Nel dibattito pubblico italiano gli adolescenti stanno diventando ciò che in altre stagioni sono stati i migranti, i marginali, i diversi: un bersaglio simbolico su cui scaricare paure collettive, ansie sociali e impotenza adulta. Basta un episodio grave, drammatico, come una violenta aggressione avvenuta in ambito scolastico, perché si metta in moto un meccanismo ormai noto: il caso singolo viene trasformato in prova generale di un’emergenza nazionale, la cronaca diventa paradigma, la complessità scompare e al suo posto arrivano invocazioni di ordine, disciplina, punizione.Nessuno può minimizzare la violenza, nessuno può fingere che il disagio giovanile non esista. Ma è proprio quando un fatto ci scuote che dovremmo resistere alla tentazione più facile: ridurre tutto a un problema di sicurezza. Perché è in quel momento che l’adolescente smette di essere una persona da capire e diventa un pericolo da contenere. È così che si costruiscono i “demoni popolari”: figure semplificate, caricaturali, generalizzate utili a dare un volto al timore diffuso e a rassicurare l’opinione pubblica con una narrazione netta, severa, apparentemente risolutiva.Il problema è che questa rappresentazione non resta mai innocua. Quando una società comincia a guardare i propri adolescenti come un corpo estraneo, come un’etnia separata e ostile, produce una frattura che si autoalimenta. Il sospetto genera distanza, la distanza genera conflitto, il conflitto conferma il sospetto. La paura richiede sicurezza, la sicurezza pretende repressione, la repressione genera rabbia e reazioni di opposizione. In questa spirale, i giovani finiscono per interiorizzare lo sguardo che li etichetta e rispondono spesso in modo difensivo: con l’attacco, con la chiusura o con la fuga. Quando ciò accade, è già molto tardi. Il punto è allora cercare di capire perché continuiamo a intervenire solo dopo, quando il disagio è già esploso, e quasi mai prima, quando ancora si manifesta attraverso segnali deboli, fragilità, richieste di ascolto.La logica punitiva ha il vantaggio di essere semplice, rapida, comunicativamente efficace: promette controllo e offre l’illusione di aver rimesso ordine. La logica educativa, invece, è più lenta, faticosa, meno spendibile sul piano del consenso. Ma è l’unica che possa davvero prevenire efficacemente le cause del disagio e impedire fratture tra gli attori sociali. E qui la scuola (secondaria) torna al centro. Negli ultimi tempi il sistema scolastico è tornato ad essere pensato come un luogo di selezione più che di accompagnamento, come un campo di valutazione permanente più che come una comunità di crescita basato sulla pura trasmissione più che di relazione e ascolto.In molte ricerche ci siamo poi resi conto che per i ragazzi e le ragazze il passaggio dalle elementari alle medie rappresenta una frattura educativa: si esce da un ambiente ancora fondato sulla cura educativa e si entra in un meccanismo che enfatizza la prestazione, il voto, la competizione, la gerarchia. Il registro elettronico, vissuto quotidianamente come una vetrina della performance, ha reso ancora più pervasiva questa pressione. In un’età in cui servirebbero adulti capaci di tenere insieme autorevolezza ed empatia, spesso si propone invece una scuola che alza il tono del controllo e abbassa quello dell’ascolto.Se il messaggio che passa è che studenti e docenti sono due fronti contrapposti, è naturale che il conflitto diventi quotidiano. Educare, al contrario, significa camminare insieme. Significa costruire alleanze tra insegnanti, famiglie, educatori, territorio. Significa moltiplicare dentro la scuola le figure di cerniera, gli adulti che sappiano leggere le emozioni, intercettare i segnali, creare spazi di parola prima che la rabbia trovi vie distruttive. Significa investire risorse non solo negli edifici, ma soprattutto nelle relazioni: classi meno affollate, tempi meno compressi, presenze educative più ricche, luoghi in cui un ragazzo o una ragazza possa essere visto prima di essere giudicato. Serve una comunità educante che non arrivi sempre e soltanto dopo il danno, quando le telecamere sono già accese e la politica cerca una frase ad effetto per speculare sulle tragedie.Il nodo vero è questo: gli adolescenti non chiedono impunità, chiedono di non essere trasformati in una categoria nemica. Dietro i comportamenti più duri non c’è soltanto trasgressione, c’è spesso la fatica di sentirsi riconosciuti come soggetti, nelle loro differenze, degni di attenzione benevola e ascolto profondo. Continuare a rispondere solo con il lessico dell’emergenza significa ripulire la coscienza degli adulti e spostare altrove ogni responsabilità. Ma una società matura si riconosce da come guarda i propri ragazzi e ragazze nei momenti peggiori: se li tratta come pericoli da sorvegliare o come cittadini in crescita da accompagnare. La differenza tra queste due strade non è teorica. È la differenza tra una scuola che seleziona e una che accoglie, tra un Paese che si difende dai giovani e un Paese che decide finalmente di adempiere alla propria responsabilità educativa.Per questo ogni allarme gridato senza analisi rischia di diventare una profezia che si autoavvera: più etichettiamo, meno comprendiamo; meno comprendiamo, più lasciamo crescere il rancore.L'articolo Smettiamo di considerare gli adolescenti dei nemici. Quando ciò accade, è già tardi proviene da Il Fatto Quotidiano.