Mentre alle montagne russe dei dazi si aggiunge il conflitto in Medio Oriente, la farmaceutica si conferma “centrale nell’economia italiana e anche i recenti dati sull’export lo hanno evidenziato. Ebbene, circa la metà degli studi clinici effettuati in Italia nel 2023 sono realizzati dalle aziende produttrici di farmaci americane. Imprese che apportano complessivamente un valore aggiunto di 6,3 miliardi al nostro Paese”. A sintetizzare così a LaSalute di LaPresse la ricerca realizzata dalla Luiss Business School e promossa dall’American Chamber of Commerce in Italy è Matteo Caroli, Associate Dean for Sustainability and Impact della Luiss Business School, a margine di un incontro a Roma.“All’Italia – continua Caroli – viene riconosciuta una grande capacità produttiva e di ricerca. Ma non mancano le sfide, legate al cambiamento dei pesi internazionali nel settore dei farmaci, con una Cina ormai attrattiva anche sulle attività di ricerca sugli investimenti in innovazione. In questo quadro l’Europa è più lenta e l’Italia è alle prese con una burocrazia e una normativa complesse, che non aiutano. Serve una strategia nazionale organica per rafforzare la competitività del settore: siamo stati molto competitivi e lo siamo ancora, ma non ci possiamo fermare”.La forza del pharma a stelle e strisceMa vediamo meglio il report. Nel 2024 il valore della produzione delle imprese produttrici di farmaci a capitale statunitense ha superato i 9,2 miliardi di euro (17% del comparto nazionale). Un dato cresciuto di quasi il 25% nel 2015–2024, con un incremento dell’occupazione di circa il 20% nello stesso orizzonte temporale. All’impatto economico stimato in circa 6,3 miliardi di euro si aggiunge quello occupazionale: tra diretto, indiretto e indotto parliamo di quasi 22.600 addetti.Gli investimenti in Ricerca & SviluppoSul fronte della ricerca l’Europa rimane protagonista, ma sta perdendo terreno: il divario rispetto agli Stati Uniti e alla Cina è cresciuto e nel colosso asiatico gli investimenti aumentano a un tasso annuo composto circa cinque volte superiore a quello europeo. Nel 2023 l’Unione europea ha aumentato la spesa in R&S dell’1,6% e la Cina dell’8,7%. L’indagine condotta dalla Luiss Business School su un campione di sette tra le principali aziende statunitensi produttrici di farmaci conferma il ruolo di primo piano delle imprese Usa nella ricerca clinica nel nostro Paese: nel 2024 hanno realizzato quasi 180 milioni di investimenti, sponsorizzato circa la metà degli studi clinic e registrando oltre 1.000 collaborazioni scientifiche in atto sul territorio nazionale. Non solo: circa il 25% dei farmaci valutati come innovativi da Aifa arriva proprio dalle aziende del campione. E per il futuro una buona notizia: nessuna delle imprese considerate si aspetta una contrazione, mentre il 57% propende per un’espansione.Gli ostacoli agli investimenti, il Testo unico e l’impegno sui principi attiviMa veniamo alle note dolenti. Per lo stesso campione la crescita degli investimenti in Italia rimarrà comunque al di sotto di quella prevista negli altri principali Paesi Ue. E questo a causa di ostacoli regolatori e amministrativi e del non adeguato riconoscimento del valore generato dalla ricerca.“Con il Testo unico della Legislazione farmaceutica intendiamo oltrepassare queste criticità”, assicura il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. “Oggi pomeriggio avranno inizio le audizioni sul Testo unico dei primi stakeholder in 10a Commissione Senato e le linee di azione sono chiare: mitigare il payback, semplificare le norme, mettere a terra una strategia nazionale per il settore, rafforzando competenze e strutture, migliorare l’accesso al farmaco. È finita l’era dei provvedimenti spot, grazie alla stabilità di Governo”, aggiunge poi il sottosegretario. Che a Piazza di Pietra annuncia l’impegno a lavorare per “sviluppare infrastrutture industriali sul territorio dell’Unione per garantire una maggiore indipendenza dell’Italia e dell’Europa nella produzione di principi attivi: oggi l’80% è prodotto da India e Cina”.Vola l’export dei farmaci e cambiano le regioni ‘locomotiva’Intanto i dati Istat sull’export 2025 fanno sorridere il settore. La farmaceutica sfiora i 70 miliardi (69,2 per la precisione) con un solido +29% contro il 3,2% delle imprese manifatturiere. Su +19 miliardi di export manifatturiero nell’anno, 15 mld dipendendo dalle imprese dei farmaci. E il mercato che ha fatto da motore principale alla crescita è proprio quello americano. Ma chi ha trascinato questa corsa? Come segnala anche il ‘Sole 24 Ore’ tra le regine indiscusse c’è la Toscana, che in un anno raddoppia le esportazioni (+93%) con oltre 22 miliardi, ma crescono anche l’Abruzzo (+54%) e il Lazio (+17%), seguite da Emilia Romagna, Lombardia e Campania (tutte intorno al +10%). I numeri parlano e al Nord con un +8,5% (vs +1,4% altri settori) si somma la performance del Centro con un sonoro +43,8% (vs +2,8% altri settori) e di Sud e Isole (+14,6% vs -5,3% altri settori). Come segnalano da Farmindiustria al Centro e al Sud Italia la farmaceutica è il primo settore nell’export, rispettivamente con 41,8 e 11 miliardi.Un settore chiave per la saluteQuello del pharma è un settore importante per lo sviluppo del Paese “ma anche per la salute degli italiani”, dice a LaPresse Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco del dicastero di Lungotevere Ripa. “Al ministero della Salute abbiamo lavorato e continueremo a lavorare per far sì che i farmaci arrivino più velocemente e in maniera omogenea ai cittadini, eliminando l’eterogeneità che ha caratterizzato gli ultimi anni”. “L’innovazione in campo farmaceutico va vista come un investimento importante – ribadisce Mennini indossando i panni dell’economista sanitario – e lo studio presentato dalla Luiss Business school lo dimostra. Bisogna trovare strumenti adeguati, certo. E noi stiamo lavorando con molta attenzione anche insieme al Mef e al Mimit per trovare soluzioni anche ‘più accattivanti’ per continuare ad attrarre investimenti e a valorizzare l’attività di ricerca”.D’altra parte le preoccupazioni geopolitiche “sicuramente pesano un po’ anche sul clima e sulla volontà di investire. Però i numeri ci dicono che, quantomeno tra Italia e Stati Uniti, il business farmaceutico è assolutamente fiorente con investimenti americani crescenti, come a Firenze o nel Lazio e grandi aziende americane che compartecipano a creare questa grande alleanza”, dice Simone Crolla, consigliere delegato American Chamber of Commerce, segnalando che al momento la ‘guerra dei dazi’ non ha pesato più di tanto. Insomma, la locomotiva dei farmaci tricolore parte bene in questo 2026 e per Crolla ad attrarre investimenti nel nostro Paese contribuisce anche il ruolo “delle regioni italiane, che hanno una competenza specifica sulle politiche sanitarie e che riescono a creare dei cluster molto interessanti e ricettivi”. Questo articolo Farmaci: dalle imprese Usa in Italia 6,3 mld di valore aggiunto, le sfide proviene da LaPresse