L’impatto del genocidio israeliano sulle donne e sulle bambine della Striscia di Gaza

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Nel marzo 2025 la Commissione indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato (compresa Gerusalemme Est) e su Israele aveva concluso che le autorità israeliane avevano sistematicamente e deliberatamente distrutto il sistema di salute sessuale e riproduttiva della Striscia di Gaza e che ciò costituiva due degli atti vietati dalla Convenzione sul genocidio: infliggere intenzionalmente condizioni di vita intese a causare la distruzione fisica della persone palestinesi e imporre misure miranti a impedire le nascite.Una recente ricerca di Amnesty International piena di testimonianze drammatiche ha denunciato che negli ultimi 29 mesi l’impatto devastante e su più livelli del perdurante genocidio israeliano ha portato sull’orlo del baratro le donne e le bambine della Striscia di Gaza.L’impatto su di loro della deliberata inflizione di condizioni di vita intese a distruggere la vita delle persone palestinesi della Striscia di Gaza si è concretizzato negli sfollamenti di massa, nel collasso del sistema di salute riproduttiva, materna e neonatale, nell’interruzione dei trattamenti per malattie croniche come i tumori, nell’elevata esposizione a malattie e a condizioni di vita prive di dignità e pericolose per la salute e in profondi danni alla salute fisica e mentale.Questi ultimi sono stati esacerbati dalle limitazioni, tuttora in corso, all’ingresso di prodotti indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile: cibo, medicine, attrezzature e strumentazioni mediche, materiali per la costruzione dei rifugi e mezzi per la depurazione delle acque e per la rimozione di macerie, ordini inesplosi e rifiuti.Le donne sono costrette a partorire senza adeguata attenzione medica, a portare avanti gravidanze e a trascorrere il periodo post-parto sfollate in luoghi sovraffollati e pericolosi per la salute così come ad affrontare la fame, le malattie e i traumi in assenza di privacy e protezione e senza accesso a servizi fondamentali, dovendo occuparsi al contempo di altre persone.Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità e Health Cluster, almeno il 60 per cento di tutti i centri per la fornitura di cure mediche della Striscia di Gaza non è funzionante e ciò crea un’enorme pressione sui pochi che rimangono aperti e su quelli, ancora di meno, che forniscono cure di emergenza e ostetriche.Anche dopo il “cessate il fuoco” e l’aumento dell’ingresso degli aiuti, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità le scorte del 46 per cento dei medicinali essenziali sono rimaste a zero: tra queste, le medicine per favorire e gestire le contrazioni, per curare le emorragie durante e dopo il parto, le infezioni e le malattie respiratorie e i prodotti per le anestesie e la mitigazione del dolore.Dal “cessate il fuoco” il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e i suoi partner hanno fornito importanti quantità di medicinali e materiali per la salute ma le necessità restano elevate e sono risolte solo parzialmente. Secondo l’ultima proiezione della Classificazione integrata per fasi della sicurezza alimentare, 37mila donne incinte e in fase di allattamento rischieranno la malnutrizione acuta e avranno bisogno di cure mediche prima della metà di ottobre.Il personale medico intervistato da Amnesty International ha dichiarato che anche dopo il “cessate il fuoco” le donne che hanno partorito hanno sofferto per l’estrema limitatezza di cibo, medicine e sostanze nutrienti durante buona parte della gravidanza e successivamente al parto. La maggior parte delle donne in procinto di partorire soffriva di anemia a causa della malnutrizione, di malattie trasmesse dall’acqua, di vaginiti e altre infezioni causate dall’acqua inquinata o da altre condizioni di insalubrità. Gli operatori sanitari non sono spesso in grado di fare i necessari screening a causa della mancanza di attrezzature e talvolta sono costretti a usare prodotti anestetici scaduti.Hanno aggiunto che, negli ultimi 29 mesi, il genocidio israeliano ha causato un aumento esponenziale di una lunga serie di condizioni di salute: nascite premature e sottopeso, perdite di peso e malnutrizione delle donne in gravidanza e in fase di allattamento, ansia pre-parto e depressione post-parto, deficit respiratori durante la gravidanza a causa del freddo e dell’inquinamento, medesimi deficit per i neonati per varie cause tra le quali le nascite premature, l’insufficiente sviluppo polmonare, le precarie condizioni di salute delle madri durante la gravidanza e dopo la nascita.Nell’ospedale di al-Halou ci sono 12 incubatrici, sei delle quali per le cure neonatali intensive, ma nessuna è equipaggiata per il necessario monitoraggio cardio-respiratorio. In tutta la Striscia di Gaza i reparti di salute neonatale si trovano in condizioni simili. L’ospedale Shuhada al-Aqsa di Deir al-Balah ha 24 incubatrici funzionanti ma il personale medico è costretto a utilizzare più volte prodotti monouso come i tubi per la ventilazione meccanica. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’alimentazione, i reparti di salute neonatale della Striscia di Gaza operano al 150-170 per cento della loro capacità al punto che nella stessa incubatrice vengono messi due se non tre neonati.Amnesty International ha parlato con donne incinte e in fase di allattamento che vivono sfollate a Gaza City al-Mawasi, Deir Balah e Nuseirat. Sebbene l’accesso al cibo, ai prodotti per l’igiene personale e per la pulizia – come ad esempio assorbenti mestruali, shampoo e sapone – sia migliorato dal gennaio 2026, alcune donne ancora non riescono a procurarseli e hanno ben poco accesso all’acqua potabile o a quella per uso domestico.La maggior parte delle neomamme intervistate da Amnesty International ha riferito di non essere stata in grado, durante la gravidanza, di ricevere cibi nutrienti. Molte di loro hanno perso tanto peso e ad alcune sono state diagnosticate malnutrizione e/o anemia. Non hanno potuto riparare sé stesse e i loro neonati dal freddo eccezionale e dalle alluvioni dei recenti mesi invernali. Sono state esposte a elevati livelli d’inquinamento, soprattutto quando venivano bruciati materiali in plastica o di altra natura in assenza di gas da cucina o di acqua calda per lavarsi.Le autorità israeliane continuano a controllare e a ostacolare fortemente le procedure di evacuazione per motivi di salute di oltre 18.500 persone palestinesi che hanno urgente bisogno di trattamenti medici non disponibili nella Striscia di Gaza, in larga parte a causa della distruzione del sistema sanitario da parte di Israele. Le evacuazioni verso la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sono state quasi del tutto vietate a partire dal 7 ottobre 2023.Da quando, il 2 febbraio 2026, il varco di Rafah è stato parzialmente riaperto, le Nazioni Unite e i loro partner hanno favorito l’evacuazione di 289 palestinesi e delle loro famiglie attraverso quel varco e quello di Kerem Shalom/Karm Abu Salem. Se un groviglio di fattori burocratici e procedurali ha il suo peso nel rallentamento delle evacuazioni, il principale ostacolo è sempre costituito dalle gravi limitazioni e dai ritardi imposti dalle autorità israeliane come l’arbitraria, lenta e vaga procedura di approvazione che causa morti prevenibili ed enormi sofferenze. Le evacuazioni sono state sospese del tutto dopo l’inizio dell’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran.Tra coloro che subiscono le peggiori conseguenze dell’ostruzione delle evacuazioni sono le pazienti oncologiche. Tutte le otto donne colpite da tumori intervistate da Amnesty International hanno dichiarato che le cure sono ostacolate dalla mancanza di forniture come i medicinali per la chemioterapia. Nella Striscia di Gaza non c’è alcun ospedale attrezzato per fare la radioterapia. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha confermato che alcune attrezzature da laboratorio e materiali necessari per fare diagnosi ed esami attraverso immagini sono giudicati “a doppio uso” da Israele e pertanto ne è vietato l’ingresso.L'articolo L’impatto del genocidio israeliano sulle donne e sulle bambine della Striscia di Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.