Su Giorgia Meloni si abbattono le rovine di questo referendum. Più che la sua leadership nel centrodestra sarà in discussione la propria capacità di resistere a palazzo Chigi anche nella prossima legislatura. Fino a ieri (forse fino alle 15 di oggi) la sua personalità è parsa così forte che persino l’opposizione non ha mosso parola quando lei ha spiegato che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta al referendum. Troppo forte lei, troppo diviso e ancora fragile il campo largo.Invece questo risultato non offre solo un giudizio pesante sulla riforma della magistratura ma ha illustrato che gli italiani, quando ritengono che la posta in gioco sia alta, scendono in campo, corrono al voto e decidono. E la quantità di elettori, di molto superiore alle attese, aggiunge sale alle ferite di Giorgia. Le crepe della sua leadership oggi sono evidenti, la sua popolarità è in caduta libera (siamo al 32 per cento di chi apprezza), la sua forza è nettamente ridimensionata.Adesso – ancor prima di fare i conti con il centrosinistra – la presidente del Consiglio deve mettere ordine nel proprio partito dove gli scandali si susseguono e l’ultimo, quello che vede al centro il sottosegretario Delmastro, è di una gravità senza pari. Poi dovrà regolare i patti con gli alleati i cui segni di nervosismo sono già visibili e le dissociazioni saranno prevedibilmente numerose nel prossimo futuro. Infine, ma non per ultimo, Meloni dovrà decidere come posizionarsi con Donald Trump. Il trumpismo si è infatti trasformato nella malattia autoimmune della destra europea, un’infezione cioè. Il costo dell’alleanza con il tycoon americano sta divenendo insopportabile.L'articolo Il volto di Giorgia Meloni sulle rovine di questo Referendum: la sua forza è ridimensionata proviene da Il Fatto Quotidiano.