In Italia la politica non dorme mai, ma spesso sogna male: leadership che si misura ogni giorno con sondaggi e opinione pubblica, coalizioni che oscillano tra tattiche di sopravvivenza e calcoli di potere, e dossier internazionali che trasformano ogni mossa in un test di resistenza. In questo contesto, il referendum (o meglio l’onda lunga che si è innescata a seguito della vittoria del No) — più simbolo che rottura — ha acceso luci e ombre, mostrando chi ha forza, chi bluffa e chi deve ancora decidere come muoversi. Ne parliamo con il politologo dell’Università della Tuscia, Luca Massidda.Professor Massidda, il governo ha retto l’urto del referendum o ha giocato d’astuzia?Direi entrambe le cose. Il referendum è stato una spallata inattesa, ma il governo l’ha assorbita senza ricorrere a elezioni anticipate, puntando a consolidare risultati concreti e a gestire dossier aperti. Non era scontato, ma la strategia ha funzionato: la tenuta c’è, ed è motivata dalla volontà di non lasciare nulla in sospeso.Quindi nessuna crisi dietro l’angolo?Non nel breve. Il referendum è servito anche come occasione di regolamento di conti interno e per spostare il dibattito pubblico su altri temi. La vicenda Santanchè, per esempio, non ha nulla a che fare con i contenuti della consultazione, ma ha permesso di ricalibrare la percezione dell’opinione pubblica e far passare il messaggio di credibilità ritrovata.Giorgia Meloni esce rafforzata o vulnerabile?I sondaggi la confermano come leader del primo partito nazionale e, al momento, alternative credibili in coalizione non ce ne sono. Il suo obiettivo è chiaro: impedire che il referendum diventi l’alibi per mettere in discussione la sua leadership. Il rischio politico maggiore per il centrodestra, oggi, non è esterno ma interno.Ci sono “jolly” politici nell’ultimo anno di legislatura?Al momento è difficile immaginarne. La legge elettorale potrebbe diventare uno strumento tattico: non un terreno di dialogo, ma una leva per dire agli elettori “ora siete voi a contare”. Una riforma calibrata, senza riproporre il tema del premierato, consentirebbe di consolidare consenso e politico.E il rapporto con Donald Trump? Influenza ancora la strategia di Meloni?Assolutamente. La crisi di popolarità del tycoon impone una ridefinizione del rapporto. Smarcarsi gradualmente diventa indispensabile per mantenere credibilità in Europa. È una mossa obbligata, più che una scelta tattica.Sul centrosinistra: il referendum cambia qualcosa nel campo largo?Sì, apre una partita interna delicata. Giuseppe Conte può capitalizzare sull’elettorato del “no” e rilanciare la sua posizione all’interno del Movimento 5 Stelle. Ma attenzione: il M5S non può sfidare la leadership del Pd. Sarebbe un errore strategico grave, che rischierebbe di frammentare l’opposizione prima ancora di provare a competere seriamente con il centrodestra.Quindi la palla passa alla sinistra?Esatto. Se il governo ha retto, ora l’attenzione si sposta sull’opposizione: chi guida, chi decide, chi prova a costruire un’alternativa concreta. Il referendum non ha cambiato la guida del Paese, ma ha riaperto una partita interna cruciale, dove si deciderà chi potrà giocare da protagonista nei prossimi mesi.In sostanza che anno sarà quello che si prospetta?Tutto tranne che tranquillo. Tra stabilità apparente e conflitti latenti, sia all’interno dei blocchi politici sia sul piano internazionale, il referendum non chiude una fase: la complica. E rende il futuro politico del Paese ancora più imprevedibile, con colpi di scena possibili in ogni momento.