14 dollari: il prezzo pagato da un'azienda di Intelligenza artificiale per alcuni video di piedi umani che camminano per strada; 50 centesimi al minuto, il compenso offerto da Neon Mobile a chi vende le proprie chiamate telefoniche. Prima di toglierci definitivamente il lavoro, l'intelligenza artificiale ce lo sta dando: in tutto il Pianeta migliaia di persone stanno addestrando i modelli di IA per qualche decina o centinaio di dollari, vendendo la propria immagine, le proprie conversazioni e i propri video privati.Il Guardian ha indagato il lato oscuro di questa pratica sempre più frequente, che dietro l'illusione di soldi facili nasconde insidie ben più profonde che riguardano la nostra privacy futura.. Dall'India agli USA: la mappa dei nuovi operai dell'IASudafrica, India, Stati Uniti: gli addestratori di IA intervistati dal Guardian vivono in ogni angolo del globo, soprattutto nei Paesi meno sviluppati dove un compenso di pochi dollari può garantire la spesa di una settimana.Con gli oltre 100 dollari al mese che guadagna caricando tracce audio della propria voce e dando accesso a Silencio (un'app che raccoglie dati audio per addestrare l'IA) al microfono del proprio smartphone per registrare i suoni ambientali, il ventiduenne indiano Sahil Tigga mangia per un mese. Ramelio Hill, diciottenne di Chicago, ha invece venduto per qualche centinaio di dollari ore di conversazioni private con familiari e amici a Neon Mobile.Ma qual è il prezzo nascosto di questi lavoretti "per arrotondare"?. Il volto e la voce in ostaggio dei botBisogna innanzitutto capire che l'addestratore è solo un lavoro a breve – brevissimo – termine, con zero prospettive future: nasce in risposta a una momentanea siccità di dati, come la definisce il Guardian, e finirà non appena il sistema si sarà reidratato. Le conseguenze per gli addestratori, però, potrebbero essere molto più durature.. Su alcune piattaforme i contratti sono irrevocabili e non prevedono royalties: un audio di 20 minuti può alimentare un bot per anni senza che l'addestratore venga pagato un centesimo in più; il suo volto potrebbe finire in un database di riconoscimento facciale o in una pubblicità dall'altra parte del mondo.Secondo Jennifer King, esperta di privacy dei dati allo Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, la cosa preoccupante è che le piattaforme non chiariscono come e dove verranno utilizzati i dati degli utenti: «i consumatori rischiano che i loro dati vengano riutilizzati in modi che non gradiscono, non hanno compreso o non si aspettavano».. Oltre le clausole: il deepfake "sfuggito di mano"Anche quando si riescono a ottenere maggiori tutele, il rischio è sempre dietro l'angolo. È emblematico il caso di un attore di New York, Adam Coy, che nel 2024 aveva venduto la propria immagine per 1.000 dollari a Captions, un editor video basato sull'IA: il contratto garantiva che la sua identità non venisse usata per scopi politici, per pubblicizzare alcol, tabacco o pornografia, e che la licenza scadesse dopo un anno.. Tutte condizioni rispettate: peccato che qualche tempo dopo i suoi amici iniziarono a inviargli dei reel Instagram nei quali il suo deepfake pubblicizzava integratori medici non verificati per donne in gravidanza e in postparto. Da quel momento Coy non ha più venduto la propria immagine, ma non lo escluderebbe se gli venisse offerto un compenso molto alto. E voi, vendereste la vostra identità al miglior offerente?.