A cinque giorni dall’aggressione a scuole che ha rischiato di costarle la vita, parla Chiara Mocchi, la professoressa accoltellata da un suo alunno 13enne nella scuola media di Trescore Balneario (Bergamo). Dal letto dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove è convalescente, ma ormai fuori pericolo, la prof ha raccontato per la prima volta quello che è successo in quella mattina drammatica di mercoledì 25 marzo. Una testimonianza dettata con voce flebile a chi sta le accanto, per arrivare là fuori. In primis per dire grazie a chi le ha salvato la vita. Mocchi rievoca il momento in quell’alunno che ben conosceva «confuso, trascinato e “indottrinato” dai social, mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale. Solo il coraggio immenso di un altro mio alunno, E., anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio», svela ora la docente di francese. Le coltellate, l’emorragia, i primi soccorsi Il racconto di Mocchi è quello di chi ha visto letteralmente la morte in faccia. Quelle coltellate improvvise le hanno procurate, ricorda ora, «una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». I soccorsi per fortuna sono arrivati rapidi, e sono stati decisivi. «Dal cielo è arrivata l’eliambulanza del servizio ‘Blood on Board’. Mi hanno caricata in un istante. Nel momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro». La trasfusione di sangue in elicottero Di quei momenti concitati la prof ricorda ancora le voci di chi ha fatto l’impossibile per assisterla, su quell’elicottero: «Professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo». Quel sangue le è arrivato dai donatori. Forse proprio da colui che ha raccolto la sua testimonianza in ospedale, il suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas. La donazione salvavita e l’Avis «C’è un pensiero che mi commuove. Penso, e non è un sogno, che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore effettivo Avis da oltre 45 anni, che ha salvando la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo». Prosegue Mocchi: «Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: ‘Una goccia di sangue può salvare una vita’. Forse mio padre non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia». E così ora la speranza della prof è che chi legge la sua lettera «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore». L'articolo Parla la prof accoltellata: «Emorragia potentissima, ho visto la luce diventare ombra. Ecco a chi devo la vita» proviene da Open.