Il prezzo dell’irrilevanza: L’Europa nel conflitto in Medio Oriente

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di Diego Marenaci –Il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti non ha sorpreso l’Europa soltanto sul piano militare: ne ha esposto l’irrilevanza decisionale. Di fronte a un’architettura di sicurezza ancora dipendente da Washington, ai vuoti giuridici dell’Articolo 42.7 (Tue) e a sistemi di difesa aerea inadeguati alla minaccia drone-missilistica, il Vecchio Continente è chiamato a scegliere tra la retorica dell’autonomia e la costruzione concreta di capacità comuni.La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti iniziata il 28 febbraio scorso con l’Operazione Epic Fury non rappresenta soltanto un altro episodio di instabilità mediorientale. Per l’Europa, essa costituisce il primo stress test reale di un’architettura di sicurezza che per decenni ha potuto permettersi di restare incompleta, coperta dall’ombrello statunitense della NATO e schermata dalla distanza geografica. Quella distanza si è improvvisamente accorciata quando, nella notte tra l’1 e il 2 marzo 2026, un drone di fabbricazione iraniana ha colpito la base della Royal Air Force di Akrotiri, a Cipro, portando per la prima volta la guerra diretta sul suolo di uno Stato membro dell’Ue. L’episodio rivela qualcosa di più profondo di una vulnerabilità militare contingente. Esso mette a nudo le contraddizioni irrisolte di un progetto politico, quello dell’autonomia strategica europea, che continua a essere enunciato come obiettivo senza che vi corrisponda un adeguamento reale delle capacità operative, delle strutture decisionali e della volontà politica necessaria a sostenerlo.La trappola della marginalità: un’Europa che reagisce ma non decideLa prima frattura rivelata dal conflitto è di ordine decisionale. L’Europa non è stata consultata prima dell’avvio delle operazioni USA-Israele contro l’Iran, né ha avuto voce nella definizione degli obiettivi strategici. Ciò non è una novità in assoluto, già al tempo dell’uscita statunitense dal JCPOA nel 2018, Washington aveva agito al di fuori del quadro multilaterale europeo, ma diventa politicamente insostenibile nel momento in cui le ricadute del conflitto raggiungono fisicamente il territorio dell’Unione. Le risposte delle capitali europee hanno rispecchiato, più che una strategia comune, la sommatoria di posizioni nazionali divergenti. Il formato E3 (Francia, Germania, Regno Unito) ha condannato le ritorsioni iraniane senza avallare esplicitamente gli attacchi alleati, in una postura di ambiguità calcolata che riflette tanto il disagio giuridico quanto la dipendenza strutturale da Washington. Il presidente francese Emmanuel Macron ha evocato la necessità di una risposta multilaterale, convocando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU; il cancelliere tedesco Frederich Merz ha riconosciuto pubblicamente un “dilemma” tra la condanna delle violazioni iraniane e il rispetto del diritto internazionale. La Spagna ha invece assunto la posizione più netta, rifiutando il transito militare americano sul proprio territorio, in una scelta che, al di là della sua valenza simbolica, segnala la persistenza di profondi disaccordi sull’identità strategica europea. Particolarmente rivelatrice è stata la reazione della Commissione europea: la portavoce capo Paula Pinho ha chiarito che non erano in corso “discussioni specifiche” sull’attivazione della clausola di mutua difesa, precisando che l’attacco di Cipro aveva colpito una base britannica sovrana, non territorio cipriota in senso stretto. Una distinzione formalmente corretta, ma che nella sua freddezza burocratica rivela quanto l’Ue non disponga ancora di una dottrina operativa per gestire scenari di aggressione che non rientrano nei confini rigidi del diritto dei trattati.Il nodo cipriota: quando il diritto non basta.Il caso di Cipro sintetizza con precisione chirurgica le contraddizioni strutturali dell’architettura di sicurezza europea. L’isola è membro dell’Unione europea ma non della NATO: non può dunque invocare l’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, e lo strumento teoricamente disponibile, ovvero l’Articolo 42.7 Tue, la clausola di mutua difesa europea, non è mai stato attivato nella storia dell’Unione. Nicosia ha scelto di non invocarlo formalmente nemmeno questa volta, probabilmente conscia che farlo avrebbe costretto i partner europei a confrontarsi con un obbligo giuridico collettivo per cui non esiste ancora una struttura di comando operativa adeguata. La clausola, in altre parole, è esistente nel diritto primario ma inerte nella pratica: un deterrente sulla carta privo di meccanismo di attuazione. La risposta che ne è conseguita ha avuto carattere bilaterale e reattivo, non istituzionale. Grecia, Francia, Regno Unito, Italia, Spagna e Paesi Bassi hanno dispiegato unità navali e sistemi anti-drone nell’area cipriota attraverso canali nazionali e accordi di coordinamento ad hoc, non attraverso una decisione formale del Consiglio europeo. Il presidente Macron, in visita a Paphos, ha dichiarato che “quando Cipro viene attaccata, è l’Europa ad essere attaccata”. Una frase politicamente significativa, la cui forza retorica è però inversamente proporzionale alla solidità istituzionale della risposta che l’ha accompagnata. La dimensione NATO del problema è altrettanto rilevante. Il 4 marzo, un missile balistico iraniano ha attraversato lo spazio aereo turco, dopo aver percorso quello iracheno e siriano, ed è stato intercettato da un cacciatorpediniere della Marina statunitense nell’ambito del sistema ABM gestito dalla NATO: si trattava della prima volta assoluta in cui un sistema ABM dell’Alleanza entrava in azione per difendere un Paese membro da una minaccia esterna. L’episodio si è poi ripetuto il 9 e il 13 marzo, con due ulteriori intercettazioni sullo stesso teatro: tre episodi in dieci giorni che documentano la sistematicità della minaccia e, al contempo, la dipendenza strutturale dell’architettura difensiva dall’infrastruttura americana, dal sito Aegis Ashore di Deveselu (Romania) ai cacciatorpediniere basati a Rota (Spagna), fino al radar di Kurecik (Turchia). Un dispositivo concepito quindici anni fa proprio per contenere la minaccia balistica iraniana, che oggi funziona, ma funziona perché è americano. La Germania, con il sistema Arrow 3 giunto a capacità operativa iniziale a fine 2025, costituisce la principale, e praticamente unica, eccezione europea autonoma in questo quadro.L’asimmetria dei costi e il ritardo sistemico della difesa europea.Sul piano strettamente militare, il conflitto ha messo in evidenza una dinamica che ridefinisce i parametri della difesa aerea moderna: la cosiddetta asimmetria dei costi. Uno Shahed-136 iraniano ha un costo unitario stimato intorno ai 20.000 dollari; un intercettore PAC-3 Patriot ne vale tra i 3,7 e i 4 milioni. La strategia di Teheran — sciami di droni economici utilizzati come schermi per veicolare missili balistici come carico letale — non mira a superare le difese nemiche con la potenza bruta, ma a collassarne la sostenibilità economica e logistica nel tempo, esaurendo gli stock di intercettori a una velocità che la catena produttiva occidentale non può compensare in tempo reale. È una dottrina di attrito, non di sfondamento: e contro di essa la sola architettura tecnologica non basta. Di fronte a questa sfida, l’UE ha risposto con la Defence Readiness Roadmap 2030, che include tra le priorità la European Drone Defence Initiative con prime capacità operative attese entro fine 2026 a piena funzionalità nel 2027, e l’European Air Shield pensato per coprire l’intero spettro difensivo in coordinamento con la struttura di comando NATO. Si tratta di strumenti ambiziosi e necessari; ma il loro orizzonte temporale al 2030 si scontra con la realtà di un conflitto già in corso. La capacità di risposta europea è inadeguata oggi, non tra quattro anni. A rendere il quadro più complesso concorre la persistente divisione politica interna al progetto. I Paesi della frontiera orientale, Polonia, Finlandia, Stati baltici, vedono nella difesa comune un imperativo esistenziale urgente, rinforzato dalla guerra in Ucraina e dalla minaccia russa. I Paesi dell’Europa occidentale e meridionale tra cui Francia, Italia e Grecia continuano invece a modulare il proprio impegno bilanciando considerazioni di costo, prerogative nazionali e diffidenza verso una cessione di sovranità a Bruxelles in uno dei campi tradizionalmente più gelosamente custoditi dagli Stati: la difesa. Finché questa frattura non sarà colmata da una volontà politica condivisa, ogni roadmap resterà un documento di intenzioni.Price-takers nel disordine globale: quale futuro per la sicurezza europea.Il concetto di autonomia strategica era stato elaborato paradossalmente proprio come risposta all’unilateralismo americano che nel 2018 aveva fatto uscire Washington dal JCPOA, erodendo la credibilità diplomatica europea con Teheran. L’evoluzione del conflitto del 2026 dimostra che, otto anni dopo, la condizione europea non è sostanzialmente cambiata. I ricercatori del Clingendael Institute la definiscono con precisione: l’Europa si trova nella posizione di price-taker, un attore che subisce le conseguenze di scelte strategiche altrui senza aver contribuito a determinarle e senza disporre degli strumenti per modularne gli effetti. Non è una condizione di neutralità: è una condizione di irrilevanza. Esiste tuttavia una dimensione in cui la convergenza di interessi tra Europa e partner atlantici è più profonda di quanto la retorica della de-escalation lasci trasparire. L’Iran era il principale fornitore di droni alla Russia nel contesto della guerra in Ucraina: tra il 2023 e il 2024, le forze ucraine hanno intercettato oltre 44.700 droni Shahed. La degradazione delle capacità produttive iraniane conseguente all’Operazione Epic Fury riduce strutturalmente questa filiera di rifornimento, con effetti diretti sulla pressione aerea sulle città ucraine. Diversi governi europei, pur astenendosi da dichiarazioni pubbliche in tal senso, non considerano questo effetto collaterale indesiderato. La gerarchia delle vulnerabilità europee è già scritta nei fatti: dalla base di Akrotiri alla base italiana di Erbil, nel Kurdistan Iracheno, colpita da droni l’11 marzo, come confermato dallo stesso ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Il perimetro di esposizione europea non coincide con i confini geografici dell’Unione: si estende lungo l’intera catena logistica e militare occidentale nel Mediterraneo allargato. Basi avanzate, contingenti multinazionali, navi da guerra, sistemi missilistici in prestito: tutto questo costituisce una rete di interdipendenze che nessuna dichiarazione di neutralità può annullare. La domanda che il conflitto impone non è se l’Europa voglia essere coinvolta nelle crisi del Medio Oriente allargato. Lo è già, per ragioni geografiche, storiche e strutturali. La domanda è se voglia esserlo come attore dotato di capacità autonome, di una dottrina operativa coerente e di strutture decisionali all’altezza della posta, oppure come spettatore armato che reagisce agli eventi dopo che altri li hanno determinati. La Roadmap 2030 indica una direzione; ma la direzione, senza la velocità necessaria a percorrerla, non è sufficiente a colmare il divario tra le ambizioni dell’autonomia strategica e la realtà di un continente ancora strutturalmente dipendente.