Dal DVB World 2026 emerge una transizione già in atto: integrazione tra broadcast e broadband, crescita del DVB-I e ruolo centrale dell’intelligenza artificiale nell’esperienza TV. Nel cuore di Amsterdam, il DVB World 2026 ha messo in scena una trasformazione che non può più essere rimandata: quella di un’industria televisiva che sta abbandonando progressivamente le logiche della trasmissione tradizionale per abbracciare un modello interamente...Leggi l'articolo completo su Digital-News.itDal DVB World 2026 emerge una transizione già in atto: integrazione tra broadcast e broadband, crescita del DVB-I e ruolo centrale dell’intelligenza artificiale nell’esperienza TV. Nel cuore di Amsterdam, il DVB World 2026 ha messo in scena una trasformazione che non può più essere rimandata: quella di un’industria televisiva che sta abbandonando progressivamente le logiche della trasmissione tradizionale per abbracciare un modello interamente fondato sull’IP. Non si tratta più di una prospettiva futura, ma di una traiettoria già in atto, guidata dalla necessità di adattarsi a un ecosistema sempre più frammentato e dominato da nuove abitudini di consumo. Al centro di questo passaggio si colloca il DVB-I, indicato come uno degli strumenti chiave per ricucire la distanza tra il mondo broadcast e quello della banda larga. A sintetizzarne il ruolo è stato il presidente del DVB, Remo Vogel, che durante la conferenza ha definito questa tecnologia come “il collante per un mondo ibrido”. Una definizione che chiarisce bene la sua funzione: permettere ai contenuti televisivi di mantenere visibilità e accessibilità anche all’interno di interfacce digitali sempre più complesse, evitando al tempo stesso il rischio di dispersione dell’offerta. La transizione, come emerso chiaramente dai lavori, è già in fase operativa in diversi Paesi. La Nuova Zelanda si prepara a un’adozione su scala nazionale nel corso dell’anno, mentre la Germania punta a un lancio commerciale entro settembre 2026, sostenuto da una collaborazione strutturata tra broadcaster pubblici e privati, autorità regolatorie e partner tecnologici. Anche l’Irlanda si inserisce in questo percorso con una fase di test avanzata: Jim Higgins di RTÉ ha confermato l’avvio di una sperimentazione tra giugno e novembre, pensata per raccogliere dati concreti attraverso il coinvolgimento diretto di utenti esperti. Ma il cambiamento delineato ad Amsterdam non riguarda soltanto le infrastrutture. A emergere con forza è una trasformazione più profonda, che investe la natura stessa dell’esperienza televisiva. Antonio Arcidiacono dell’EBU ha parlato apertamente di un passaggio “dal trasporto all’intelligenza”, sottolineando come il futuro del settore sarà sempre più legato all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei dispositivi. L’idea è quella di spostare parte dell’elaborazione direttamente nei televisori, aprendo la strada a nuove tecniche di compressione video e a sistemi di personalizzazione avanzata che operano in locale, garantendo al tempo stesso maggiore tutela della privacy. Questa evoluzione tecnologica si riflette inevitabilmente anche nel rapporto con il pubblico. Adde Granberg di SVT ha evidenziato come la sopravvivenza dei broadcaster dipenderà sempre meno dalla capacità di trasmettere contenuti e sempre più dall’abilità di costruire esperienze significative. “Non basta più raggiungere il pubblico, bisogna coinvolgerlo”, ha osservato, mettendo in discussione il modello tradizionale “uno-a-molti” che ha caratterizzato la televisione per decenni. In un contesto dominato da piattaforme chiuse, il tema dell’accessibilità resta centrale. Ralph Edeine di Eutelsat ha sottolineato come il DVB-I possa rappresentare una leva fondamentale per garantire visibilità anche ai servizi satellitari, mentre Salvatore Martino di Kineton ha indicato nell’aggregazione centralizzata una possibile risposta per le emittenti locali, pur riconoscendo le criticità legate alla verifica dell’autenticità dei flussi streaming. Un altro fronte critico riguarda la frammentazione degli ecosistemi digitali. Vincent Grivet della HbbTV Association ha descritto uno scenario in cui i broadcaster sono costretti a operare all’interno di ambienti chiusi, i cosiddetti “walled gardens”, gestendo una molteplicità di applicazioni e standard. In questo quadro, la sinergia tra HbbTV e DVB-I appare sempre più strategica: il primo agisce sul livello dei dispositivi, armonizzando l’esperienza utente, mentre il secondo interviene sulla distribuzione dei contenuti, creando un’infrastruttura più ordinata e interoperabile. Un’integrazione già visibile in progetti come Freely nel Regno Unito, dove i due standard convivono in modo complementare. L’attenzione della conferenza si è estesa anche al mondo degli sviluppatori, con la presentazione di nuove applicazioni capaci di sfruttare i metadati DVB-I per offrire interfacce simili a quelle delle piattaforme di streaming. Hyunmin Jeon, autrice di uno di questi progetti, ha annunciato l’intenzione di rendere disponibile il codice sorgente, un passo che potrebbe accelerare la diffusione dell’ecosistema. Guardando oltre, Thomas Stockhammer di Qualcomm ha richiamato l’attenzione sul 5G Broadcast, ricordando come, al di là delle soluzioni tecnologiche, ciò che conta davvero è la qualità dell’esperienza percepita dall’utente. Un concetto che riassume perfettamente il senso dell’intera conferenza: la tecnologia resta uno strumento, ma il vero obiettivo è costruire un sistema capace di mettere lo spettatore al centro. Dalle discussioni emerse ad Amsterdam si delinea così un quadro chiaro: la migrazione verso l’IP è ormai irreversibile, ma la sfida non si esaurisce nella transizione tecnica. Il futuro della televisione dipenderà dalla capacità dell’industria di trovare un equilibrio tra innovazione, apertura degli ecosistemi e centralità dell’esperienza utente, evitando che il controllo si concentri esclusivamente nelle mani delle grandi piattaforme globali.L'articolo TV verso l’IP: DVB-I e AI ridisegnano il futuro del broadcasting proviene da Digital-News.