Di fronte al rischio di una nuova crisi energetica, l’Italia ci ripensa sull’addio al carbone. Un emendamento della Lega al decreto Bollette, approvato nel corso dell’esame alla Camera, rimanda dal 2025 al 2038 il phase-out del carbone, ossia la sua eliminazione dal mix energetico nazionale. «In questo periodo di grave crisi energetica internazionale, aggravata dal conflitto russo-ucraino e dalle tensioni in Medio Oriente, è giusto e responsabile riflettere sulla decisione di abbandonare il carbone e rinviarla. La sicurezza energetica del Paese, la competitività delle imprese e la tutela delle bollette delle famiglie italiane devono essere le priorità», rivendicano i deputati della Lega.Quante sono le centrali a carbone in ItaliaIl carbone, che rappresenta la fonte energetica più inquinante e pericolosa per la salute umana fra tutti i combustibili fossili, ricopre un ruolo decisamente marginale nel mix energetico italiano. Nel 2024, secondo i dati ufficiali del Gse, ha coperto appena l’1,5% della produzione di energia elettrica in Italia. Di fatto, la produzione è sostanzialmente azzerata, ad eccezione della Sardegna. Questo perché il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), pubblicato sotto il governo Meloni, ha confermato la volontà di chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2025, ad eccezione di due impianti sardi – a Sulcis (Sud Sardegna) e a Fiume Santo (Sassari) – dove è prevista per il 2028.I piani del governo Meloni sul carboneGià lo scorso anno, il ministro Gilberto Pichetto Fratin aprì all’idea di «tenere in standby» tutti gli impianti fermi, anziché smantellarli. Un’idea effettivamente percorsa dal governo, che ora potrebbe decidere di riattivare alcune centrali ferme per far fronte al caro energia e alle conseguenze della guerra in Medio Oriente. «Dobbiamo avere ben chiaro che tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, debbono essere utilizzate e utilizzate al meglio. Del resto, mi pare che la stessa Germania abbia fatto una scelta in tal senso non molto tempo fa», ha detto il ministro degli Affari europei, Tommaso Foti, a margine del Workshop Finanza Teha, a Cernobbio. In merito alla possibilità che lo Stato rilevi le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi dall’Enel, «non faccio le previsioni a lunga scadenza. Dico soltanto che alcuni interventi dovevano necessariamente essere presi».Opposizione e ambientalisti all’attaccoLa possibile riapertura delle centrali a carbone rappresenta, di fatto, una delle poche misure ventilate dal governo per far fronte alle conseguenze della crisi in Medio Oriente sul fronte dell’energia. Se per i carburanti è stato deciso un taglio temporaneo delle accise, sui prezzi dell’energia è tutto fermo al decreto bollette, annunciato poco prima dello scoppio della guerra in Iran e fortemente criticato dalle opposizioni. «Si fa un po’ di propaganda perché si dice che torniamo alle centrali a carbone, che peraltro sono ferme da anni e che se dovessero ripartire, lo farebbero tra molto tempo, facendo fare un passo indietro dal punto di vista ambientale. Quindi siamo veramente alle chiacchiere e peraltro, in questo caso, anche alle chiacchiere pericolose», attacca Andrea Orlando, responsabile Politiche industriali del Pd.Critico anche il Wwf, che in una nota punta il dito contro il governo e commenta: «Chi usa l’emergenza dei prezzi energetici per giustificare l’approvazione di un emendamento che tiene aperte le centrali a carbone sino al 2038 sa benissimo che è solo una scusa: per l’altissima quantità di CO2 emessa con la combustione, il carbone pagherebbe molto la tassa sull’inquinamento, annullando ogni eventuale convenienza sul prezzo del gas».La strategia opposta della SpagnaLa decisione di riaprire le centrali a carbone si muoverebbe in direzione opposta rispetto al percorso di taglio delle emissioni climalteranti concordato a livello europeo con il Green Deal ma anche rispetto a come si stanno muovendo altri grandi paesi europei. In Spagna, per esempio, il governo ha reagito alla crisi in Medio Oriente non tornando ai combustibili fossili, ma accelerando ulteriormente la transizione alle rinnovabili. Lo scorso 20 marzo, il Consiglio dei ministri ha approvato un pacchetto da 5 miliardi di euro, che punta di fatto ad accelerare l’elettrificazione di diversi settori dell’economia, dalle automobili alle ristrutturazioni degli edifici, così da dipendere sempre meno da petrolio e gas importati dall’area del Golfo Persico.Foto copertina: EPA/Friedemann Vogel | La centrale a carbone di Datteln, in GermaniaL'articolo Contro il caro-energia l’Italia torna al carbone: la chiusura delle centrali slitta al 2038. Opposizioni all’attacco: «Propaganda pericolosa» proviene da Open.