Etiopia. Abiy Ahmed Ali punta ad Assab per l’accesso al mare

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di Antonio Tomassetti – Il 1 settembre 2025 il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali ha definito la perdita dell’accesso etiope al Mar Rosso, conseguente all’indipendenza dell’Eritrea, come un «errore storico». Poche settimane dopo, il 21 settembre, il Capo di Stato maggiore delle Forze armate etiopi, feldmaresciallo Birhanu Jula, ha dichiarato alle truppe che l’Etiopia sarebbe stata pronta a combattere contro lo Stato che le aveva negato l’accesso al mare, in un chiaro riferimento all’Eritrea. Alla fine di agosto, il responsabile della diplomazia militare delle forze di difesa etiopi, maggior generale Teshome Gemechu, ha affermato che la rivendicazione etiope sul porto di Assab rappresenta «un interesse di sopravvivenza per cui vale la pena pagare qualsiasi prezzo». A queste dichiarazioni si sono aggiunte le parole del ministro degli Esteri Gedion Timothewos, che ha accusato l’Eritrea di interferenze nella politica interna etiope, sostenendo che Addis Abeba disporrebbe di motivazioni sufficienti per un eventuale conflitto e mettendo in discussione la piena legittimità statale eritrea. La retorica si è ulteriormente inasprita quando, sulla piattaforma X, il ministro dell’Informazione eritreo ha accusato la leadership etiope di irredentismo e di promuovere una sorta di «manifesto di guerra», sottolineando invece come il ricorso al conflitto dovrebbe rappresentare una linea rossa da non oltrepassare.Per comprendere le radici di tali tensioni è necessario uno sguardo retrospettivo. Nel 1950 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 390A(V), che stabiliva la creazione di una federazione tra Eritrea ed Etiopia, garantendo alla prima un’ampia autonomia amministrativa e politica. Tale assetto ebbe però vita breve: sotto l’imperatore Hailé Selassié il governo etiope ridusse progressivamente l’autonomia eritrea fino all’annessione formale del territorio nel 1962, decisione considerata da molti osservatori come una violazione dello spirito della risoluzione ONU. Durante il periodo di unione, il porto di Assab gestiva tra il 60% e l’80% del commercio marittimo etiope, mentre Massawa copriva gran parte del traffico restante, rendendo i porti eritrei infrastrutture essenziali per l’economia etiope.Con l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, l’Etiopia divenne lo Stato senza sbocco al mare più popoloso al mondo. Con un territorio di oltre 1,1 milioni di km² e una popolazione superiore ai 120 milioni di abitanti, il Paese si trovò a dover riorientare la propria strategia commerciale in un sistema economico globale in cui circa il 90% del commercio internazionale viaggia via mare. L’assenza di accesso diretto ai porti rappresentò quindi una sfida strutturale per lo sviluppo nazionale.La successiva guerra di confine tra Etiopia ed Eritrea (1998–2000) portò alla completa chiusura dei porti eritrei agli interessi etiopi. Addis Abeba si rivolse pertanto a Gibuti, che oggi gestisce circa il 90% del commercio estero etiope. Tale dipendenza comporta costi stimati nell’ordine di oltre un miliardo di dollari annui in tariffe portuali e logistiche, oltre a una significativa vulnerabilità strategica. Il collegamento principale tra il porto di Gibuti e Addis Abeba, l’asse stradale e ferroviario che attraversa la regione Afar, rappresenta infatti un’infrastruttura critica potenzialmente esposta a instabilità e conflitti locali. Durante la guerra del Tigré (2020–2022), il TPLF è stato accusato di operazioni mirate al controllo di snodi viari strategici lungo questo corridoio logistico.Prima di ricorrere a posizioni più assertive, l’Etiopia ha tentato nel tempo diverse soluzioni diplomatiche e commerciali per diversificare il proprio accesso al mare, cercando al contempo una normalizzazione dei rapporti con l’Eritrea. In questo contesto si colloca il processo di riconciliazione promosso da Abiy Ahmed, che gli valse il Premio Nobel per la Pace nel 2019. Dal 2023 Addis Abeba ha intensificato la ricerca di accessi marittimi alternativi. Tra le opzioni discusse figurano lo sviluppo del corridoio verso il porto keniano di Lamu, rallentato però da difficoltà infrastrutturali e finanziarie, e il tentativo di ottenere diritti di utilizzo a lungo termine del porto di Berbera nel Somaliland. Quest’ultimo progetto prevedeva una concessione pluridecennale in cambio di riconoscimento politico e partecipazioni economiche, ma è stato bloccato dall’opposizione feroce del governo federale somalo. La crisi diplomatica risultante ha richiesto una mediazione internazionale, facilitata dalla Turchia nel 2024.Lo status quo regionale ha iniziato a mutare in seguito alla conclusione della guerra del Tigray (2020–2022), quando il TPLF (Tigray People’s Liberation Front, Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray) si è frammentato in due correnti distinte. Una fazione ha accettato il processo di pace con il governo federale etiope, aderendo agli accordi negoziati per la normalizzazione del conflitto; un’altra, al contrario, ha giudicato tali intese sfavorevoli e ha progressivamente assunto posizioni più vicine all’Eritrea. Questa dinamica ha contribuito ad aggravare le già fragili relazioni tra Addis Abeba e Asmara.L’8 febbraio 2026 il ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos ha accusato l’Eritrea di sostenere gruppi armati operanti in Etiopia, affermando che «le incursioni delle truppe eritree in profondità nel territorio etiope non costituiscono semplici provocazioni, bensì veri e propri atti di aggressione». Nella medesima comunicazione ufficiale è stato richiesto il ritiro immediato delle forze eritree e la cessazione di ogni forma di cooperazione con gruppi armati non statali. Lo stesso ministro ha inoltre dichiarato che gli sviluppi più recenti indicherebbero una «ulteriore escalation», citando presunte manovre militari congiunte tra forze eritree e gruppi armati etiopi in prossimità del confine nord-occidentale.Va tuttavia osservato che già dal 2023 il primo ministro Abiy Ahmed aveva più volte evocato la questione dell’accesso al porto di Assab in termini strategici, lasciando intendere la possibilità di un confronto anche militare. Le dichiarazioni più recenti del ministro degli Esteri sembrano però suggerire un ulteriore deterioramento del quadro bilaterale e un possibile superamento del precedente equilibrio di tensione controllata.In questo contesto si inseriscono anche le affermazioni del feldmaresciallo Birhanu Jula, il quale il 25 ottobre ha posto la questione in termini demografici e strategici: «La nostra popolazione è ora di 130 milioni e crescerà fino a 200 milioni nei prossimi 25 anni. Come è possibile che gli interessi di due milioni di persone prevalgano su quelli di 200 milioni?». Tale retorica evidenzia come il tema dell’accesso al mare venga sempre più presentato come questione di interesse nazionale vitale.Quali traiettorie evolutive può assumere la crisi attuale? È plausibile una de-escalation militare, oppure esiste il rischio di un confronto armato diretto tra Etiopia ed Eritrea? E, in tale eventualità, quali scenari potrebbero delinearsi?Dal punto di vista geografico-strategico, il porto di Assab si trova a meno di 90 km in linea d’aria dal confine etiope, elemento che ne accresce la rilevanza nelle valutazioni strategiche di Addis Abeba. La prossimità geografica, tuttavia, non equivale automaticamente a vulnerabilità operativa: fattori quali morfologia del territorio, capacità difensive, logistica e costi politici internazionali incidono in modo determinante su qualsiasi ipotesi militare. Sotto il profilo demografico ed economico, l’Etiopia dispone di un significativo vantaggio relativo rispetto all’Eritrea, sia in termini di popolazione sia di dimensione economica. Ciò nonostante, la superiorità quantitativa non garantisce esiti rapidi o privi di costi, soprattutto in contesti caratterizzati da elevata mobilitazione nazionale, leva prolungata e forte controllo statale, come nel caso eritreo. La letteratura sui conflitti asimmetrici mostra come Stati più piccoli possano sostenere strategie difensive prolungate capaci di aumentare i costi politici e militari per l’attore più forte.Nel più favorevole degli scenari orientati alla prevenzione del conflitto, sarebbe necessaria la convergenza di più dinamiche di pressione e deterrenza. Tra queste rientrerebbe il ruolo residuale delle milizie legate al TPLF, la cui interazione con l’Eritrea potrebbe contribuire a innalzare i costi di un’eventuale escalation. Parallelamente, la dimensione regionale, inclusi i rapporti di Asmara con Somalia ed Egitto, potrebbe tradursi in forme di pressione diplomatica o di bilanciamento strategico. Il governo di Etiopia attribuisce inoltre rilevanza prioritaria sia alla questione dell’accesso al Mar Rosso sia allo sviluppo della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), infrastruttura che conferirebbe ad Addis Abeba una significativa leva geopolitica nei confronti di Sudan ed Egitto. Le controversie legate alla GERD hanno già favorito il coinvolgimento diplomatico degli Stati Uniti, attore con cui l’Etiopia cerca da anni di mantenere un equilibrio relazionale insieme a partner quali Cina, Russia e India. Un’eventuale invasione dell’Eritrea rischierebbe tuttavia di esporre l’Etiopia a sanzioni e a un ridimensionamento della propria autonomia diplomatica, limitandone la capacità di manovra multilaterale e aumentando la dipendenza da specifici partner extra-occidentali.Sul piano strategico, la leadership etiope persegue obiettivi di rafforzamento strutturale dello Stato, sicurezza energetica, accesso portuale e resilienza logistica, più che ambizioni espansionistiche in senso classico. In tale ottica, sia la GERD sia un accesso marittimo diretto ridurrebbero vulnerabilità economiche e pressioni esterne. Per l’Eritrea, un conflitto su larga scala comporterebbe rischi elevati, anche alla luce del suo relativo isolamento internazionale. Sebbene possano esistere convergenze politiche con altri attori regionali, le capacità effettive di sostegno restano condizionate da vincoli interni: l’instabilità cronica somala e le difficoltà economiche egiziane limitano infatti la probabilità di un supporto sostanziale e prolungato.