7 giugno 2026. Potrebbe essere questo il giorno in cui gli italiani tornano alle urne per decisione di Giorgia Meloni. Sarebbe il colpo di teatro, di cui c’è già traccia nei mille pensieri della premier e fatto adombrare – almeno come intendimento – nei retroscena dei giornali. Meloni deve infatti fare i conti non solo con la batosta referendaria ma soprattutto con la propria coalizione che se ne sta cedendo, sta infatti cadendo a pezzi.Il governo così com’è sembra inservibile alle necessità. Il costo dell’amicizia con Donald Trump si sta rivelando tanto salato da rendere improcrastinabile una revisione del fidanzamento politico che sembrava fare immaginare una vera storia d’amore, diciamo così. Ma Meloni è nelle condizioni di chiudere con l’amico Donald passando di sfuggita da un punto stampa? Rinnegare la filosofia trumpiana del dominio del mondo attraverso le bombe senza spiegare e promuovere la sua terza via?E con quali soldi si arriverà alla fine della legislatura se lo stato permanente di guerra porterà i mercati ad azzerare nei prossimi mesi ogni possibilità di immettere nelle tasche dei ceti sociali che più sono colpiti dalla crisi un po’ di euro?C’è poi il buco nero dei ministeri rimasti praticamente senza titolare: quello del Turismo è la postazione meno grave, giacchè è un ministero senza portafoglio, le cui competenze sono in gran parte devolute alle Regioni. Invece al ministero della Giustizia risiederà per troppi mesi il principale protagonista della sconfitta referendaria: Carlo Nordio. Ogni giorno uno schiaffo, l’ultimo dei quali è la richiesta dell’Unione europea all’Italia di reintroduirre il reato di abuso d’ufficio. E cosa dire del ministero delle Imprese, guidato dall’imbelle Adolfo Urso, senza più un euro da offrire alle aziende che iniziano a boccheggiare?Portare gli italiani alle elezioni anticipate sarebbe più ancora che una prova di orgoglio, un modo per cambiare rotta e registro narrativo e provare a deviare, bruciando sul tempo le mosse del centrosinistra, l’onda lunga favorevole all’opposizione.Con le urne, questa l’idea, Meloni tutelerebbe il primato assoluto del suo partito, magari difendendolo dagli assalti pericolosi e imprevisti della destra radicale del generale Vannacci, in una coalizione che comunque in queste settimane cambierà pelle e tenterà a far mutare i rapporti interni. Forza Italia, l’alleata indiziata di regicidio, sarà ancora guidata da Antonio Tajani o – come la famiglia Berlusconi, (proprietaria del partito, è bene ricordarlo) chiede – non sarà invece nelle mani di una personalità esterna alla politica, magari con un leader estraneo al ceto romano e invece dentro il cerchio imprenditoriale lombardo? Una novità in casa, un nuovo competitore possibile.Se rompe il gioco degli altri e chiama tutti alle urne, Giorgia Meloni potrà in effetti dedicarsi alla sfida finale con i progressisti a cui mancherà il tempo di realizzare le primarie. E dunque troverà Elly Schlein, la sua sfidante preferita, a contenderle palazzo Chigi.Il guaio è che ci sono altrettanti buoni motivi, come i suoi familiari le sussurrano, di badare a non eccedere con l’audacia anche perché, visti i tempi, non è affatto detto che correre alle urne non si riveli l’ultima spericolata e perdente prova d’autore.L'articolo Elezioni anticipate a giugno, il dilemma di Meloni: l’ultima spericolata prova d’autore? proviene da Il Fatto Quotidiano.