L’appello al governo arriva da un alleato. “Nella proposta di legge elettorale si aggiungano le preferenze”, esorta Luigi Brugnaro. “Fanno muovere meglio i candidati, mobilitano più elettori: il tema vero è il partito del non voto. Un problema per la tenuta della democrazia”. Non inganni la massiccia affluenza al referendum: alle politiche il dato è in calo inesorabile e progressivo da decenni. Dunque? “I cittadini hanno bisogno di scegliere persone che conoscono. Basta con quei nomi imposti dai capibastone. E questo vale per entrambi gli schieramenti: destra, sinistra. Sotto sotto sono tutti d’accordo”. Quindi non sarebbe, come lamenta l’opposizione, una legge che favorisce Meloni? “Non mi sembra. E di solito chi fa le norme per vincere, finisce per perdere le elezioni”. La presidente del Consiglio dice anzi che si tratta di un provvedimento contro gli inciuci. “Ah beh, questo non lo so mica. Sarò sincero: in Italia fatta la legge si trova l’inganno. Abbiamo dei politicanti imbattibili”. È la mano tesa del sindaco di Venezia, in quota Coraggio Italia – Noi moderati. Prendere o lasciare. “Nel complesso il centrodestra ha trovato la sintesi su una buona proposta: se l’obiettivo è la governabilità immediata, col premio di maggioranza mi sembra realizzabile. Occhio però che con il proporzionale secco si rischia di impantanarsi. Le preferenze darebbero maggiore chiarezza e credibilità al risultato elettorale”, insiste Brugnaro. “Esprimere una scelta diretta, anziché nell’ordine deciso dai partiti, motiverebbe l’elettorato. E anche i candidati stessi sarebbero incentivati ad attivarsi di più: allo stato attuale si danno tanto da fare – dentro le segreterie di partito – per avere il posto in lista, poi però tirano il freno. Tanto è tutto già scritto. E anche per questo poi la gente sta a casa”. Eppure il sistema delle preferenze non sempre è garanzia di alta affluenza: alle scorse regionali, anche in Veneto, non si è arrivati al 45 per cento. “Dove però l’esito era scontato. I cittadini percepiscono quando invece c’è in ballo il paese e la loro scelta può fare la differenza: le campagne elettorali dovrebbero parlare a tu per tu con gli elettori, in modo da avere un loro rappresentante a Roma a cui poi tirare le orecchie se le cose non vanno. I cosiddetti portatori d’interesse, insomma. Senza le preferenze, tutto questo viene meno”. Sono questi gli inciuci a cui si riferiva? “Anche. L’unico modo per battere i furbetti della politica è trovare qualcuno di nuovo che riesca ad affacciarsi genuinamente alla cosa pubblica. Senza alcun beneplacito dei capicorrente, e soprattutto in seguito a una campagna schietta, aperta, a contatto con la gente”, ragiona il sindaco. “Forse allora, data l’opportunità concreta di essere eletto, qualche profilo capace della società civile avrebbe il coraggio di candidarsi e prendere l’iniziativa: purtroppo a oggi, anche se riempi le liste di persone per bene, spesso sai già che non passeranno. È così da anni”. E per ora, la nuova legge non sembra affrontare l’argomento: dal 31 marzo tornerà in Commissione e si vedrà. “Non mi sembra il caso che intanto l’opposizione si lasci andare al vittimismo: se il premio oggi è al 40 per cento, direi che entrambi gli schieramenti si avvicinano concretamente. E questa legge toglierebbe, giustamente, gli uninominali. Dunque andiamo avanti. Mi auguro anche un’altra cosa”. Cioè? “Rivedere la soglia per il premio di maggioranza: se fosse più alta, verso il 45 per cento, si darebbe la possibilità al terzo polo di esistere. Perché se nessuno arriva a quella quota, un centro autonomo diventa determinante anche prendendo poco. E allora ti cercano tutti, hai un’attrazione maggiore agli occhi degli elettori. Sono questi i dettagli che fanno la differenza”. Brugnaro sostiene la coalizione di governo, ma preferisce definirsi “un centrista alleato del centrodestra: semplicemente perché con quegli altri non sono d’accordo su nulla. Politica estera, ambiente, economia. Manderebbero allo sfascio l’Italia. Lo dico anche a tanti miei amici del Pd: ma cosa state a fare qua dentro con certa gente?”. Quindi? “Il problema è che nessuno dei due poli ha interesse che ne nasca un terzo: tutti gridano, ma va bene a tutti avere due grandi schieramenti per schiacciare le formazioni più piccole. Dove però c’è buonsenso, novità, intraprendenza. Non si nasce mai in grande: le idee si sviluppano partendo da qui. Si dovrebbe dare a tutti la possibilità di incidere, ferme restando le soglie di sbarramento. Devono vincere gli interessi degli elettori, di tutti quei giovani che non vanno a votare. A furia di norme e decreti stiamo ipotecando il loro futuro”. Ma quante leggi elettorali abbiamo avuto, di governo in governo? “Troppe. Una per ogni stagione: per questo la gente non va più a votare. Stavolta però mi sembra che si vada nella giusta direzione: con le preferenze e maggiore attenzione ai piccoli partiti sarebbe un bel passo in avanti”. C’è chi dice che il governo si muova ora per prepararsi il terreno verso le urne. “A un anno e mezzo dal voto? Non mi sembra proprio a ridosso. È sempre stato così. Piuttosto cerchiamo di non rimanere in mano alle segreterie dei partiti: la vera rivoluzione liberale sarebbe questa. Una vittoria col 40 per cento dei votanti non è la vittoria di alcuni, ma la sconfitta di tutti”.