Cina. Accelerata la “sinicizzazione” delle minoranze etniche

Wait 5 sec.

di C. Alessandro Mauceri – In Cina sono riconosciuti 55 gruppi etnici, ciascuno con differenze notevoli: centinaia di lingue e dialetti, religioni diverse e culture millenarie derivanti da processi storici differenti. L’etnia maggioritaria è quella degli Han, alla quale appartiene più del 90 per cento della popolazione cinese.Nei giorni scorsi, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha accelerato il processo di “sinicizzazione” di tutti questi gruppi. Nella giornata conclusiva delle “Due sessioni” a Pechino, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la “Legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico”, un provvedimento voluto dal presidente Xi Jinping. L’obiettivo ufficiale è rafforzare la “coesione sociale” e punire la partecipazione ad “attività di terrorismo, separatismo etnico ed estremismo religioso”.La legge si basa su dodici principi fondamentali, i “Dodici doveri”, che vanno dalla costruzione di un forte senso di comunità nazionale, definita Zhonghua minzu (中华民族), alla promozione di una “casa spirituale condivisa” e a una maggiore interazione e integrazione tra i diversi gruppi etnici. Altro elemento di base sono le “quattro relazioni”, che descrivono il rapporto tra la cultura dominante Han e le culture delle minoranze. Secondo questa visione, la cultura cinese centrale rappresenta il “tronco” dell’albero, mentre le culture etniche sono paragonate a “rami e foglie”. Solo con radici profonde e un tronco forte – aveva dichiarato Xi in un importante discorso del 2021 – i rami possono prosperare. Tutto questo senza perdere di vista la sicurezza nazionale, vista come il dovere di tutti i gruppi di proteggere l’unità dello Stato e la stabilità sociale: la nuova legge crea una base giuridica che consente al governo cinese di perseguire persone o organizzazioni che ostacolano il progresso dell'”unità etnica”.La legge affronta anche lo sviluppo economico delle regioni etniche e di confine, collegandolo a obiettivi strategici nazionali come la sicurezza delle frontiere, delle risorse energetiche e dell’approvvigionamento alimentare. La nuova normativa promuove la trasformazione di alcune tradizioni considerate “obsolete”, con l’intento di favorire una “cultura civica più moderna”.Ad esempio, in passato gli studenti di alcune minoranze potevano seguire gran parte del programma scolastico nella propria lingua madre, come il tibetano, l’uiguro o il mongolo. Dal 2020 è iniziato un cambiamento della lingua utilizzata che ha portato a massicce proteste e a un’immediata repressione, seguite da campagne di rieducazione. Ora, in base alla nuova legge, le scuole di ogni ordine e grado dovranno tenere lezioni in cinese standard fin dall’età prescolare. Al termine della scuola dell’obbligo, tutti i cittadini cinesi dovranno avere almeno una conoscenza di base del mandarino, “lingua comune nazionale” nell’istruzione, negli affari ufficiali e nei luoghi pubblici.Secondo i critici, si tratta di un tentativo di allontanare le persone dalla propria lingua e cultura. In alcune regioni, tra cui il Tibet e la Mongolia Interna, che ospitano importanti minoranze etniche, Pechino aveva già imposto l’uso del mandarino nell’istruzione. Yalkun Uluyol, esperto di Cina dell’ONG Human Rights Watch, ha definito la nuova legge un “cambiamento radicale” rispetto all’epoca di Deng Xiaoping, quando le minoranze avevano il diritto di usare le loro lingue. Secondo Rayhan Asat, giurista dell’Università di Harvard, “la legge funge da strumento strategico e fornisce al governo il pretesto per commettere ogni sorta di violazione dei diritti umani”. “Il vero obiettivo della legge è tagliare i legami dei bambini con la loro identità, la loro storia e la loro cultura”, ha dichiarato all’Afp Erika Nguyen, dell’associazione statunitense per la libertà d’espressione Pen America.Come spesso accade in Cina, la nuova legge non stabilisce regole dettagliate o sanzioni precise: contiene dichiarazioni di principio e linee guida politiche rivolte a un’ampia gamma di soggetti statali e non statali. Il suo significato, però, è evidente: creare una base legale solida che possa giustificare future politiche governative volte all’unificazione delle culture. Cosa alquanto rara, nella norma è stata inserita una narrazione storica per spiegare come i diversi gruppi etnici della Cina, in oltre cinquemila anni di storia condivisa, abbiano costruito uno Stato multietnico unificato. Una visione che giustifica la necessità di preservare una civiltà comune. Il merito di tutto questo, naturalmente, è attribuito al Partito Comunista: solo grazie alle sue scelte politiche è stato possibile guidare tutti i gruppi etnici verso l’indipendenza e l’uguaglianza, sviluppando un modello “con caratteristiche cinesi” unico, in grado di superare le questioni etniche. Il perno centrale è la “coscienza della comunità della nazione cinese”, espressione ripetuta più volte nel testo della nuova legge. Secondo i legislatori, sarebbe questo il fondamento dell’unità etnica.James Leibold, professore alla La Trobe University in Australia, che ha studiato l’evoluzione delle politiche cinesi nei confronti delle minoranze etniche, ha definito la nuova legge il culmine del “ripensamento radicale” delle politiche etniche del presidente cinese Xi Jinping.