USA – L’economia regge, ma con petrolio a questi livelli il problema torna a essere l’inflazioneNegli Stati Uniti, più che dai dati macro puri, questa settimana il messaggio arriva dal modo in cui il mercato sta leggendo il contesto. La domanda interna non sembra cedere di colpo, con retail sales a +0,4%, e anche il mercato del lavoro continua a mostrare una certa tenuta, con JOLTS a 8,8 milioni. Non è il ritratto di un’economia in frenata brusca. È piuttosto il quadro di un’economia che resta relativamente più solida di altre aree, soprattutto rispetto a un’Europa molto più esposta al rallentamento e al costo dell’energia.Ed è proprio qui che si innesta il tema più importante: con il DXY in area 100,2, i tassi Fed al 3,64% e il WTI vicino a 97 dollari, il dollaro continua a mantenere una posizione di forza. In un contesto in cui il petrolio resta alto e i mercati cercano protezione, gli Stati Uniti vengono ancora letti come il blocco più difensivo. Non perché non abbiano problemi, ma perché in questa fase sembrano avere più capacità di assorbire lo shock rispetto ad altri. Lettura macro: negli USA, questa settimana, il punto non è tanto un dato singolo quanto il confronto relativo col resto del mondo. E in un contesto di energia cara e crescita globale più fragile, il mercato continua a trattare il dollaro come il rifugio più naturale.Europa – Crescita quasi ferma, ma i prezzi non mollanoIn Europa il problema è più scomodo, perché crescita e inflazione stanno iniziando a mandare segnali incompatibili. Il PMI composito dell’Eurozona scende a 50,5 da 51,9, un livello che suggerisce un’economia ancora in espansione, ma appena sopra la linea di galleggiamento. Infatti si parla di una crescita implicita del PIL dell’area euro poco sotto +0,1% q/q: tradotto, l’economia non è in recessione, ma si muove davvero piano. E la Germania continua a essere il punto debole, con un Ifo in crollo a marzo, segnale che la fiducia del manifatturiero resta molto fragile proprio mentre il contesto energetico torna a pesare.Il problema, però, è che nel frattempo il lato prezzi non sta dando tregua. Il CPI è al 2,1% e il core al 2,4%, ma soprattutto segnala che il selling price gauge resta coerente con un’inflazione ancora vicina al 3%. E qui entra in gioco il vero nodo: con il petrolio alto, i tempi di consegna che tornano a peggiorare e i costi input che accelerano, il rischio stagflazione torna a essere molto più concreto. Non a caso il manufacturing input cost index salta di 10,6 punti, quello dei servizi di 5,2 punti, e non a casa si parla, apertamente di supply delays ai massimi da metà 2022. In pratica, l’Eurozona si ritrova con una crescita debole ma con costi che ricominciano a correre: il peggior incastro possibile per la BCE. Lettura macro: l’Europa non sta crollando, ma si sta infilando in una zona pericolosa. La crescita è troppo bassa per assorbire uno shock, mentre l’inflazione resta abbastanza alta da impedire alla BCE di sentirsi davvero tranquilla. È questo il punto: non una crisi conclamata, ma un equilibrio che diventa sempre più fragile. UK – Il Regno Unito regge meglio dell’Eurozona, ma l’inflazione resta il vero problemaNel Regno Unito il quadro è un po’ diverso rispetto all’Europa continentale: la crescita non è brillante, ma il motore dei servizi continua a tenere meglio. Il services PMI è a 55,2, quindi ben sopra la soglia di espansione, mentre il PIL del primo trimestre viene visto intorno a +0,1%. Non è una ripartenza vera, ma basta per tenere il Regno Unito fuori dall’area più fragile del ciclo europeo. Anche la sterlina lo riflette bene: il GBP/USD chiude la settimana a 1,3552, in rialzo di circa +0,80%, risultando la major più forte del periodo.Il problema, però, è che questa relativa tenuta convive, anche qui, con un’inflazione molto più scomoda. Il CPI di febbraio è al 3,0%, mentre il core sale al 3,2% dal 3,1% precedente. Ancora più importante è il dettaglio: la crescita salariale è al 4,2% e l’inflazione dei servizi al 5,8%, due numeri che rendono molto difficile immaginare una Bank of England davvero rilassata. Non a caso le stime vedono l’inflazione salire oltre il 4% entro l’estate se la guerra continua. Lettura macro: il Regno Unito tiene meglio sul lato attività, ma paga questa tenuta con un’inflazione molto più rigida, soprattutto nei servizi. Quindi, più che un’economia forte, sembra un’economia che resta abbastanza viva da impedire alla BoE di diventare accomodante troppo presto. Asia – Giappone più morbido sui prezzi, Australia ancora più rigidaIn Asia il contrasto più interessante è questo: il Giappone sta vedendo un’inflazione che si raffredda, mentre l’Australia continua a convivere con prezzi ancora troppo alti per sentirsi tranquilla. In Giappone il headline CPI scende all’1,3% dall’1,5%, il core rallenta all’1,6% contro attese 1,7%, e anche il dato più osservato dalla BoJ, il core-core, scende al 2,5% dal 2,6%. Una parte importante del raffreddamento arriva dall’energia: utilities -5,5%, elettricità -8,0%, gas -5,1%. Questo aiuta a spiegare perché la BoJ tenga i tassi fermi allo 0,75% e continui a muoversi con grande cautela, nonostante salari e Tokyo core CPI restino ancora relativamente sostenuti. In pratica, il Giappone non è in emergenza, ma nemmeno in una posizione che richieda una stretta aggressiva.L’Australia, invece, racconta una storia diversa. A febbraio il CPI è fermo su base mensile, ma su base annua resta al 3,7%, appena sotto il 3,8% del mese prima. Il trimmed mean sale solo dello 0,2% m/m, meglio delle attese, ma resta comunque al 3,3% annuo. E soprattutto il mix resta scomodo: l’inflazione dei beni è al 3,5%, quella dei servizi al 3,9%. Quindi sì, il dato migliora un po’, ma non abbastanza da chiudere davvero il dibattito sui tassi. L’eventuale rialzo della RBA a maggio resta un vero toss-up. In breve: il Giappone può permettersi pazienza, l’Australia molto meno. Lettura macro: in Asia non c’è una narrativa unica. Il Giappone vede i prezzi rallentare e può restare prudente. L’Australia, invece, resta uno dei pochi casi in cui l’inflazione è ancora abbastanza alta da tenere la banca centrale sotto pressione. Energia – Il mercato resta ostaggio di HormuzSul fronte energia il messaggio è netto: il mercato non sta più ragionando in termini normali di domanda e offerta, ma quasi solo in termini di accesso fisico ai flussi. Da un lato c’è stato un momento di sollievo, con il Brent in calo del 7% intraday verso area 97 dollari sulla notizia di un possibile piano USA in 15 punti. Dall’altro, però, il rimbalzo è stato altrettanto rapido: poco dopo il Brent torna vicino a 111 dollari e il WTI sopra 98, segno che il mercato continua a credere che il rischio vero non sia ancora stato risolto.Il nodo resta sempre lo stesso: Hormuz, da cui prima della guerra passava circa un quinto dei flussi globali di petrolio. I flussi ridotti di circa 8 milioni di barili al giorno, abbastanza per tenere il premio al rischio molto alto anche quando arrivano headline più rassicuranti. E infatti gli scenari restano estremi: c’è chi vede il petrolio anche a 200 dollari se il blocco dovesse durare, mentre il mercato sembra oscillare tra l’idea di una normalizzazione veloce e quella di un conflitto che può trascinarsi fino a giugno.In Europa il problema è ancora più delicato, perché al petrolio si aggiunge il gas. Gli storage europei sono sotto il 30%, mentre i futures del gas sono arrivati a quasi il doppio dei livelli prebellici. Questo vuol dire una cosa semplice: lo shock energetico non colpisce solo l’inflazione, ma anche margini industriali, fiducia e tenuta della crescita. Lettura macro: finché Hormuz resta il centro del rischio, l’energia resta un mercato da headline e volatilità. E in un contesto così, il problema non è prevedere il prezzo “giusto”, ma capire quanto a lungo il sistema riesce a reggere prezzi così alti senza iniziare a rallentare davvero. FX & Gold – Dollaro ancora dominante, oro più debole nonostante la tensione geopoliticaSul mercato valutario il quadro resta abbastanza chiaro: il dollaro non sta facendo una settimana esplosiva, ma continua a mantenere una posizione di forza. Il DXY è in area 100,2, segno che in un contesto di shock energia e crescita globale più fragile il mercato continua a preferire l’USD come ancora di stabilità. L’euro resta debole, con EUR/USD a 1,1662, poco mosso sulla settimana ma ancora sotto pressione, anche perché l’Eurozona si presenta con PMI manifatturiero a 47,8, crescita del Q1 attorno a +0,1% e un quadro macro che resta più fragile di quello americano. In pratica, l’euro prova a reggere, ma senza una vera storia forte alle spalle.La valuta che si è comportata meglio è stata la sterlina. Il GBP/USD chiude a 1,3552, con una performance settimanale di +0,80%, aiutata da un Regno Unito che appare più resistente dell’Eurozona: wage growth al 4,2%, services inflation al 5,8%, services PMI a 55,2. Sono numeri che tengono la BoE in una posizione più rigida e danno alla sterlina un supporto che oggi l’euro non ha. Lo yen, invece, resta più neutrale: USD/JPY a 147,05, quasi invariato sulla settimana, con il mercato che continua a vedere una BoJ troppo prudente per trasformare davvero lo yen in una valuta forte di trend.L’oro si inserisce bene in questo quadro perché, pur restando un hedge naturale in fasi di tensione, questa volta non sta reagendo come farebbe in un classico scenario di panico lineare. Il prezzo è a 4.544,90 dollari, quindi molto lontano dai massimi sopra 5.000 dollari visti a inizio anno. Questo dice una cosa importante: il mercato non sta comprando oro in modo cieco. Anzi, una parte della pressione arriva anche da flussi forzati, come il caso della Turchia, che ha venduto circa 8 miliardi di dollari di riserve auree, pari a circa 60 tonnellate in due settimane. Quindi oggi l’oro resta una protezione, sì, ma molto meno “perfetta” di quanto ci si aspetterebbe in uno shock geopolitico classico e poi si sommano i rendimenti più alti. Lettura macro: nel FX il dollaro resta la valuta dominante perché il contesto continua a premiare liquidità e difesa. L’oro, invece, resta importante come hedge, ma in questa fase è frenato da prese di profitto e flussi tecnici. In breve: USD forte per struttura, gold meno lineare del solito. Takeaway finale – Il mondo non si ferma, ma diventa più scomodoIl filo rosso della settimana è questo: l’economia globale non sta entrando in una recessione improvvisa, ma sta diventando molto più difficile da leggere e da gestire. Gli Stati Uniti restano i più solidi, ma con inflazione ancora fastidiosa e petrolio alto il margine della Fed si riduce. L’Europa è più fragile, perché cresce poco e resta molto più esposta allo shock energetico. Il Regno Unito regge meglio lato attività, ma paga con un’inflazione più rigida. In Asia il quadro è misto: Giappone più tranquillo sui prezzi, Australia ancora sotto pressione.Il punto vero, però, non è il singolo dato. È che tutto questo avviene con Hormuz ancora al centro del rischio, petrolio e gas molto più alti rispetto ai livelli prebellici e banche centrali che non possono più sentirsi davvero al sicuro. Quindi il problema non è “crolla tutto domani?”. Il problema è che il sistema ha meno margine di errore, e quando il margine si restringe, anche i movimenti dei mercati diventano più nervosi, più veloci e molto meno lineari.L'articolo Mercati più fragili: energia cara e banche centrali sotto pressione proviene da MarcoCasario.com.