di Francesco Pontelli – Quando una potenza economica e nucleare decide di avviare un processo di espansione della propria ingerenza politica, economica e militare, elabora strategie complesse, anche attraverso alleanze funzionali al conseguimento dei propri obiettivi. Soprattutto, valuta e sfrutta le opportunità offerte dalla tempistica determinata dalle scelte degli altri protagonisti dello scenario geopolitico. In ambito politico ed economico, l’Unione Europea ha rappresentato negli anni un alleato ideale per la superpotenza cinese, favorendo l’espansione dei prodotti a basso costo e, soprattutto nell’ultimo decennio, nel settore automotive. In questo contesto, il Green Deal europeo ha finito per fornire anche un sostegno indiretto all’industria automobilistica cinese. Parallelamente Xi Jinping rivendica da tempo l’annessione, o “riunificazione”, di Taiwan, considerata una regione cinese dalla leadership di Pechino. Fino a pochi anni fa, l’intelligence internazionale riteneva che un’eventuale invasione non potesse avvenire prima del 2030, quando la Cina avrebbe raggiunto un adeguato livello di potenza militare. Tuttavia, le più recenti esercitazioni hanno mostrato come questo traguardo possa essere raggiunto già nel 2027. Dal punto di vista strategico, quando uno Stato intende annettere un territorio attraverso un’azione militare, la migliore opportunità si presenta quando gli alleati dell’obiettivo risultano indeboliti, magari perché impegnati in altri teatri di conflitto. È quanto sembra accadere oggi, con gli Stati Uniti coinvolti in Medio Oriente in un conflitto impopolare, costoso e privo di un chiaro orizzonte temporale. I primi effetti sono già visibili, anche nello spostamento di asset militari dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, a sostegno di un apparato militare messo sotto pressione dalla risposta iraniana. Un’opportunità ulteriormente rafforzata dall’isolamento politico degli Stati Uniti, dovuto anche al mancato pieno appoggio dell’Unione Europea, che in questa fase finisce, indirettamente, per favorire ancora una volta le strategie cinesi, come già accaduto nella transizione elettrica della mobilità. Nella prospettiva di un ulteriore impiego di forze di terra in Iran, questa debolezza appare ancora più evidente e rappresenta una condizione strategica particolarmente favorevole per la Cina. La posizione dell’amministrazione Trump risulta così ulteriormente indebolita: impegnata direttamente nel conflitto mediorientale, appare meno in grado di monitorare e contenere le mosse militari di Pechino, pur essendo gli Stati Uniti il principale alleato di Taiwan. In altre parole, non sorprenderebbe se la Cina, nelle prossime settimane, sfruttando questa fase di debolezza del suo principale antagonista, decidesse di avviare un’azione improvvisa e rapida contro Taiwan. Si tratterebbe di uno scenario geopolitico estremamente grave, ma coerente con una dinamica strategica che potrebbe emergere da un contesto segnato da errori, sottovalutazioni e scelte politiche controverse. Le conseguenze, in tal caso, sarebbero profonde e durature per l’intero equilibrio globale.