Ascesa cinese e risposte transatlantiche. Così cambia la geografica del farmaco

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Nel giro di meno di un decennio la geografia dell’innovazione farmaceutica globale è cambiata rapidamente. Accanto agli Stati Uniti emerge sempre più chiaramente un secondo hub: la Cina. Secondo uno studio pubblicato su Jama, nel 2015 solo l’8% dei programmi di sviluppo di nuovi farmaci aveva origine in Cina. Nel 2024 la quota è salita al 32,3%. Nello stesso periodo gli Stati Uniti sono passati dal 48,2% al 37,4%. In termini assoluti, i programmi statunitensi sono comunque cresciuti – da circa 5mila a circa 7mila – ma la crescita cinese è stata molto più rapida: da meno di mille progetti a oltre 6mila. Per ora Pechino resta soprattutto un centro di ricerca nelle fasi iniziali, mentre i farmaci più promettenti vengono spesso concessi in licenza e portati sul mercato da grandi aziende farmaceutiche occidentali. Ma diversi osservatori ritengono che questo equilibrio possa cambiare.Un cambiamento con conseguenze profonde“Non dovremmo presupporre che la Cina resterà indietro nelle fasi avanzate di sviluppo”, ha osservato parlando con Axios Lowell Schiller, già funzionario della Food and drug administration durante la prima amministrazione Trump. “È più realistico aspettarsi che prima o poi colmi anche quel divario”. Il cambiamento potrebbe avere conseguenze profonde per l’intero sistema dell’innovazione farmaceutica. Più centri di ricerca e sviluppo potrebbero accelerare la scoperta di nuove terapie e aumentare la concorrenza, con effetti su mercato e accesso ai farmaci.La crescente centralità della Cina pone interrogativi regolatori e industriali. Se una quota crescente di studi clinici venisse condotta in Asia, i regolatori occidentali dovrebbero decidere in che misura accettare dati raccolti su popolazioni diverse. Allo stesso tempo, i pazienti e i ricercatori di Europa e Usa potrebbero avere meno opportunità di partecipare alle prime fasi della ricerca clinica. Un’altra variabile riguarda il prezzo. I costi di sviluppo e produzione farmaceutica in Cina restano inferiori rispetto all’Occidente. Se le aziende cinesi riuscissero a portare i farmaci fino al mercato globale, potrebbero competere anche sul prezzo, mettendo sotto pressione l’attuale modello economico dell’industria biofarmaceutica.Innovazione e sicurezzaIn questo scenario, torna centrale anche il tema della proprietà intellettuale. Se l’innovazione farmaceutica si distribuisce tra più poli globali, la protezione dei brevetti diventa uno degli strumenti con cui gli ecosistemi life science occidentali cercano di preservare gli incentivi alla ricerca. Lo sviluppo di un farmaco richiede investimenti miliardari e cicli di sperimentazione lunghi oltre un decennio. La tutela dell’IP diventa una delle leve attraverso cui Stati Uniti ed Europa possono difendere il modello che sostiene e la ricerca, il tema, dunque, è la sostenibilità stessa dell’innovazione farmaceutica.Innovazione che non è solo mercato ma anche asset strategico, coinvolge biotecnologie avanzate, piattaforme di ricerca e, non da ultimo, dati clinici. E, in un ordine globale sempre più instabile, la capacità di sviluppare e controllare queste filiere diventa una questione di sicurezza nazionale. Ma il nodo critico interessa tutto l’ecosistema, sia negli ambiti ad alta innovazione appena menzionati, sia nei segmenti più a monte delle catene del valore. La dipendenza dalla Cina per numerosi ingredienti chiave – intermedi e principi attivi – utilizzati nella produzione dei farmaci continua infatti a essere considerata un fattore di vulnerabilità.Non solo reshoring, ma anche friendshoringSu quest’ultimo punto, una possibile risposta che sta emergendo nel dibattito politico americano non è soltanto il reshoring delle produzioni più sensibili, ma anche una strategia più ampia di friendshoring. Una dinamica che apre sicuramente una dimensione transatlantica. Gran parte della produzione di principi attivi generici destinati agli Stati Uniti avviene infatti in Europa e in India, ma spesso utilizzando intermedi chimici provenienti dalla Cina. Al contempo, i governi stanno cercando di ridurre questa dipendenza con politiche industriali mirate: dall’Eu Critical Medicines Act ai programmi di incentivi lanciati dall’India per ricostruire capacità produttive domestiche.Marta E. Wosińska, senior fellow presso Brookings Institution, in un’audizione al Congresso americano risalente alla scorsa settimana ha sottolineato: “Senza cambiare i segnali di prezzo, gli acquirenti continueranno a scegliere l’opzione più economica legata alla Cina” suggerendo – con riferimento al caso statunitense – che “dal momento che non avremo risorse finanziarie e capacità sufficienti per riportare negli Stati Uniti tutte le catene di approvvigionamento critiche, è necessario elaborare una strategia per il resto. Per molti farmaci questa strategia è il friendshoring: spostare e rafforzare la produzione nei Paesi alleati che sono già grandi fornitori del mercato americano e che hanno a loro volta interesse a ridurre la dipendenza dalla Cina”. In altre parole, non solo il prezzo più basso ma anche la resilienza della supply chain diventerebbe un criterio nelle decisioni di acquisto. Una logica che punterebbe a rendere sostenibile la produzione nei Paesi alleati, riducendo al contempo le vulnerabilità strategiche.Di fronte a un dibattito politico statunitense fortemente segnato anche dalla spinta a ridurre i prezzi dei farmaci, come nel caso della Most favored nation – che interviene sul prezzo dei prodotti finiti vincolandoli al prezzo più basso praticato in economie comparabili – emerge però un elemento di tensione. Se il criterio dominante diventa il prezzo minimo globale, lo spazio per sostenere produzioni più costose, anche se strategicamente più sicure, tende a ridursi. Sempre nel corso della stessa audizione, Wosinska ha poi invitato il legislatore americano a fornire all’amministrazione “una direzione chiara e strumenti per lavorare con gli alleati nell’espandere il loro ruolo come fornitori di ingredienti critici e prodotti finiti”.