Non è solo una partita tecnica. È uno scontro politico, culturale e strategico che misura la direzione dell’Europa e, di riflesso, la tenuta dell’Italia. Dall’intelligenza artificiale ai rimpatri, fino agli equilibri interni dopo lo stop alla riforma della giustizia, il filo rosso è uno: chi scrive le regole e con quali valori. Brando Benifei, Presidente della Delegazione Ue-Usa del Parlamento europeo e relatore per i Socialisti e Democratici sull’Omnibus digitale, a Formiche.net mette in fila risultati, fratture e prospettive.Benifei, partiamo dall’AI Act e dal decreto Omnibus: che partita si è giocata a Strasburgo?È stata una partita importante, chiusa con una maggioranza ampia. Siamo riusciti a disinnescare tentativi di deregolamentazione che avrebbero indebolito l’impianto europeo. Erano presenti sia sulla proposta della Commissione sia nel lavoro emendativo da parte della destra ma abbiamo trovato soluzioni con un obiettivo chiaro: garantire trasparenza e tutela per il ruolo delle autorità di controllo e per i cittadini coinvolti dall’uso dei sistemi di intelligenza artificiale.Quali risultati concreti rivendicate?Abbiamo difeso il principio della pubblicità dei sistemi immessi sul mercato, mantenendo l’obbligo di registrazione. Abbiamo introdotto il divieto dei cosiddetti sistemi di nudificazione, una risposta necessaria anche alla luce di casi recenti. Inoltre abbiamo semplificato l’applicazione della normativa per le piccole e medie imprese e rafforzato l’ufficio europeo per l’intelligenza artificiale, che avrà il compito di garantire l’effettiva applicazione delle regole. È stata una semplificazione giusta: meno oneri inutili per le imprese, ma senza arretrare sulle garanzie.La destra europea ha cercato di modificare l’impianto della legge. Ma alla fine l’avete spuntata voi.Sono state respinte le proposte più pericolose, in particolare quelle che puntavano a escludere dall’ambito di applicazione dell’AI Act alcuni utilizzi interni alle aziende o nei rapporti tra imprese. Parliamo di ambiti delicati, come i sistemi che decidono assunzioni o accesso al credito. Togliere tutele lì avrebbe significato lasciare scoperti i cittadini proprio in alcuni dei contesti più sensibili.Resta però un nodo aperto che dovrà essere negoziato con le forze di centrodestra. Il tema della possibile frammentazione della copertura regolatoria. Alcuni vorrebbero spostare parti dell’AI Act su settori specifici, come i dispositivi medici o l’automotive. Noi riteniamo che serva un approccio integrato e sistematico. La settorializzazione rischia di creare incertezza e di aprire spazi per aggirare le norme. Su questo punto tra i governi europei c’è ancora una divisione evidente.Altro fronte caldo: i rimpatri. Lei ha parlato di pagina nera. Perché?Si è creato un blocco di destra che ha approvato una legge che va contro la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. È una scelta che colpisce le persone più vulnerabili, quelle che chiedono asilo. Tutte le forze progressiste e liberali si sono opposte, ma dal Partito popolare europeo fino alle destre più estreme si è formata una maggioranza che smantella di fatto il diritto d’asilo. È una norma che dovrà essere contestata anche sul piano giudiziario.Questo asse tra popolari e destre cambia gli equilibri europei?Il Ppe ha scelto di rompere con noi per inseguire un’alleanza con le destre più radicali. È un passaggio che segna una frattura e che avrà conseguenze anche nei prossimi dossier.Torniamo all’Italia. Dopo la sconfitta del governo sul referendum della giustizia, che scenario si apre?Si apre uno spazio politico che va interpretato. Il cosiddetto campo largo deve partire da quello che ha indicato Elly Schlein: costruire una squadra e soprattutto un programma comune. Serve una sintesi su alcune direttrici fondamentali per presentarsi in modo credibile e raccogliere quel consenso che si è già espresso contro il governo.Leadership e regole della coalizione restano un tema divisivo. Come uscire dall’impasse?Le regole possono essere diverse, ma non sono un tabù. Nei principali Paesi europei è normale che il leader del partito più forte sia il candidato premier. In alternativa ci sono scelte condivise e strumenti come le primarie. È un tema da affrontare senza forzature, ma i punti di partenza restano coesione politica e proposte comuni: senza quelle, qualsiasi schema di leadership è fragile.Politica estera: il centrodestra appare compatto, le forze progressiste meno. Si riuscirà a trovare un punto di caduta nel campo largo?I numeri e i voti raccontano un’altra storia: le differenze nella maggioranza sono profonde, soprattutto sull’Ucraina e più in generale quando entra in gioco il fattore Trump. Fratelli d’Italia (spesso assieme alla Lega) difende posizioni che spesso vanno anche contro gli interessi italiani ed europei. Questo crea imbarazzo nel governo, che appare appiattito e poco capace di tenere una linea coerente.E il campo progressista su questo terreno?C’è spazio per costruire una sintesi solida. Serve un lavoro corale, che tenga insieme sicurezza, sostegno all’Ucraina e autonomia strategica europea. Anche su questo il confronto costruttivo sarà decisivo.Quali sono le priorità su cui costruire questa alternativa?Il Partito democratico ha avviato una campagna di ascolto nei territori e tra le categorie produttive che ha già dato i suoi frutti per ragionare su stipendi, crescita sostenibile, sanità, scuola e università. Ci sono temi emergenti ed esplosivi, come la regolazione e democratizzazione tecnologica, a partire proprio dall’intelligenza artificiale, fino all’urgenza di ridurre i costi energetici. Ora bisogna trasformare questo lavoro in proposte più puntuali, concrete e credibili.