di Giuseppe Gagliano – Quindici anni dopo il congelamento dei beni del regime di Gheddafi, la grande illusione occidentale secondo cui quel patrimonio sarebbe rimasto al riparo da predazioni e manovre opache si è ormai dissolta. La Libyan Investment Authority, nata nel 2006 per custodire e valorizzare la ricchezza petrolifera del Paese, si è trasformata invece in uno dei simboli più eloquenti della dissoluzione dello Stato libico. Non più uno strumento di sovranità economica, ma un contenitore vulnerabile, conteso, manipolato e svuotato pezzo dopo pezzo da reti di potere, clientele politiche e gestioni senza controllo.La questione è cruciale perché la LIA non rappresenta un semplice fondo finanziario. È, o avrebbe dovuto essere, il pilastro patrimoniale della Libia post-Gheddafi, la leva con cui garantire continuità economica a un Paese devastato dalla guerra civile, dalla dualità dei poteri e dall’ingerenza straniera. Invece proprio quel patrimonio, anziché stabilizzare lo Stato, ha finito per rifletterne e amplificarne tutte le patologie.Sulla carta il fondo sovrano libico disponeva ancora, nel 2020, di quasi 63 miliardi di dollari. Ma la cifra, già di per sé imponente, nasconde una frattura decisiva. Solo una parte del patrimonio è davvero sotto gestione attiva, mentre il resto resta congelato, bloccato dal regime sanzionatorio internazionale o impigliato in procedure legali e amministrative. Il paradosso è che proprio gli asset immobilizzati, sottratti cioè alla gestione diretta del sistema libico, hanno spesso conservato o accresciuto il proprio valore; quelli invece amministrati direttamente dalla LIA hanno registrato deprezzamenti, perdite e opacità crescenti.Questa è la fotografia più impietosa del fallimento. Il problema libico non è soltanto la scarsità di risorse o il peso delle sanzioni: è la distruzione della capacità statale di amministrare il patrimonio nazionale secondo criteri di interesse pubblico. Dove lo Stato non riesce più a governare, il capitale diventa preda.Il degrado non si misura soltanto nei numeri, ma nella geografia concreta degli investimenti. A Londra, nel pieno del cuore finanziario europeo, il Jardine House è il monumento perfetto di questa paralisi: un immobile prestigioso, acquistato decenni fa, lasciato vuoto e improduttivo per oltre dieci anni, mentre si accumulano perdite milionarie da mancati affitti e costi di gestione. Qui si coglie un tratto tipico della Libia contemporanea: il patrimonio non viene valorizzato, ma usato come leva di collocazione politica, come premio di fedeltà, come strumento di consolidamento dei clan vicini al potere.In Sudafrica il quadro non cambia. Gli investimenti nel quartiere più ricco di Johannesburg, che avrebbero dovuto garantire redditività e presenza strategica sul continente, si sono trasformati in un pantano legale e finanziario. L’albergo simbolo di questo portafoglio è fermo da anni, mentre un prestito da 110 milioni di dollari non è mai rientrato, senza che ciò producesse correzioni credibili o assunzione di responsabilità. Non è solo inefficienza: è l’assenza di un’autorità capace di imporre disciplina, recuperare crediti e difendere il capitale pubblico.La Liberia offre il ritratto forse più brutale. Qui tre casi diversi raccontano lo stesso schema: investimenti annunciati in nome dello sviluppo, fondi erogati, strutture incompiute o svuotate, benefici finali dispersi dentro reti opache vicine ai vertici politici locali. Il Ducor Hotel, il progetto agricolo Foya Rice, il Pan African Plaza: tre nomi diversi per un medesimo risultato, cioè la conversione di denaro pubblico libico in rendita privata, in dissipazione, in sparizione contabile.Ridurre tutto a una storia interna libica sarebbe un errore. Il punto più interessante e più inquietante è che il dissesto della LIA non si consuma soltanto a Tripoli o a Bengasi, ma lungo reti finanziarie, societarie e giudiziarie internazionali. Londra, Johannesburg, Monrovia non sono luoghi marginali: sono nodi di una globalizzazione opaca nella quale le debolezze di uno Stato fallito vengono assorbite, sfruttate e moltiplicate da intermediari, partner locali, consulenze, joint venture e tribunali esteri.La crisi della LIA dimostra dunque una verità fondamentale della geoeconomia contemporanea: i fondi sovrani dei Paesi fragili non sono semplicemente strumenti di investimento, ma bersagli. Se manca una struttura politica forte, se la catena di comando è lacerata, se la governance è contesa, il capitale all’estero non protegge la sovranità nazionale; la espone. Più il patrimonio è internazionale, più diventa vulnerabile alla cattura da parte di interessi estranei o parassitari.Il caso di OLA Energy è, in questo senso, emblematico. Una rete di distribuzione carburanti attiva in numerosi Paesi africani dovrebbe costituire per la Libia un asset strategico di prima grandezza: proiezione continentale, redditività, influenza commerciale. Invece anche qui il capitale è stato piegato alle logiche della frammentazione del potere. La sostituzione dei vertici con figure riconducibili a reti armate e clientele locali segnala che in Libia l’economia non è più separabile dalla forza coercitiva. Le milizie non presidiano soltanto il territorio: penetrano la struttura economica, ne orientano le nomine, ne condizionano le rendite.Questo è il cuore del problema libico. La guerra civile non produce solo distruzione militare; produce una riconfigurazione predatoria dell’economia. I centri armati, i clan governativi, gli apparati burocratici e le relazioni esterne si saldano in una stessa logica di appropriazione.Anche la comunità internazionale esce male da questa vicenda. Le sanzioni furono pensate per impedire che il patrimonio del vecchio regime venisse usato contro il popolo libico. Ma col tempo quel congelamento si è rivelato un meccanismo incompleto. Ha impedito alcuni movimenti, ma non ha costruito alcuna vera architettura di controllo, trasparenza e rendicontazione. Il risultato è stato ambiguo: una parte dei fondi è rimasta immobilizzata, un’altra è stata gestita in modo oscuro, mentre attorno a entrambe si è sviluppata una zona grigia fatta di licenze, deroghe, contenziosi e amministrazioni discrezionali.La Libia, insomma, non ha perso solo denaro. Ha perso il controllo politico del denaro. Ed è una perdita più grave, perché tocca il nervo della sovranità.La conclusione è semplice e severa. La LIA non appare oggi come lo scrigno della ricostruzione libica, ma come il riflesso perfetto della sua decomposizione. Ogni edificio lasciato marcire, ogni credito mai recuperato, ogni società trasformata in feudo politico racconta la stessa storia: la rendita petrolifera libica continua a esistere, ma non serve più alla Libia. Serve a nutrire reti di influenza, clientele governative, intermediari stranieri e segmenti di élite che prosperano proprio sull’assenza di uno Stato vero.In teoria il fondo sovrano avrebbe dovuto custodire il futuro del Paese. In pratica è diventato una frontiera del saccheggio globale. E finché non esisteranno istituzioni capaci di sottrarre questo patrimonio alla guerra dei clan e alla complicità delle reti internazionali, i miliardi libici resteranno quello che sono oggi: non una riserva di ricostruzione, ma un bottino senza padrone.