Dimissioni e referendum nascondono il vero punto debole del governo Meloni: la cultura magmatica di partenza

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Nella temperie politica del momento, distratti dai casi Delmastro, Santanchè and co. e dalla vittoria del No, si tende a dimenticare il vero punto debole di Giorgia Meloni, che peraltro la sua capacità di leadership riesce a non far distinguere. E si può esattamente far risalire all’estrazione comune di una gran parte della classe dirigente meloniana, tempratasi non solo e non tanto dinanzi alla fiamma che nel simbolo di Fratelli d’Italia indica la continuità con il Movimento Sociale Italiano, ma in una destra-destra davvero sui generis.Meloni e tanti suoi più stretti collaboratori e interlocutori, a ben vedere, hanno in comune radici che vanno dalle varie correnti romane dell’Msi, come i Gabbiani, agli ex ‘rautiani’ (Pino Rauti fu il leader di una sorta di sinistra dell’Msi, che voleva riportarsi a una maggiore fedeltà verso le radici ideologiche nazional-popolari rivoluzionarie) e persino in fondo ai post-fascisti che si richiamavano vuoi alla Nouvelle Droite francese, vuoi addirittura a una certa re-visione delle basi culturali di riferimento del nazismo (aderendo a una certa lettura di Nietzsche, dell’esoterismo, del neo-paganesimo, di Heidegger, e via elencando).Sembrano paroloni ma indicano una sostanza magmatica, che produce quello che il filosofo francese Alain Badiou imputa, sul fronte opposto, alla cultura dominante progressista, generando cioè ‘disorientamento culturale’, con categorie d’interpretazione della realtà non proprio fresche né adeguate al presente, tanto novecentesche quanto sempre tentate di rivolgersi a un’idea quasi eterna del mondo, più magica che razionale (Plotino, la Tradizione, i miti, gli arcani). A prescindere dal giudizio, si tratta di una cultura comunque ‘minoritaria’, e non solo nelle parti estreme che si rivolgono esplicitamente a pochi eletti: basti pensare anche soltanto che questa destra si fonda sull’aperta contrapposizione non tanto semplicemente all’ideologia marxista, comunista e/o a quel che ne resta, ma anche ai cattolici e al pensiero sociale della Chiesa, per non dire del liberalismo che, nella più recente versione turbo-liberista, domina il mondo da almeno trent’anni.Meloni non solo ha rivendicato con orgoglio queste radici, sue e della sua classe dirigente, ma ha provato a praticare una sorta di ‘contro-egemonia’ per ribaltare questa stessa posizione minoritaria in fondamento dell’esercizio del potere culturale. Tutte le posizioni chiave in questo ambito, dalla televisione pubblica alla Biennale di Venezia, per citare la vetrina più importante, di peso internazionale, sono state occupate da figure di questa stessa estrazione culturale e politica, Dicastero e Commissioni parlamentari competenti in primis, con il clou del Ministro Giuli celiato persino per la paradossale continuità – pure nel look – coi gerarchi dei famigerati regimi dell’album di famiglia.Prescindendo persino dall’analisi di un’eventuale inadeguatezza del gruppetto amichettistico che a cascata è stato chiamato a operare per la fantomatica ‘contro-egemonia’, è il disorientamento culturale originale che ha minato alla radice tante scelte, rendendole poco efficaci oppure, al meglio, addirittura controproducenti.Il caso più trasparente è quello di Pietrangelo Buttafuoco, che a Venezia si è limitato con signorilità a innervare qua e là elementi della sua cultura in piccoli spazi (l’Archivio e una rivista), e alla fine pure con qualche tocco condiviso nei programmi dei singolari curatori che ha scelto (l’attore Willem Dafoe per il Teatro, la techno-musicista Caterina Barbieri, la curatrice Koyo Kouoh per l’Arte). Per poi ritrovarsi adesso sotto accusa non solo per l’apertura alla Russia di Putin, ma anche per i contenuti considerati troppo ‘woke’ di molte sue Biennali. Era evidente, anche soltanto rileggendo la brillante produzione giornalistica di Buttafuoco, che si trattasse di una personalità molto spiccata e certo alla fine disfunzionale a quel tentativo di restaurazione dei valori dell’Occidente a cui la Meloni di governo si è andata allineando.Ecco il punto: una volta preso il potere nazionale, è mancata alla leader di Fratelli d’Italia la lucidità di volersi aprire decisamente al di fuori dell’ambito originario, rinunciando, così come dichiara di aver preso le distanze da fascismo e nazismo, all’orgogliosa rivendicazione di questa cultura post-missina e post-fascista, destinata a generare fatalmente disorientamenti. Con questo calderone di letture distorte di Tolkien, di richiami fuori tempo massimo ad Evola e agli aforismi più ambigui di Nietzsche, no, non si può pensare di governare un grande Paese senza finire prima o poi fuori strada.L'articolo Dimissioni e referendum nascondono il vero punto debole del governo Meloni: la cultura magmatica di partenza proviene da Il Fatto Quotidiano.