Porta a porta, caccia agli astenuti, niente risse e 3.500 eventi: i segreti della “campagna di popolo” dei magistrati (con gli ex spin doctor di Vendola)

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Poco nei salotti tv romani, molto nelle province in mezzo alla gente. Il porta a porta e i social media come mezzi principali di comunicazione. Mai scendere nella rissa, ma tenere il discorso sul piano più alto possibile. Non cercare di “rubare” voti al governo, ma di raccoglierli nelle praterie dell’astensionismo. La campagna referendaria dell’Associazione nazionale magistrati, condotta attraverso il comitato “Giusto dire No“, si è rivelata un capolavoro strategico, capace di far vincere una battaglia apparentemente impossibile fino a qualche mese fa. E un ruolo fondamentale, in questo senso, l’hanno avuto i consulenti di comunicazione scelti dalle toghe: i creativi di Proforma, l’agenzia barese “esplosa” con il primo successo di Nichi Vendola alle Regionali in Puglia (che poi ha seguito, tra gli altri, anche Matteo Renzi nella corsa alla segreteria del Pd). Sono loro ad aver ideato il primo messaggio-chiave della corsa del No, comparso a gennaio sui primi manifesti nelle stazioni: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”. Lo slogan ha fatto imbestialire il centrodestra: nella sua conferenza stampa di inizio anno, la premier Giorgia Meloni l’ha definito una “menzogna”, mentre il presidente di uno dei comitati per il Sì, ha presentato addirittura una denuncia in Procura accusando i magistrati di “diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico“. Il vespaio, però, ha funzionato da amplificatore formidabile per la campagna del No: “È stata la svolta, da quel momento hanno iniziato a rincorrerci. Ci hanno regalato due settimane gratis sui social, con i nostri messaggi rilanciati ovunque”, riassume un dirigente del comitato.D’altra parte, fin da subito le toghe hanno lavorato per spostare il focus del dibattito sulla riforma: dalla separazione delle carriere tra giudici e pm – elemento in realtà abbastanza marginale – ai rischi per l’indipendenza dovuti al sorteggio “asimmetrico” dei due Consigli superiori della magistratura, vero per i magistrati e “pilotato” per i membri scelti dalla politica. Una tattica suggerita nel “documento strategico” elaborato da Proforma, una sorta di guida alla comunicazione che il Fatto ha potuto leggere: “I messaggi legati al macro-concetto “la politica vuole controllare la magistratura” inducono a votare No, anche se utilizzati da esponenti della maggioranza di governo”, sottolineavano gli spin doctor, invitando quindi a “insistere il più possibile su polemiche relative a sgrammaticature della campagna del Sì sulla questione” (e di “sgrammaticature” ne sono arrivate a bizzeffe, a partire dalle “confessioni” del ministro Nordio). Ma senza mai esagerare né scadere nell’attacco diretto: “Il negative campaigning, cioè cercare la mobilitazione del proprio elettorato basandosi sul discredito dell’altra parte) va utilizzato con parsimonia”, avvertiva Proforma, mentre il fronte del No deve “lavorare su elementi valoriali ‘assoluti’, che prescindono dalla singola performance mediatica. Ingaggiare troppo duramente la controparte, inoltre, favorisce la “lotta nel fango” in cui il Sì trova invece certamente un terreno più fertile”.La campagna dei magistrati si è basata soprattutto sugli incontri faccia a faccia, organizzati in ogni angolo d’Italia e in luoghi di ogni tipo (comprese le sale parrocchiali). Gli eventi organizzati dal comitato sono stati circa 2.200, quelli a cui hanno partecipato i suoi membri circa 3.500. L’obiettivo era di andare a cercare voti fuori dal “mercato elettorale classico”, cioè tra chi di solito si astiene alle elezioni: “La base del No è maggiormente mobilitabile perché il nostro messaggio poggia su un principio, la legge è uguale per tutti, mentre la campagna per il Sì sembra poggiare su un istinto di rivalsa nei confronti della magistratura (e della giustizia, e per certi versi dello Stato) e su aspetti tecnici (su tutti, la separazione delle carriere) che si prestano meno al passaparola e al porta-a-porta”, si legge nel documento strategico di Proforma. Per questo l’agenzia suggeriva “una campagna di popolo, in provincia, per le strade, tra le persone a rischio di esclusione sociale, sfinite dalla politica”: insomma “un’uscita molto radicale rispetto alle comfort zone consolidate”: “Non si vince parlando solo “ai nostri” (storici), all’elettorato già collocato nel centrosinistra, o che di solito va a votare. C’è un mondo che cerca rappresentanza, a quel mondo va data una ragione per mobilitarsi”.Oltre al contatto con il popolo, la campagna delle toghe ha seguito altri tre “pilastri strategici“. Uno è l’innalzamento del confronto, cercando di portarlo su un piano “valoriale”: “Più si parla di democrazia, di giustizia, di principi fondamentali della convivenza civile, più si sta in un terreno agevole per il No”. Poi la scelta di ingaggiare meno scontri possibile, mentre il fronte del Sì proponeva una narrazione basata sul senso di rivalsa nei confronti delle toghe. E, soprattutto, concentrare gli sforzi “sulla mobilitazione territoriale più che sull’occupazione mediatica”, come emerge dalle indicazioni per gestire il il budget messo a disposizione dall’Anm (800mila euro in totale): “Dare priorità a investimenti che favoriscano il supporto ai comitati locali e alla mobilitazione territoriale; investire maggiormente su tanti eventi locali, anche piccoli, rispetto a pochi eventi grandi su base nazionale; dare priorità a investimenti pubblicitari sui media locali; creare una rete per un’azione di campagna porta a porta, da svolgere nelle ultime due settimane prima del voto; dare priorità agli investimenti per potenziare la comunicazione sui social media, coinvolgendo anche opinion leader e influencer”. Un meccanismo che, col senno di poi, si può dire abbia funzionato alla perfezione.L'articolo Porta a porta, caccia agli astenuti, niente risse e 3.500 eventi: i segreti della “campagna di popolo” dei magistrati (con gli ex spin doctor di Vendola) proviene da Il Fatto Quotidiano.