Groenlandia. La Danimarca voleva sabotare le piste per ostacolare gli Usa

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di Giuseppe Gagliano – La crisi attorno alla Groenlandia segna un passaggio inquietante nei rapporti tra alleati occidentali: per la prima volta, un Paese della NATO valuta misure difensive contro gli Stati Uniti. All’inizio del 2026, la Danimarca avrebbe preso in considerazione l’ipotesi di sabotare le piste d’atterraggio sull’isola per impedire un eventuale intervento militare americano, trasferendo truppe, materiali e persino esplosivi. Più che un’esercitazione, una postura che suggerisce una reale strategia di deterrenza.Al di là dei dettagli operativi, il dato politico più rilevante è la loro plausibilità. Per settimane, infatti, Washington non ha escluso l’uso di pressioni coercitive per ridefinire il proprio ruolo sull’isola, alimentando timori tra i partner europei. Anche se successivamente gli Stati Uniti hanno ridimensionato i toni, il segnale è rimasto: un alleato storico ha iniziato a ragionare come se la minaccia potesse provenire dall’interno della stessa alleanza.La posta in gioco è alta. La Groenlandia rappresenta un nodo strategico cruciale nell’Artico, tra rotte polari, competizione globale e capacità militari avanzate. Il suo controllo offre vantaggi decisivi sul piano geopolitico e militare, motivo per cui Washington continua a considerarla prioritaria. Allo stesso tempo, per Copenaghen cederne il controllo significherebbe compromettere sovranità nazionale e credibilità europea.L’ipotesi di distruggere le infrastrutture rivela una strategia tipica di negazione dell’accesso: rendere inutilizzabile il territorio in caso di superiorità avversaria. Una scelta estrema, ma coerente. Più grave è però il significato politico: l’Europa non teme più soltanto un disimpegno americano, ma anche una sua iniziativa autonoma.Il caso groenlandese va oltre il contesto locale. Indica che l’Occidente non è più una comunità strategica compatta, ma uno spazio attraversato da diffidenze profonde. Se la deterrenza tra alleati diventa pensabile, allora una frattura strutturale è già in atto. E in geopolitica, ciò che entra nel campo del possibile raramente resta solo teorico.