Shorsh Surme – Con il passare dei giorni della guerra israelo americana contro l’Iran, le opzioni per gli aggressori, che inizialmente nutrivano ambizioni elevate di cambio di regime a Teheran, si stanno rapidamente riducendo. Ora sono sprofondati in una disperata ricerca di un risultato che consenta loro di ritirarsi dal pantano prima che si trasformi in un “nuovo Vietnam”. Il presidente alla Casa Bianca teme le ripercussioni economiche della sua avventura militare, che potrebbero interrompere prematuramente lo slancio del suo mandato, soprattutto considerando il rischio di perdere il controllo sui prezzi globali dell’energia. In questo contesto, le dichiarazioni del vicepresidente statunitense J.D. Vance rivelano ciò che il suo capo, Donald Trump, sta cercando di nascondere e di presentare come un cambio di strategia. In un’intervista pubblicata oggi, sabato, Vance ha affermato che “il presidente Trump permetterà che la guerra continui per un breve periodo, per assicurarsi che non dovremo tornarci troppo a lungo”. Ha inoltre aggiunto che “tutti gli obiettivi militari definiti per l’operazione in Iran sono stati raggiunti”. Queste parole non descrivono un’operazione militare meticolosamente pianificata e conclusa, ma rappresentano piuttosto un’ammissione implicita del fatto che gli Stati Uniti non sono più in grado o non sono più disposti a proseguire la guerra fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati, obiettivi che contrastano apertamente con la realtà sul campo. Non si tratta quindi di una vittoria, ma di un tentativo di “gestire la sconfitta”, mascherando il ritiro con una patina propagandistica che suggerisca un trionfo, eludendo così le responsabilità di una guerra divenuta un pesante fardello per l’amministrazione americana e per il suo presidente. Ciò che Vance e Trump stanno facendo ora è ridimensionare deliberatamente il concetto stesso di “vittoria”. Gli obiettivi con cui la guerra è iniziata, cambio di regime, smantellamento del programma nucleare, sottomissione dello Stato iraniano, non sono stati raggiunti. Di fatto, Teheran emerge dal conflitto con l’immagine di una “resistenza vittoriosa”, avendo resistito alla superpotenza americana nonostante i danni subiti. Nella mentalità americana, la “vittoria” viene ora ridotta a qualsiasi risultato che consenta un ritiro. Non si tratta di una strategia militare, ma di una “gestione della crisi d’immagine” per un presidente che teme che la sua guerra lampo si trasformi in un nuovo Vietnam, con conseguenze potenzialmente devastanti nelle prossime elezioni di metà mandato. Se questo scenario si concretizzasse, potrebbe addirittura portare alla caduta di Trump mentre è ancora in carica. Quando Vance afferma che gli obiettivi sono stati raggiunti, non descrive una realtà militare, ma costruisce una “narrazione di uscita” per giustificare un fallimento strategico. Il vero dilemma, che smaschera la falsità della narrazione dell’amministrazione, emerge rispondendo a una domanda centrale a cui nessuna propaganda può dare risposta: cosa accadrebbe se gli Stati Uniti si ritirassero, come suggerisce Vance, mentre lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso?Tre scenari possibili:1. Ritiro con lo Stretto ancora chiuso Sarebbe una vittoria strategica totale per l’Iran e un’ammissione americana di incapacità nel garantire la libertà di navigazione, divenuta l’obiettivo principale della guerra dopo la chiusura dello Stretto. I prezzi del petrolio non diminuirebbero, anzi aumenterebbero ulteriormente. La sconfitta sarebbe clamorosa. 2. Tentativo di forzare l’apertura dello Stretto Implicherebbe un’escalation militare che Washington potrebbe non essere disposta a sostenere. Prolungherebbe la guerra, aumenterebbe le perdite e trascinerebbe gli Stati Uniti in un pantano iracheno afghano ancora più pericoloso. 3. Accordo segreto con Teheran L’amministrazione potrebbe offrire concessioni riservate all’Iran in cambio dell’apertura dello Stretto, presentando poi il risultato come una vittoria. In realtà, significherebbe che è l’Iran a dettare le condizioni. Di fronte a questo dilemma, Vance tenta di semplificare la situazione, ma i mercati e le dinamiche geopolitiche seguono logiche proprie. L’arteria energetica globale non si stabilizza con le illusioni, ma con forniture sicure. Qualsiasi dubbio sulla stabilità manterrà i prezzi alti, indipendentemente dalle dichiarazioni della Casa Bianca. L’affermazione di Vance secondo cui l’aumento dei prezzi dell’energia è “temporaneo” è un tentativo di normalizzare, agli occhi degli americani, i fallimenti economici derivanti dalla guerra. Cerca di presentare il ritiro come un’“opzione strategica”, quando in realtà rappresenta una resa alle esigenze della sopravvivenza politica. L’economia americana è il vero “punto debole” colpito strategicamente, e il ritiro equivale ad ammettere che il costo della guerra ha superato i benefici. La frase di Vance, “Non dovremo tornare lì per molto tempo”, è un’ammissione dell’incapacità dell’amministrazione di ottenere una vittoria decisiva. È un tentativo di guadagnare tempo per trovare una via d’uscita, ma l’Iran riconosce questa debolezza e la sfrutta per consolidare i propri successi. Teheran ha sempre sostenuto che l’inizio di una guerra da parte degli Stati Uniti non implica la capacità di controllarne la fine. Gli Stati Uniti si trovano oggi davanti a due scelte difficili: continuare una guerra senza fine, con costi economici e politici crescenti, oppure ritirarsi senza aver raggiunto gli obiettivi, rivelando la debolezza della deterrenza americana e danneggiando i propri interessi regionali e globali. L’amministrazione Trump tenta ora di promuovere una terza opzione illusoria: il ritiro accompagnato da uno spettacolo mediatico che suggerisca la vittoria. Ma la storia, i mercati e l’Iran non si lasceranno ingannare dalla retorica. L’unica domanda che i prossimi giorni chiariranno sarà: chi si ritira per primo? E chi detta le condizioni sul campo? Quando la guerra diventa uno strumento di pubbliche relazioni, il ritiro si trasforma in sconfitta e le dichiarazioni di vittoria diventano menzogne che non resistono alla realtà dello Stretto e ai prezzi globali del petrolio.