Meloni punta sull’Algeria per gas e sicurezza energetica, ma il terreno politico è tutt’altro che solido

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Lo Stretto di Hormuz è in fiamme, ma a Roma l’allarme vero suona qualche centinaio di chilometri più a ovest. Mentre le petroliere restano bloccate tra Iran e Golfo, il governo Meloni ha già scelto la sua via di fuga: non guarda a Bruxelles né al Nord Europa, ma ad Algeri. Non si tratta più solo di “diversificare dal gas russo”. L’Algeria è diventata il pilastro della sicurezza energetica italiana, il perno del Piano Mattei, il corridoio attraverso cui l’Italia prova a ridefinire il proprio ruolo nel Mediterraneo.La Presidente del Consiglio ha effettuato una visita istituzionale in Algeria il 25 marzo 2026 e la missione ha consolidato il ruolo dell’Algeria come primo partner commerciale dell’Italia in Africa, con il 35-40% del fabbisogno nazionale e un interscambio che ha raggiunto i 12,9 miliardi di euro nel 2025.Ma questo pilastro poggia su un terreno politico tutt’altro che solido: l’Algeria è uno Stato autoritario, con istituzioni illiberali e un sistema politico chiuso. Fingere che sia un partner “neutrale” e affidabile alla stregua di una democrazia europea è la rimozione di fondo della politica estera di Giorgia Meloni.Il Transmed è l’infrastruttura che ha reso possibile questa svolta: un gasdotto che dalla regione di Hassi R’Mel attraversa la Tunisia e arriva in Sicilia, con una capacità sufficiente a coprire una quota rilevante del fabbisogno nazionale. Nell’architettura energetica post-Ucraina, questo “tubo” ha permesso a Roma di comprimere rapidamente le importazioni da Mosca, sostituendole con volumi crescenti da Algeri, dentro accordi quadro che hanno rafforzato Eni e legato a doppio filo Sonatrach al mercato italiano.Il grande vantaggio di Transmed, nella lettura di Palazzo Chigi, è duplice: stabilità fisica del flusso (un gasdotto è meno esposto ai rischi militari e politici delle rotte marittime) e minori costi rispetto al Gnl che deve attraversare mezzo mondo in nave. In un contesto in cui Hormuz è diventato sinonimo di vulnerabilità, il gasdotto nordafricano appare come l’assicurazione energetica ideale. Ma qui sta il nodo: quando la sicurezza energetica viene “esternalizzata” a un unico partner illiberale, il rischio non è solo tecnico. Spostare la dipendenza da Mosca e dal Golfo verso Algeri non significa eliminarla: significa ridefinirla.La missione di Meloni si è mossa quindi tra urgenza e calcolo geopolitico. L’Algeria resta l’interlocutore più strategico per l’Italia, ma il quadro non è privo di insidie: spazi di manovra ridotti, prezzi elevati sul mercato spot, competizione con altri acquirenti europei. L’esito delle trattative non è garantito, anche se Roma può contare su una relazione consolidata con Algeri.Il racconto ufficiale del governo e di parte del mondo industriale tende a presentare l’Algeria come un partner principalmente “tecnico”: un grande produttore di gas, con cui si negoziano volumi, prezzi, investimenti. Questa riduzione a soggetto economico è comoda, perché consente di mettere tra parentesi la natura del sistema politico algerino: una repubblica formalmente pluripartitica, ma dominata da un establishment civico-militare, con spazi ristretti per l’opposizione, una stampa sotto pressione e margini ridotti per società civile e movimenti sociali. In questo contesto, fare dell’Algeria la “cassaforte energetica” dell’Italia significa, volente o nolente, scommettere sulla continuità di quell’assetto di potere.L’idea che la cooperazione economica possa gradualmente “liberalizzare” il sistema non ha, finora, solide basi: il rischio casomai è l’opposto, che siano le esigenze energetiche europee a rafforzare, per vie indirette, l’architettura autoritaria. La politica estera di Meloni verso il Nord Africa – e verso l’Africa in generale – si caratterizza per una gerarchia molto chiara: prima sicurezza (energetica e migratoria), poi stabilità dei regimi partner, molto più in basso tutto il resto come democrazia e stato di diritto. L’Algeria rientra perfettamente in questo schema.L’Algeria non è un fornitore qualsiasi, è un attore regionale con una propria agenda, un regime che usa il gas come garanzia strategica verso l’Europa e come strumento di gestione interna. Ancorare a questo attore la sicurezza nazionale italiana per i prossimi decenni è una scelta comprensibile in termini di realpolitik, ma che meriterebbe un dibattito molto più trasparente nel Paese. Perché, se oggi la priorità è riempire gli stoccaggi e tenere bassi i prezzi, domani la domanda sarà inevitabile: che cosa avremo accettato – in termini di diritti – in cambio di quella sicurezza?L'articolo Meloni punta sull’Algeria per gas e sicurezza energetica, ma il terreno politico è tutt’altro che solido proviene da Il Fatto Quotidiano.