Adolescenti stregati dall’AI, col bot ‘confidente’ salti 3 fasi della crescita

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Cosa vuol dire crescere nell’era dell’intelligenza artificiale (AI)? La tragedia di Aurora, gettata dal balcone a 13 anni, che chiedeva ChatGpt se lasciare il fidanzato che la tormentava, si lega con un filo invisibile alla vicenda del coetaneo che ha accoltellato la prof in diretta social, fino al 17enne arrestato per terrorismo legato a un gruppo neonazista online. “Stiamo attraversando una fase storica in cui la tecnologia non sta semplicemente cambiando gli strumenti che utilizziamo, ma il modo stesso in cui le nuove generazioni imparano a stare al mondo”, dice a LaSalute di LaPresse Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e fresco socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai).La storia di Aurora e ChatGPT “rivela qualcosa di più profondo: il rischio che i confini tra relazione umana e interazione con una macchina diventino sempre più sfumati per chi sta crescendo oggi. Per un adolescente un sistema di AI  ha alcune caratteristiche molto potenti: è sempre disponibile, non giudica, risponde subito, sembra comprendere. Ma proprio queste caratteristiche possono trasformarlo, nella percezione di un ragazzo fragile, in qualcosa che assomiglia a un coetaneo o a un confidente. Non è un problema tecnico, è un problema culturale ed educativo”, sottolinea il ricercatore.Addio a errori, tempo e fatica: 3 fasi chiave dello sviluppoPer secoli, ricorda Branda, l’apprendimento umano è stato fondato su tre elementi fondamentali: “L’errore, la fatica e l’esperienza diretta. Si impara sbagliando, si cresce attraverso il confronto con i limiti, si costruisce il proprio carattere nel tempo. Oggi invece stiamo abituando le nuove generazioni a un mondo dove ogni risposta arriva immediatamente, dove l’incertezza viene eliminata da un algoritmo e dove la frustrazione tende a scomparire. Ma togliere la fatica dall’apprendimento significa togliere anche una parte della crescita”, avverte.Generazione ‘tutto e subito’Il rischio, insomma, è che stiamo “diseducando i ragazzi alla profondità dell’esperienza. Pensiamo a gesti semplici: fare due ore di fila per entrare in un museo e vedere un quadro dal vivo, fermarsi davanti a un paesaggio, accettare il silenzio, la lentezza, la scoperta. Sono esperienze che costruiscono sensibilità e immaginazione. Ma in un mondo dominato dalla gratificazione immediata, tutto deve essere veloce, accessibile, perfetto”, testimonia Branda. Non sempre però è possibile avere tutto e subito, così dalla frustrazione si genera la violenza.Elogio dell’imperfezioneC’è poi un altro effetto meno evidente ma altrettanto importante: la costruzione dell’identità. “I ragazzi crescono circondati da modelli di perfezione, immagini filtrate, vite apparentemente impeccabili, risposte sempre corrette. In questo contesto, l’imperfezione umana rischia di diventare qualcosa da nascondere invece che da attraversare. Le insicurezze, invece di diminuire, aumentano”, aggiunge il ricercatore.‘L’ha detto l’AI’In questo scenario, riflette lo scienziato, l’AI può diventare paradossalmente un nuovo tipo di autorità. “Un tempo si diceva ‘l’ha detto la radio’, poi ‘l’ha detto la televisione’, poi ancora ‘l’ho letto su internet’. Oggi rischiamo di arrivare a ‘l’ha detto l’intelligenza artificiale’. Non perché le macchine siano davvero autorevoli, ma perché danno l’impressione di esserlo. Il punto – per Branda – non è demonizzare la tecnologia. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario, capace di ampliare conoscenza e opportunità. Il problema nasce quando la tecnologia sostituisce le relazioni invece di affiancarle, quando diventa un rifugio invece che uno strumento”.Algoritmi non personeSe in Cina si bambini viene insegnato fin da piccoli a relazionarsi con AI e algoritmi, per Branda il punto oggi “non è insegnare ai ragazzi a usare l’intelligenza artificiale, ma a distinguere tra una risposta e un consiglio, tra informazione e relazione, tra un algoritmo e una persona che ci vuole bene. Se non facciamo questo lavoro culturale, il rischio è di crescere generazioni abituate ad avere tutto e subito, ma sempre meno capaci di affrontare la complessità della vita reale. E la vita reale, a differenza di qualsiasi macchina, non dà risposte immediate: chiede tempo, errori, pazienza e relazioni vere”, conclude.Questo articolo Adolescenti stregati dall’AI, col bot ‘confidente’ salti 3 fasi della crescita proviene da LaPresse