di Giuseppe Gagliano – Il nuovo rapporto di Francesca Albanese al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite compie un passaggio decisivo, perché non si limita a denunciare torture, umiliazioni e sevizie come effetti di una guerra brutale. Fa qualcosa di più radicale: sostiene che la tortura, nella Palestina occupata, sia diventata una componente strutturale del genocidio e dell’assetto coloniale israeliano. In altre parole, non siamo davanti a una somma di abusi, ma a una tecnica di dominio che colpisce il corpo individuale e la tenuta collettiva di un popolo. Il rapporto parla infatti di pratiche custodiali e non custodiali che, prese insieme, raggiungono la soglia del genocidio prevista dalla Convenzione del 1948, perché producono danni fisici e mentali gravi contro il gruppo palestinese in quanto tale.Il punto più importante del documento è che la tortura non viene presentata come una patologia del sistema, ma come una sua infrastruttura. Albanese scrive che la missione è stata ostacolata da Israele e che il rapporto si fonda su oltre 300 testimonianze, consultazioni con sopravvissuti, giuristi ed esperti, oltre che su fonti primarie e pubbliche, comprese testimonianze di informatori israeliani. Il quadro che ne esce è quello di una violenza organizzata su due livelli: da una parte la detenzione, con il suo repertorio di percosse, fame, nudità forzata, isolamento, umiliazione sessuale; dall’altra l’intero territorio palestinese trasformato in un ambiente coercitivo, dove sfollamento, assedio, fame, negazione degli aiuti, sorveglianza e terrore diffuso diventano una forma di tortura collettiva. Il rapporto parla esplicitamente di “ambiente torturante”, costruito per spezzare resistenza, dignità e capacità di permanenza sulla terra.Sul piano legale il dossier è costruito con grande precisione. Ricorda che il divieto di tortura è assoluto, inderogabile, di natura imperativa nel diritto internazionale. Nessuna guerra, emergenza o esigenza di sicurezza può giustificarla. Ma il passaggio decisivo è un altro: la Convenzione sul genocidio considera genocidario non soltanto l’uccisione materiale di un gruppo, ma anche l’inflizione di gravi danni fisici o mentali ai suoi membri, quando accompagnata dall’intento di distruggere il gruppo in tutto o in parte. Il rapporto insiste proprio su questo snodo. La giurisprudenza internazionale, dai tribunali per Ruanda ed ex Jugoslavia fino alla Corte penale internazionale, ammette che la tortura possa costituire uno degli atti materiali del genocidio, se sufficientemente grave e inserita in un quadro di intenzionalità distruttiva. Per Albanese la tortura diventa dunque il ponte probatorio che consente di leggere la sofferenza inflitta non come brutalità occasionale, ma come indizio di un disegno più ampio di distruzione fisica e psicologica.Uno dei pregi del rapporto è che non isola il dopo 7 ottobre come se tutto cominciasse lì. Ricostruisce invece una lunga continuità storica. Ricorda che la tortura fu praticata già nel periodo del Mandato britannico come tecnica contro-insurrezionale, poi assorbita dall’apparato di sicurezza israeliano prima e dopo il 1948. Dagli anni Settanta in avanti le denunce di maltrattamenti e torture si sono moltiplicate da parte di organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali. Il passaggio più importante fu la Commissione Landau del 1987, che legittimò una “moderata pressione fisica” negli interrogatori in nome della necessità e dell’interesse pubblico. Nel 1999 la Corte suprema israeliana riconobbe la dottrina della necessità, ulteriormente ampliata nel 2018. Il risultato, sottolinea il rapporto, è stato un quasi totale regime di impunità: oltre 1.300 denunce di tortura tra il 2001 e il 2020 hanno prodotto solo due indagini e nessuna incriminazione. Questo dato pesa enormemente, perché suggerisce che il sistema non abbia fallito nel prevenire la tortura: l’ha assorbita e normalizzata.Dopo il 7 ottobre il salto di scala è netto. Il rapporto parla di tortura usata come vendetta collettiva e come tratto evidente del genocidio. Tutti i palestinesi vengono trattati come sospetti o terroristi in blocco. Dall’ottobre 2023 le autorità israeliane avrebbero arrestato più di 18.500 palestinesi, inclusi almeno 1.500 minori. A febbraio 2026 i detenuti palestinesi risultavano ancora 9.245, tra cui 3.358 detenuti amministrativi senza processo, 3.308 in custodia cautelare, 1.330 condannati e 1.249 classificati come “combattenti illegali”. A questi si aggiungono più di 4.000 casi di sparizione forzata, con la stessa relatrice che ritiene probabile che molti non siano più in vita. Per mesi le autorità israeliane avrebbero rifiutato di riconoscere le detenzioni e comunicare i luoghi di custodia; il meccanismo di tracciamento introdotto nel maggio 2024 può essere attivato soltanto dopo 45 giorni di prigionia, mentre famiglie e avvocati restano spesso senza notizie precise e la Croce Rossa non ha accesso alle strutture.Il rapporto distingue tra campi di detenzione militare improvvisati, come Sde Teiman, Anatot e Ofer, e le strutture del servizio carcerario israeliano. Cita anche la riapertura della struttura sotterranea di Rakefet, nel carcere di Ayalon, chiusa nel 1985 per condizioni disumane e riattivata su ordine del ministro Ben-Gvir. Quest’ultimo compare nel documento come figura chiave dell’istituzionalizzazione della crudeltà: viene indicato come promotore di una vera e propria “rivoluzione carceraria”, fondata sulla degradazione deliberata dei detenuti palestinesi, sulla riduzione drastica dell’apporto calorico e sulla volontà di garantire ai prigionieri soltanto “il minimo del minimo”. Il rapporto lo lega apertamente a un disegno di umiliazione organizzata.Qui il documento diventa quasi insostenibile nella sua concretezza. I palestinesi, si legge, vengono spesso bendati, denudati, ammanettati con violenza, esibiti e trasferiti più volte tra luoghi ignoti, in media quattro volte e mezzo, proprio per moltiplicare disorientamento e paura. In custodia molti sono tenuti all’aperto senza riparo, in gabbie, in spazi sotterranei o in ambienti sovraffollati. Rimangono bendati e incatenati anche durante le cure mediche, talvolta fino a provocare ferite irreversibili e amputazioni. Vengono privati di coperte, vestiti, sedie a rotelle, esposti al freddo, affamati, disidratati, privati del sonno, della preghiera, dell’igiene, dei servizi igienici e delle docce. Alcuni sono costretti a usare pannolini per periodi prolungati. Il rapporto parla di detenuti ridotti a “scheletri ambulanti”. Sul piano delle violenze fisiche si elencano annegamento simulato, sospensione prolungata per le mani ammanettate, pestaggi sistematici, ustioni di sigaretta, inginocchiamento sulla ghiaia, posizioni di stress, droghe allucinogene, spray urticanti, gas lacrimogeni, scariche elettriche e cani. Negli interrogatori compaiono le “stanze da discoteca”, dove musica assordante viene diffusa senza sosta per indurre collasso sensoriale e psichico. Detainee costretti ad “agire come animali”, cibo lanciato come ai cani, urina addosso ai prigionieri: il rapporto insiste sul fatto che la degradazione non sia collaterale, ma centrale.Un altro passaggio chiave riguarda la violenza sessuale contro uomini, donne e bambini. Il rapporto parla apertamente di stupri, anche di gruppo, talvolta commessi con oggetti come spranghe di ferro, manganelli e metal detector. Sono citate percosse e scariche elettriche ai genitali e all’ano, nudità forzata pubblica, perquisizioni invasive in posizioni umilianti, aggressioni sessuali quando i detenuti sono bendati, fotografie dei corpi nudi, donne e ragazze costrette a togliersi il velo davanti agli uomini. Queste pratiche non vengono descritte come un repertorio marginale, ma come una forma di distruzione dell’identità, della dignità e della possibilità stessa di reinserirsi nella vita sociale.Il rapporto sottolinea che non è casuale neppure la selezione dei bersagli. Vengono indicati come particolarmente colpiti attivisti, medici, figure politiche, difensori dei diritti umani e giornalisti. Centinaia di operatori sanitari e di soccorso sarebbero stati arrestati arbitrariamente, spesso mentre svolgevano il loro lavoro. Tre medici e un paramedico risultano morti in custodia. Oltre 50 dipendenti dell’UNRWA sarebbero stati arrestati, interrogati e torturati anche in relazione specifica al lavoro dell’agenzia. Questo dettaglio è essenziale, perché fa emergere una razionalità strategica: colpire non soltanto le persone, ma le competenze, le strutture di assistenza e i meccanismi di sopravvivenza di una collettività. Lo stesso vale per i minori. Quasi la metà dei bambini detenuti risulterebbe in detenzione amministrativa. Le testimonianze raccolte parlano di catene fino al sanguinamento, percosse, trascinamenti, fame, freddo, isolamento, attacchi di cani, spoliazione forzata, violenze sessuali e minacce di stupro o morte dei familiari. La morte del diciassettenne Walid Khalid Ahmad nel marzo 2025, per fame, disidratazione, infezioni non curate e abbandono sistemico, viene usata dal rapporto come caso emblematico.Il documento segnala un numero anomalo di morti in carcere che colpisce esclusivamente palestinesi: tra 84 e 94 decessi dal 2023, ma il numero reale potrebbe essere maggiore perché molte identità e molti luoghi di custodia restano ignoti. Anche dopo la morte la violenza continua, perché Israele tratterrebbe i corpi dei detenuti deceduti, prolungando la sofferenza delle famiglie e ostacolando le autopsie. E anche la liberazione è descritta come prosecuzione della tortura: prigionieri scaricati di notte in luoghi casuali, spesso senza informare le famiglie, feriti, mutilati, talvolta in pannolino o in sola biancheria, incapaci di vedere, parlare o orientarsi.Il rapporto però insiste che il nucleo della questione non è solo penitenziario. Dopo ottobre 2023, l’intero territorio palestinese sarebbe stato trasformato in un regime carcerario a cielo aperto intensificato: sfollamento di massa, assedio, fame, violenza dei coloni, umiliazione costante, sorveglianza invasiva. Gaza viene descritta come un immenso campo di tortura dove nulla è sicuro: non ospedali, case, scuole, campi profughi. Qui la tortura assume una forma territoriale: distruzione delle condizioni di vita, paura permanente, insicurezza assoluta, sradicamento, collasso della socialità. Il rapporto insiste sul fatto che la relazione tra tortura e genocidio sia duplice: la tortura è usata come strumento del genocidio, ma il genocidio stesso viene praticato come forma di tortura collettiva.La novità del testo non sta soltanto nella durezza delle accuse, ma nel cambio di grammatica. Finora gran parte del dibattito internazionale ha parlato di eccessi, violazioni, sproporzione, crimini di guerra, crisi umanitaria. Albanese sposta il linguaggio su un piano più severo: la sofferenza palestinese viene letta come prodotto di un regime coerente, in cui carcere, fame, sparizione, sessualizzazione della violenza, umiliazione pubblica, sorveglianza e distruzione territoriale convergono in un unico dispositivo. È qui che il rapporto diventa geopoliticamente esplosivo. Perché se questa lettura prende piede, non viene messa in discussione soltanto la condotta militare israeliana, ma l’intera struttura politica che la rende possibile, compresa la copertura internazionale che la protegge.Il punto finale è questo: il rapporto afferma che la tortura non serve semplicemente a punire o ottenere informazioni. Serve a spezzare il corpo sociale palestinese, a frantumarne la continuità, a distruggere le condizioni della sua sopravvivenza e a preparare la rimozione di una popolazione dalla propria terra. In questo senso la tortura diventa non un accessorio della guerra, ma il suo cuore politico. E se questa impostazione dovesse entrare stabilmente nel lessico diplomatico e giudiziario internazionale, il problema per Israele e per i suoi alleati non sarebbe più giustificare singoli episodi, ma difendere un sistema nel suo complesso.