mi è sfuggita di mano, perché chiunque giocherella con quelle cose pensando di essere lui a comandare sbaglia: prima o poi ti perdi, e in quel mondo non c’è modo di salvarsi una volta che ci entri. Il crack è stato il mio demone”. La risalita dal baratro è iniziata tra il 2007 e il 2008. “Quando ero proprio fottuto, neanche più i miei genitori mi rispettavano, a quel punto ho ricominciato da zero”, ricorda. Nel 2009 il matrimonio e poi la vera, grande rivoluzione: la nascita del figlio Raul.Il nome non è un omaggio politico a Fidel Castro, come molti credono, né al nemico del celebre anime “Ken il guerriero”. Persico lo svela con tenerezza paterna, mostrando le quattro lettere tatuate sulle dita: “Mi serviva un nome di quattro lettere perché ci stava bene con il mio cognome Persico: se la giocavano Ciro e Raul. Alla fine ho scelto Raul perché mi sembrava più difficile da dimenticare”. La paternità è stata un salvavita a tutti gli effetti, non solo sul piano mentale e artistico, ma anche prettamente fisico. “Sono sempre stato sovrappeso, per non dire ai limiti dell’obesità”, racconta. Un allarme medico lo ha spinto a un cambiamento radicale: “Un mio parente medico mi disse: ma come respiri? Guarda che rischi grosso per il cuore. Il giorno dopo sono andato da una dietologa. Ho perso trenta chili. E poi ho scoperto la corsa”.Nonostante la maturità e lo stile di vita salutare (oggi vive in un tranquillo paesino sulle montagne avellinesi con la compagna e il figlio 13enne), ‘O Zulu non ha perso il gusto della provocazione e dell’ironia. Ne è un esempio eclatante il tatuaggio che sfoggia orgogliosamente sulla pancia: la sigla “TDM“, ovvero “Terrone Di Merda”. Un acronimo dissacrante che però in famiglia assume un significato ben diverso: “Mia mamma preferisce pensare che significhi ‘Tesoro Di Mamma’”, scherza.Oggi Persico guarda con interesse alla nuova generazione, quei giovani che lui chiama affettuosamente “i disagiati” (“perché mi sento io per primo un disagiato, non c’è nessuna volontà di offendere”) e che affollano nuovamente i suoi spettacoli dopo un lungo periodo di assenza. Da loro, e in particolare dal figlio Raul, cerca di comprendere il presente, osservando le nuove leve del rap come Baby Gang o Simba La Rue. “Mi sembrano figure che assomigliano a quello che siamo stati noi”, analizza. “Vengono dalla periferia della periferia della periferia, e hanno fatto della loro condizione non un motivo di vergogna ma un motivo di vanto”. Eppure, riconosce nel figlio una sensibilità diversa e confortante, come quando Raul “scarta i pezzi dove c’è anche solo una parola con la quale viene definito un intero mondo che non gli piace”, rifiutando il sessismo strisciante in certa musica contemporanea.L'articolo “Mi sono distrutto col crack per uccidere ’O Zulu, ora ho perso 30 chili per mio figlio. Mi sono tatuato ‘terrone di me**a’ ma mia madre pensa che ci sia scritto ‘tesoro di mamma’”: parla Luca Persico proviene da Il Fatto Quotidiano.