Caracas dormiva ancora: scuole chiuse, lavoratori a casa per la vittoria della nazionale del Venezuela al Classico mondiale di baseball, lo sport più diffuso nel Paese sudamericano. In diretta social Delcy Rodríguez aveva proclamato il 18 marzo “Festa nazionale” e persino Donald Trump esultava rilanciando la boutade del “51 Stato”, trascinando con sé i riflettori, fissi sulla guerra in Medioriente. La macchina del regime però non si è fermata e, nella distrazione generale, ha improvvisamente rimosso sette ministri e tutto l’Alto comando militare. La prima testa a cadere è quella del ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, per il quale gli Usa offrono una ricompensa di 15 milioni di dollari. Delcy lo ringrazia per la sua “dedizione” e “lealtà alla Patria” dopo dodici anni di servizio e nei circuiti militari si parla di un suo possibile esilio a Mosca o in altre destinazioni affini a Caracas.Al posto di Padrino López subentra il generale Gustavo González López, già nominato al vertice del Controspionaggio militare tre giorni dopo il blitz della Cia per catturare Maduro. È una scelta volta a “garantire la sovranità” e “l’integrità territoriale della Repubblica”, spiega Rodríguez. Tuttavia l’ong Provea contesta la nomina e sostiene che González sia stato “artefice di detenzioni arbitrarie e torture”. Fonti qualificate riferiscono a ilfatto.it che la promozione di González – già a capo del Servizio bolivariano di Intelligence – a ministro della Difesa è stata voluta dalla Cia, che tra l’altro ha annunciato la sua presenza permanente nel Paese. “Rodríguez controlla attraverso la sorveglianza, non attraverso la leadership”, commenta a ilfatto.it l’esperto Antonio De La Cruz, per il quale la riorganizzazione di Rodríguez “non ha a che fare con una transizione” ma è un “tentativo di accentrare potere” dentro al chavismo, Rodríguez ha anche sostituito i ministri dell’Istruzione universitaria, della Cultura, del Lavoro, del Trasporto, dell’Energia elettrica e delle Politiche abitative.Alle purghe in corso sopravvivono in pochi: Diosdado Cabello, ministro dell’Interno e della Giustizia, il più influente sulle forze dell’Ordine e sui gruppi paramilitari, e Nicolás Maduro Guerra, figlio di Maduro, il cui volto è utile a Delcy per presentare una tesi di “continuità” il padre, in cella a Brooklyn. Altre scosse ai vertici di Caracas si sono verificate nelle ultime settimane, con decine di rimozioni di gabinetto, tra cui anche quella dell’italiana Camilla Fabri, moglie dell’imprenditore Alex Saab, allora viceministra per la Comunicazione internazionale. L’offensiva interna del chavismo si traduce anche in arresti eccellenti, come quelli dell’oligarca Wilmer Ruperti, catturato venerdì per corruzione e altre accuse simili a quelle affrontate da Raúl Gorrín e dallo stesso Saab (che rischia addirittura l’estradizione negli Usa).Sempre nelle ore di festa nazionale Rodríguez ha ottenuto il controllo sulla raffineria Citgo, il più grande asset di Caracas negli Usa, ponendo fine all’ammanco di oltre 700 milioni di dollari che, attraverso la Fundación Simón Bolívar, hanno finanziato le spese folli di Beatriz Elena García Carmona (figlia del golpista Pedro Carmona Estanga) e altre figure di spicco delle opposizioni venezuelane. La sua offensiva si estende anche qui, in Europa, dove si rifugiano Francisco D’Agostino (Maiorca) e Alessandro Bazzoni (Lugano), artefici di uno schema di corruzione che ha sottratto 21 miliardi di dollari alla statale Pdvsa, riciclati anche nelle gare di Polo in Regno Unito. Per il tycoon Rodríguez sta facendo un lavoro “davvero buono”, poiché gli permette di estrarre “milioni, letteralmente milioni, barili di petrolio”, utili ad affrontare la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran.Caracas è dunque diventata la cava in cui Washington e amici fanno scorta energetica: eroga fino a 80mila barili di petrolio giornalieri verso gli Usa e apre l’Arco minero dell’Orinoco – estensione di giacimenti lunga quasi 112mila chilometri – agli Stati Uniti per l’estrazione di oro e minerali critici. Il Paese ha anche dato il via libera all’export di gas all’impresa Cardón IV, gestita da Eni e Repsol, nel più grande giacimento dell’America Latina, senza alcun vincolo normativo legato alla sostenibilità ambientale. Inoltre Rodríguez riceve costanti visite di funzionari Usa: venerdì ha incontrato una delegazione del Senato americano guidata dall’incaricata di Affari Laura Dogu. “Una conversazione rispettosa, nel contesto di un dialogo di pace”, ha detto Palazzo di Miraflores. Nelle settimane precedenti il Paese ha ricevuto altre visite di monitoraggio: Francis Donovan, capo del SouthCom, e il presidente del Consiglio di dominio energetico Usa, Doug Burgum. Maduro? Al di là dei proclami, è solo un ricordo lontano, alla cui difesa legale viene negato persino il sostegno economico di Caracas. Archiviata anche María Corina Machado, che i repubblicani ritengono inaffidabile se paragonata all’alleata Rodríguez.L'articolo Venezuela, la purga di Delcy Rodríguez: rimossi vertici militari e ministri. E Caracas riapre i rubinetti del petrolio agli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.