La Procura di Cosenza aveva chiesto 8 anni di reclusione per sequestro di persona. Ma al termine del processo, celebrato con il rito abbreviato, la gup Letizia Benigno ha condannato a 5 anni e 5 mesi di carcere Rosa Vespa, la donna che il 21 gennaio 2025 aveva rapito dalla clinica privata “Sacro cuore” di Cosenza la piccola Sofia, una neonata di appena un giorno. Oltre a una pena inferiore rispetto a quella auspicata dal pm Antonio Bruno Tridico, il giudice ha concesso le attenuanti generiche all’imputata che, in seguito a una perizia psichiatrica, è stata dichiarata capace di intendere e di volere.Attualmente ai domiciliari, Rosa Vespa è stata condannata, inoltre, al pagamento di una provvisionale di 15mila euro ai genitori della neonata rapita che si sono costituiti parte civile nel processo.Per la dinamica del sequestro e per le poche ore di vita della neonata, l’anno scorso la vicenda aveva creato molto scalpore nella città calabrese. Il rapimento lampo si era concluso, in un primo momento, con l’arresto anche del marito di Rosa Vespa, Moses Omogo, un uomo nigeriano la cui posizione è stata subito archiviata perché risultato del tutto estraneo al sequestro. In realtà anche lui può essere considerato una vittima perché ha scoperto dalla squadra mobile di Cosenza di non essere il padre di “Ansel”, il bambino (che però era una bambina) che, assieme alla moglie Rosa, aveva appena portato a casa.Per comprendere bene la storia occorre partire dal maggio 2024 quando l’imputata ha iniziato a simulare una gravidanza ingannando il marito e i familiari. A questi raccontava di sottoporsi alle regolari visite mediche e, addirittura, indicava una data presunta del parto. Che sarebbe avvenuto tra l’8 e il 9 gennaio. Quella notte Rosa Vespa aveva riferito a Moses di trovarsi in clinica ma, in realtà, aveva preso una stanza all’hotel Royal, poco distante dal “Sacro Cuore”. Da lì, con il suo cellulare, l’imputata “aggiornava l’Omogo in merito alle fasi precedenti al parto – si legge nelle carte – comunicandogli poi la nascita del bambino”. Sul suo telefono, infatti, gli investigatori hanno verificato un “download di due immagini raffiguranti un bambino appena nato, sorretto dai sanitari ed in parte coperto di sangue”. Foto finte e inoltrate ai familiari “ai quali diceva che sia lei che il bambino avevano contratto il Covid e che pertanto, i sanitari non le consentivano di ricevere visite”.La sera del 9 gennaio Rosa rientra a casa ma, ovviamente, senza il figlio che “sarebbe stato trattenuto ancora per qualche giorno dai sanitari”. Il 21 gennaio “la farsa orchestrata ed ordita per circa nove mesi” arriva al culmine: “Rosa aveva ormai perso il controllo, non essendo più in grado di inventare pretestuose giustificazioni con i suoi familiari in merito alla sorte del neonato”.Accompagnata dal marito inconsapevole e “vittima degli inganni della moglie”, quindi, la donna si presentò in clinica fingendosi un’operatrice sanitaria. Entrò in una stanza, prese la neonata con la scusa di doverla cambiare e uscì coprendola con il giubbino per non farsi notare. All’ingresso c’era il marito, completamente ignaro, convinto di andare a prendere il figlio appena nato per portarlo a casa dove ad attenderlo c’erano gli altri familiari. Tre ore dopo la festa è stata interrotta dall’arrivo della polizia che, all’improvviso, ha svelato il castello di bugie messo in piedi da Rosa Vespa, precipitata in quella che lei stessa, dopo l’arresto, aveva descritto come “una situazione di forte disagio psicologico” in cui, a 52 anni, si sentiva una “donna a metà” perché non era riuscita a realizzare “il suo sogno di avere una bella famiglia e dei figli”.Ritornando alla sentenza, il suo difensore, l’avvocatessa Teresa Gallucci, si ritiene “molto soddisfatta”. “Soprattutto – dice – a fronte della richiesta molto alta che non ci aspettavamo, visto tutta una serie di circostanze. Il giudice ha riconosciuto le attenuanti prevalenti sulle contestate aggravanti e quindi si è determinata in questi termini”. Soddisfatta è anche il legale che ha assistito i genitori della piccola Sofia, l’avvocata Chiara Penna secondo cui “è una sentenza giusta ed equilibrata. Per i genitori è la fine di un incubo, adesso aspettiamo il procedimento che ancora è in piedi per l’eventuale responsabilità della clinica”.L'articolo Rapì una neonata di pochi mesi da una clinica a Cosenza: Rosa Vespa condannata a 5 anni e 4 mesi per sequestro di persona proviene da Il Fatto Quotidiano.