Governo alla fase finale, ma a sinistra non c’è un programma comune. Parla Palano (Aseri)

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Il motore gira ancora, ma senza accelerazioni. La politica italiana si muove in una zona grigia, dove la tenuta dei numeri convive con l’assenza di slancio. Il centrodestra resta competitivo, ma mostra segni di fisiologico logoramento dopo la batosta referendaria, mentre il centrosinistra appare in ebollizione senza una direzione chiara. Per leggere questa fase sospesa, Formiche.net ha intervistato Damiano Palano, direttore di Aseri, che offre una chiave interpretativa netta sui rapporti di forza e sulle prospettive politiche dei prossimi mesi.Professor Palano, che stato di salute ha oggi il centrodestra?Lo stato di salute nel Paese è relativamente stazionario. In Parlamento mi sembra un po’ meno buono. Il governo Meloni è arrivato a una fase di chiusura: resta da capire quando si concretizzerà davvero, se tra un anno e mezzo o prima.Quindi siamo già nella fase finale della legislatura?Sì, la sensazione è quella. Anche gli eventuali rimpasti saranno funzionali più alla campagna elettorale che a rilanciare l’azione di governo. Non vedo entusiasmo nel mettere in campo nuovi progetti.Eppure il consenso elettorale tiene, nonostante tutto.Il consenso del centrodestra rimane stabile, nonostante l’esito referendario. Il fronte del no è riuscito a mobilitare più elettori rispetto al centrodestra, ma questo non significa automaticamente uno spostamento significativo di voti.Quanto pesa, in questo quadro, il tema della legge elettorale che domani si incardinerà alla Camera?Molto. Ma non è detto che al governo convenga cambiarla. C’è poi un elemento istituzionale: il Presidente della Repubblica difficilmente scioglierebbe le Camere con questo assetto elettorale, anche per evitare rischi di immobilismo, soprattutto in una fase delicata tra legge di bilancio e scenario internazionale.Quindi una riforma potrebbe essere l’ultima carta del governo?Potrebbe essere una delle poche cose che il governo porta a casa. Non sarebbe la prima volta che una legge elettorale viene approvata con i voti della sola maggioranza.Che fine ha fatto il premierato?Ha avuto un percorso molto complicato. La vittoria del No al referendum sulla giustizia ne ha definitivamente azzerato le chance di approvazione. Una pietra tombale.Spostiamoci sul centrosinistra. C’è molto entusiasmo ma sui fondamentali ancora la quadra fatica a scorgersi. Dalla leadership al programma condiviso. Come la vede?Una fase di grande effervescenza, ma anche molto confusa. Non c’è una coalizione definita, non c’è un programma comune, non c’è una linea condivisa sulla politica estera. E manca anche un leader, così come il metodo per sceglierlo.Le primarie possono essere la soluzione, oppure restano un tabù?In questo momento no. Sono state evocate in modo provocatorio da Conte, anche per mettere in difficoltà Schlein. Ma senza un programma comune, Pd e Movimento 5 Stelle non possono seriamente parlare di primarie.Alla fine emergerà una leadership?Si andrà probabilmente verso un papa straniero. Schlein non ha il profilo del candidato premier, Conte è divisivo e difficilmente raccoglierebbe il consenso dei riformisti. Il problema è che le personalità credibili sono in gran parte già bruciate. E resta aperto il nodo della politica estera.Che ruolo possono giocare Calenda e Marattin?È difficile fare previsioni. L’obiettivo sarà quello di essere l’ago della bilancia. Con un sistema proporzionale potrebbero ritagliarsi uno spazio, ma si tratta di un elettorato molto difficile: più capace di far perdere qualcuno che di far vincere qualcun altro.Infine, Forza Italia: che fase attraversa?Ha mantenuto uno zoccolo duro. Più di qualcuno attribuisce questa parte di merito a Tajani, che ha preservato un’identità riconoscibile. L’elettorato è in calo, ma resta solido. E in questo caso il fattore famiglia non è un dettaglio.