Entro il 31 marzo 2026 tutte le strutture sanitarie italiane, pubbliche e private, dovranno adeguarsi ai nuovi standard del Fascicolo sanitario elettronico. La scadenza ha un valore amministrativo evidente, ma il punto vero è un altro: capire se il fascicolo possa finalmente smettere di essere un capitolo della sanità digitale e diventare una infrastruttura del Servizio sanitario nazionale.Il tema, infatti, non riguarda soltanto la dematerializzazione dei documenti o l’accesso online ai referti. Riguarda la capacità del sistema di raccogliere informazioni in modo coerente, renderle disponibili nei diversi punti di cura e usarle per ridurre frammentazione, duplicazioni e disuguaglianze. In un Paese segnato dall’invecchiamento della popolazione, dal peso crescente delle patologie croniche e da forti divari territoriali, il Fascicolo sanitario elettronico misura il grado di maturità organizzativa del SSN più di quanto racconti il semplice avanzamento tecnologico.Oltre l’adempimentoI numeri mostrano quanto il percorso sia ancora incompleto. Secondo il monitoraggio del Fascicolo sanitario elettronico aggiornato al 30 settembre 2025, il livello di utilizzo da parte dei cittadini resta limitato e anche il consenso alla consultazione dei documenti da parte del personale medico non è ancora pienamente diffuso. A ciò si aggiunge una forte disomogeneità regionale, sia nell’alimentazione del fascicolo sia nelle funzionalità disponibili. Questo significa che il problema italiano non è più l’esistenza formale dello strumento, ma la sua effettiva usabilità e integrazione.Prevenzione e continuitàÈ qui che il Fascicolo sanitario elettronico smette di essere un tema tecnico. Senza una infrastruttura dati affidabile e condivisa, diventa più difficile fare prevenzione, seguire nel tempo i pazienti cronici, coordinare medicina generale, specialistica e ospedale, evitare esami duplicati e costruire percorsi di cura più continui. Il fascicolo, in altre parole, non è soltanto un archivio: è il supporto operativo di una sanità che voglia passare dalla gestione frammentata dell’episodio alla presa in carico.Questa funzione è tanto più rilevante in un sistema che punta a spostare il baricentro verso il territorio. Diagnosi precoce, follow-up, monitoraggio della cronicità e appropriatezza prescrittiva richiedono dati accessibili, leggibili e aggiornati. Senza questa base, la prevenzione rischia di restare un obiettivo condiviso ma debolmente sostenuto dagli strumenti necessari a praticarla davvero. E anche l’innovazione, che presuppone percorsi più rapidi, dati più solidi e una migliore selezione dei pazienti, finisce per inserirsi in un contesto ancora troppo disomogeneo.Il nodo dell’equitàC’è poi un secondo nodo, meno visibile ma decisivo: l’equità. Una digitalizzazione che procede a velocità diverse non riduce automaticamente le distanze tra territori, può anche consolidarle. Se il fascicolo funziona bene in alcune Regioni e molto meno in altre, se alcuni cittadini possono usarlo per prenotare, consultare, pagare e condividere documenti mentre altri no, la trasformazione digitale rischia di riprodurre nella sanità le stesse fratture che dovrebbe aiutare a ricomporre. Il vero test del Fascicolo sanitario elettronico, dunque, non è solo l’innovazione, ma la sua capacità di rendere più uniforme il diritto alla cura.Come farlo funzionarePerché il Fascicolo sanitario elettronico smetta di essere un adempimento e diventi davvero una infrastruttura, non basta fissare una scadenza. Servono standard minimi realmente uniformi, alimentazione continua dei dati, integrazione tra ospedale e territorio e, soprattutto, un uso quotidiano da parte dei professionisti sanitari. Solo così il fascicolo potrà diventare non un archivio digitale, ma uno strumento di continuità assistenziale, prevenzione e governo della cronicità. Altrimenti il rischio è che resti una riforma formalmente compiuta, ma ancora debole nella sua funzione più importante: tenere insieme il sistema.