In memoria di Fabio, il Magnifico. Il ricordo di Pellicciari e Cappiello

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Nella notte di venerdì 27 marzo si è spento a Bologna all’età di 87 anni Fabio Alberto Roversi Monaco, professore emerito di Diritto amministrativo e rettore dell’Università di Bologna dal 1985 al 2000.Ai prevedibili necrologi ordinati ed enfatici su Fabio Roversi Monaco, chi come noi gli deve molto sceglie un controcanto, convinto che lo avrebbe preferito al coro delle messe cantate.Noi lo abbiamo conosciuto da giovanissimi studenti, eletti su fronti diversi negli organi accademici e poi lo abbiamo costantemente frequentato negli anni del suo massimo potere ma anche in quelli in cui veniva via via lasciato solo per l’età che avanzava e per un mondo che cambiava (o non cambiava) categorie interpretative.Sul piano professionale, ha rappresentato un unicum nel panorama italiano. Uno dei rari casi in cui è l’uomo a rafforzare l’istituzione e non l’istituzione l’uomo che temporaneamente ne è al governo.Sotto il suo rettorato, l’Università di Bologna ha vissuto il suo momento di massima visibilità in Italia e nel mondo, con una crescita tanto più significativa perché maturata negli anni Novanta, mentre il sistema italiano entrava in quella lunga fase di crisi sistemica, politico-sociale, culturale e finanziaria ancora in corso.Diversamente da altri contesti, è stato l’ateneo a trainare lo sviluppo di Bologna, rilanciando una città “sazia e disperata” (espressione nota del cardinale Giacomo Biffi), seduta su un quieto vivere ripetitivo, appagata da un’economia protetta e centrata sulla domanda interna, stimolando una rinascita urbana che l’avrebbe resa uno dei principali centri di attrazione culturale e turistica del Paese.Figura di impatto sulle dinamiche politiche a livello nazionale, si fatica oggi, in retrospettiva, a credere che Roversi Monaco sia stato, nell’arco della sua vita professionale, in primo luogo “solo” il rettore dell’Università di Bologna.Rammarica che un profilo del suo livello non sia stato utilizzato con maggiore convinzione in altri contesti, proprio in una fase in cui il Paese ne avrebbe avuto bisogno. Rattrista che il suo nome sia stato più volte evocato per alti incarichi istituzionali, con l’impressione di volerne più bruciare che promuovere la candidatura.Amareggia, infine, la scarsa memoria con cui sono state trattate le innumerevoli iniziative e visioni diventate realtà, in particolare da parte di chi ne ha tratto vantaggio e ne raccoglie oggi i frutti. Riproponendo la dinamica nostrana di ignorare progressivamente figure troppo importanti per essere apertamente criticate, ma anche troppo ingombranti per essere ricordate con riconoscenza.Sul piano umano è stato ancora più unico, controcorrente e fuori dagli schemi. Mente illuminista e carattere rinascimentale, ha sempre preferito l’intelligenza strategica alla furbizia tattica.In tempi segnati da contrapposizioni ideologiche e pregiudizi politici, sociali e culturali, è andato all’essenza delle relazioni personali, facendo a tanti giovani da mentore nel senso pieno del termine, con slanci mecenatistici, senza mai chiedere nulla in cambio.Ha aggregato attorno a sé persone anche molto diverse per convinzioni, orientamenti e appartenenze, spesso lontane tra loro e rispetto a lui, tenute insieme da un riconoscimento reciproco e dalla libertà di pensiero, creando legami e amicizie che resistono nei decenni. Di cui gli saremo sempre grati e terremo vivo il ricordo come ispirazione per il futuro.