Islamabad, il nuovo centro del mondo. Per ora. Scrive Caruso

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Il trentesimo giorno di guerra, mentre i missili continuano a cadere e i mercati petroliferi continuano a tremare, il centro della diplomazia internazionale si è spostato dove pochi avrebbero previsto: Islamabad. Il 29 marzo 2026 i ministri degli esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto si sono riuniti nella capitale pakistana per costruire un formato negoziale che nessun documento ufficiale aveva ancora formalizzato. Non è un’alleanza, non è un’organizzazione, non è un trattato. È qualcosa di più interessante e di più instabile: una coalizione di necessità.Il declino del modello omanitaPer decenni Mascate ha svolto il ruolo di canale discreto tra Washington e Teheran proprio grazie alla sua equidistanza: nessuna rottura diplomatica con l’Iran, nessun coinvolgimento nelle guerre del Golfo, nessuna firma su patti di difesa collettiva. Un piccolo sultanato che vale più della sua dimensione perché non spaventa nessuno. Ma quella stessa neutralità — che era la sua forza in contesti bilaterali a bassa intensità — è diventata un limite strutturale quando la crisi ha assunto dimensioni sistemiche. L’Oman non ha leva militare, non ha peso economico sistemico, non ha un canale diretto con Trump. Può fare da postino tra due parti; non può coordinare un formato multilaterale con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto al tavolo.Il quartetto che si è riunito a Islamabad non è invece una novità improvvisata. Affonda le radici nel vertice straordinario arabo-islamico di Doha del settembre 2025, convocato sull’onda degli strike israeliani su Gaza e Qatar. In quella sede Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita erano già i quattro attori con il maggiore peso militare, demografico e diplomatico. Fu lì che nacque l’idea di un patto di difesa saudita-pakistano, firmato il 17 settembre. Fu lì che si discusse per la prima volta di una forza di sicurezza islamica congiunta. Il formato di Islamabad è la versione esecutiva e ristretta di quella coalizione allargata: non una novità, ma una cristallizzazione. La riunione era originariamente prevista ad Ankara — è stata spostata a Islamabad proprio perché il Pakistan aveva già avviato il canale diretto con Teheran, trasmettendo la proposta americana in 15 punti e ricevendo la risposta iraniana in cinque punti. Mascate, in tutto questo, guardava da fuori.Perché il Pakistan, perché adessoIl cambio di formato — dall’Oman come tradizionale mediatore Iran-Usa al Pakistan come pivot centrale — non è improvvisato. Ha radici strutturali precise. Islamabad possiede una combinazione rara: canali diretti con Teheran costruiti in decenni di vicinato difficile, rapporti profondi con le monarchie del Golfo, e un accesso personale a Donald Trump che il piccolo sultanato omanita non può replicare. Il Field Marshal Asim Munir ha costruito un rapporto diretto con la Casa Bianca. Il Premier Sharif ha parlato con il presidente iraniano Pezeshkian più volte in cinque giorni. Nessun altro attore regionale ha simultaneamente questi due canali aperti.A questo si aggiunge il peso specifico dello Strategic Mutual Defence Agreement firmato con l’Arabia Saudita il 17 settembre 2025 — un patto che impegna entrambi i paesi a trattare qualsiasi aggressione contro uno come aggressione contro entrambi, con un’ambiguità nucleare deliberatamente non risolta che proietta l’ombra dell’arsenale pakistano sul Golfo Persico. La mediazione diventa così necessità, non scelta: Islamabad non può permettersi un Iran ostile al confine occidentale, un Afghanistan instabile a nord, e una crisi con l’India sempre latente a est. Tre fronti aperti simultaneamente sarebbero insostenibili.Una coalizione tenuta insieme dall’interesse, non dalla fiduciaIl quartetto di Islamabad nasconde tensioni profonde. Turchia ed Egitto si sono combattute per procura in Libia fino a pochi anni fa, divise sul ruolo dell’Islam politico nella governance regionale. Arabia Saudita e Turchia hanno visioni incompatibili sull’ordine mediorientale post-americano. L’Egitto dipende finanziariamente da Riad ma ha sempre resistito alla subordinazione strategica completa. Quello che tiene insieme questi quattro attori è una sola variabile: nessuno di loro può permettersi che il conflitto continui. L’Egitto vive del Canale di Suez — se gli Houthi riaprono il fronte sul Bab el-Mandeb, il canale si svuota e l’economia egiziana collassa. La Turchia dipende dal gas del Golfo. L’Arabia Saudita esporta petrolio attraverso Hormuz. Il Pakistan ha bisogno dei petrodollari del Golfo per tenere in piedi i propri conti pubblici. È una coalizione di interessi convergenti, non di visioni condivise. Abbastanza solida per produrre un accordo, troppo fragile per mantenerlo.Hormuz: la geografia che nessuno vuole discutereAl centro di tutto c’è lo Stretto di Hormuz, e al centro di Hormuz c’è una verità geografica che la diplomazia in corso tende a rimuovere: i corridoi di navigazione internazionale designati dall’Imo corrono lungo la sponda omanita, non quella iraniana. La penisola della Musandam — un’exclave dell’Oman incuneata nella punta dello stretto — è l’asset più prezioso di questa crisi, e appartiene a un paese che non ha sparato un colpo e non siede ad alcun tavolo negoziale principale. Mascate tornerà protagonista quando la trattativa scenderà dal livello politico a quello tecnico-legale: nessun accordo sui corridoi, sulle tariffe e sull’enforcement può essere scritto senza la firma omanita.La proposta di un consorzio gestionale tra Turchia, Egitto e Arabia Saudita sul modello del Canale di Suez è politicamente comprensibile ma giuridicamente inconsistente. I tre Paesi non hanno un centimetro di costa su Hormuz. Il combinato disposto degli articoli 26, 42 e 44 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) vieta ai Paesi costieri di imporre tariffe sul transito negli stretti internazionali. Un accordo tariffario richiederebbe una deroga negoziata che riscrive di fatto quella norma — e qui sta il rischio sistemico più sottovalutato dell’intera crisi. Accettare una simile deroga, anche come soluzione d’emergenza temporanea, aprirebbe un vaso di Pandora difficile da richiudere: ogni Stato costiero su uno stretto strategico avrebbe da quel momento un precedente per monetizzare la propria posizione geografica. Il caso più immediato è il Bosforo, dove la Turchia applica già la Convenzione di Montreux del 1936 e non aspetta che un’occasione per rafforzarne la portata. Ma il precedente varrebbe anche per Malacca — attraverso cui transita il 40% del commercio mondiale — e persino per Gibilterra. La libertà di navigazione come diritto consuetudinario non oneroso, pilastro del diritto internazionale dal 1982, non è una norma che si incrina facilmente. Ma le norme che si incrinano raramente si riparano. Israele: la vittoria militare e il vuoto diplomaticoIn questa scacchiera c’è un giocatore assente dai tavoli che conta: Israele. Ha condotto gli strike, ha degradato significativamente il programma nucleare iraniano, ha decapitato la leadership di Hezbollah. Ma non siede a Islamabad, non è nel quartetto, non partecipa al formato che disegnerà l’architettura di sicurezza regionale post-conflitto. Nessuno dei mediatori può sedersi allo stesso tavolo con Tel Aviv senza perdere credibilità con Teheran. Il risultato è paradossale: Israele ha fatto la mossa più potente sulla scacchiera e ora aspetta che altri decidano se quella mossa ha cambiato la partita o ha solo comprato tempo. La vera scommessa israeliana è che un Iran economicamente strangolato imploda prima di ricostruire le proprie capacità. È una scommessa sul tempo. Ed è esattamente il tempo che la diplomazia di Islamabad sta cercando di restituire a Teheran. E mentre i quattro di Islamabad trattano, il tempo scorre — e non scorre per tutti nella stessa direzione.