Una mobilitazione inaspettata e sorprendente, quella per il referendum Costituzionale sulla riforma della Giustizia, che ha portato alle urne il 58,9% degli italiani, che in maggioranza hanno scelto per il No. Secondo il senatore del Movimento 5 Stelle Stefano Patuanelli i 14,5 milioni di italiani che hanno scelto di bocciare la riforma del governo sono una grande speranza “che si sia interrotto quel declino di partecipazione che ha portato a percentuali di affluenza bassissime a tutte le ultime tornate elettorali”. Ma ad aprirsi, per il campo progressista, c’è anche l’incognita dell’unità della coalizione, su cui, sottolinea Patuanelli, si lavora già ogni giorno in Parlamento.Il risultato di questo referendum ci dice che ha perso il governo o che ha vinto il fronte del no?Ci dice entrambe le cose in realtà. È chiaro che è una proposta di riforma costituzionale del governo, perché il Parlamento non ha toccato palla. Il disegno di legge Nordio-Meloni ha fatto un passaggio parlamentare anche abbastanza lungo, ma dove non è stato approvato neanche un emendamento, quindi di fatto è stato un atto del governo e quindi è chiaro che la sconfitta va attribuita al governo. D’altra parte è anche vero che il fronte del No ha saputo mobilitare un voto che forse ha coinvolto anche elettori o ex elettori di centrodestra, perché è entrato nel merito del provvedimento, quindi siamo riusciti a spiegare ai cittadini italiani quali erano i rischi reali dell’approvazione di questa riforma.Se ci fosse stato un maggiore dialogo da parte del governo, ci sarebbero stati margini per una collaborazione e quindi una riforma condivisa?Io ho sempre pensato che la maggioranza aveva bisogno di una riforma che segnasse la legislatura. Mi spiego meglio, se noi guardiamo gli esempi delle ultime due o tre legislature, si sono succeduti diversi governi, ma ci sono molti provvedimenti che ancora oggi ricordiamo, a prescindere dal merito politico. Partendo dai governi Renzi penso al Jobs Act, alla Buona Scuola, Industria 4.0; se penso ai governi Conte penso al decreto Dignità, allo Spazza Corrotti, a Reddito di cittadinanza, a quota 100, al periodo Covid, al mio transizione al 4.0, quindi l’evoluzione di quello che fece Renzi. Se invece guardo al governo Meloni cosa mi resta? Non c’è nulla, non c’è un provvedimento che sia significativo dell’azione di questo governo. Avevano quindi bisogno di una riforma spendibile per loro, per questo non poteva esserci il dialogo. Se guardiamo il merito di ciò che la riforma costituzionale prevedeva, si poteva fare praticamente tutto anche senza toccare la Costituzione. Invece hanno voluto forzare la mano e quindi dico sì, ipoteticamente poteva esserci dialogo, ma non l’hanno mai cercato perché non lo volevano.Invece questi 14,5 milioni di No che cosa significano per il Movimento 5 Stelle?Significano intanto una grande speranza, cioè che si sia un po’ interrotto quel declino di partecipazione che ha portato a percentuali di affluenza bassissime a tutte le ultime tornate elettorali, da quelle politiche a quelle amministrative, al referendum sul lavoro promosso dalla Cgil, quindi la prima speranza è che ci sia di nuovo voglia di partecipare alla vita politica del Paese da parte dei cittadini. Dimostra poi che quando in ballo ci sono cose davvero fondamentali i cittadini ci sono. È una grande speranza anche per la grande affluenza del voto della Gen Z, cioè di ragazzi di 24-25 anni, giovani che si sono messi in gioco, che hanno deciso di andare a votare. E poi rappresenta anche l’evidente necessità che gli italiani sentono di difendere la loro Costituzione da attacchi di parte. Le riforme costituzionali quando sono passate erano riforme condivise tra le parti politiche, anche magari solo di facciata.Come il taglio dei parlamentari?Sì. Per il taglio dei parlamentari noi abbiamo sostanzialmente obbligato tutte le altre forze politiche ad accettarlo perché non potevano dire di no. Però, poi, si è visto al referendum che quell’unitarietà di intenti, seppur di facciata, ha portato a un’approvazione della riforma. Quando si tenta di modificare la Costituzione a colpi di maggioranza gli italiani lo capiscono e si ribellano.Si parla di uno scenario in cui Meloni si dimette e si va a elezioni anticipate. Se così dovesse essere, se domani si dovesse andare al voto, il campo largo sarebbe pronto alle urne?Posto che io sono abbastanza convinto che il governo resisterà al fortino e che non abbia nessuna intenzione di abbandonarlo troppo prima rispetto alla scadenza naturale della legislatura, io penso di sì. Credo che noi guardiamo sempre alla proposta politica del campo progressista come qualcosa che deve venire e che deve arrivare, ma la realtà di fatti è che se guardiamo ciò che accade in aula, cosa che gli italiani fanno molto poco, ma purtroppo anche i giornalisti, noi lavoriamo ogni giorno insieme sul 99% dei provvedimenti che arrivano in Parlamento. Noi ci coordiniamo sui voti e i singoli emendamenti. Noi, assieme soprattutto al Partito democratico e agli amici di Alleanza Verdi e Sinistra, ci confrontiamo costantemente su come procedere in aula, su quali proposte fare, anche sugli interventi e sull’ordine dei lavori. Quindi c’è già una costruzione di campo progressista. Va certamente portata anche sui temi dove magari oggi siamo non perfettamente allineati, però io ricordo che se ci sono tante forze politiche che hanno esattamente la stessa posizione su tutto, diventano lo stesso partito. Io credo che vada definita la cornice del campo progressista, dentro quella cornice ogni forza politica interpreta la propria identità e questa è sicuramente una cosa che dobbiamo fare, ma non ci siamo per niente lontani.Nell’ambito della politica estera forse ci sono le distanze maggiori tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, per non parlare di Italia Viva…Certamente sul tema della politica estera ci sono distanze maggiori, figlie di tante cose però. Intanto di una serie di posizioni che il Partito democratico ha iniziato ad assumere, penso alla guerra ucraina, quando il segretario del Pd era Enrico Letta e non era Elly Schlein. Oggi c’è molta più condivisione anche sul tema dell’Ucraina, però mi sembra che in realtà sui principi, sul rispetto del diritto internazionale, sul convinto respingimento di ogni possibile partecipazione d’Italia a interventi militari, la tutela degli interessi italiani in un contesto europeo, penso che sono temi su cui ci siamo. Ancora, sul tema di Gaza ci siamo trovati d’accordo su tutto, quando abbiamo parlato di Iran ci siamo trovati d’accordo su tutto, nasce un equivoco rispetto al tema Russia-Ucraina, ma perché è la posizione del Partito democratico ad essere nata prima dell’avvento di questa segreteria.Allora quando parte questo lavoro per un programma comune e poi per la scelta della guida della coalizione?Noi, come forse sa, abbiamo iniziato un percorso che ci porterà fino all’inizio dell’estate, un percorso non brevissimo, per la costruzione di un nostro programma che deve ovviamente aggiornare le posizioni del Movimento 5 Stelle su tutte le posizioni politiche, ma soprattutto determinare quali saranno i punti per noi ineludibili di un programma di coalizione, perché è inutile sedersi a un tavolo senza essere internamente sicuri rispetto ai temi identitari della nostra comunità. Vogliamo avere i nostri punti cardine, per poi dialogare sul resto. Un dialogo aperto anche alla società civile e all’esterno per capire quali sono oggi i problemi che le persone sentono di più sulla loro pelle. Dopo di che si condividerà questo percorso con le altre forze politiche del campo progressista che vorranno starci e che decideranno se anche per loro quei punti sono importanti o che quantomeno possono far parte del programma di coalizione. Solo a quel punto sarà il momento della scelta della leadership, quindi le primarie di coalizione, un modello che il centro-sinistra ha sempre voluto, penso alla sfida Bersani-Renzi, ma recentemente anche la scelta della candidata per le elezioni regionali in Sicilia a cui ha partecipato la nostra Barbara Floridia.