Da Dante ai docenti precari: il mondo ci invidia il Rinascimento, mentre l’Italia smantella la scuola pubblica

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di Francesco NicolaciL’Italia è l’ottava potenza economica mondiale, culla del 70% del patrimonio Unesco, patria di Dante, Leonardo, Galileo e della “Sesta Napoletana” – quell’accordo armonico che ha insegnato la bellezza al mondo. Siamo il Paese che ha inventato gli strumenti ad arco e i codici musicali usati in ogni parte del globo, da andante a vivace con fuoco. Com’è possibile allora che in questa “fucina della storia” la scuola si sia ridotta a ceneri, trasformata in un’azienda di stampo privatista che vive di burocrazia kafkiana e indigenza endemica?Il contrasto è distopico. Mentre il mondo ancora ci invidia il Rinascimento, noi consumiamo un parricidio silenzioso. Abbiamo smarrito la bussola etica e la maieutica socratica, naufragando in un sistema che ha sostituito il Sapere con il bilancio semestrale.Oggi la scuola abita un paesaggio desolato, una Waste Land dove le famiglie dettano legge e i vertici si adattano. Siamo passati dal tempio della cultura alla legge aziendale dello “studente come cliente”. Si teme di infastidire i genitori con un’insufficienza; bocciare è diventata un’imprecazione. In questo panopticon distopico, il docente è un pubblico ufficiale svuotato di autorità, affrontato alla pari dai discenti, schiacciato tra direttive orwelliane e la necessità di “fare numeri” per non perdere autonomia.È grottesco: un Paese che spende miliardi all’anno in interessi sul debito, che si presenta ai summit internazionali tra i leader mondiali e con un Pil nominale di 2.540 miliardi di dollari (terza economia dell’Eurozona, seconda potenza manifatturiera d’Europa, ottava esportatrice mondiale) poi non trova i fondi per risme di carta, fotocopie, tapparelle bloccate o termosifoni funzionanti. Ma se per la scuola non ci sono soldi da dare, per il mercato dei titoli la circolazione a ricevere è frenetica.Assistiamo a un’emorragia di denaro proprio estratto dalle tasche dei docenti: come i cosiddetti corsi abilitanti, veri e propri “green pass” del cattedrificio a pagamento, che costano tra i 2000 e i 3000 euro, spostamenti esclusi. È un mercato del tempio dove la cultura non c’entra nulla. Le certificazioni informatiche raddoppiano il tetto massimo acquisibile (da 2 a 4 punti) con un tempismo perfetto per essere comprate e caricate nelle graduatorie, mentre una seconda laurea magistrale – frutto di anni di studio e sacrifici – viene umiliata con un riconoscimento di soli 3 punti in più. Più studi, meno vale.Il volto più atroce di questo sistema è il trattamento riservato ai cosiddetti precari (uso interessante del vocabolo, laddove l’esistenza terrestre per se è precaria e a tempo determinato), i “gladiatori della penuria”. Professionisti del sapere costretti a spostamenti omerici dal Sud al Nord, senza reti di protezione, vittime di un assurdo gioco di società. Ancora, vediamo docenti licenziati il 23 dicembre per essere riassunti il 7 gennaio, o peggio rimossi e ripresi decine di volte nello stesso anno accademico, al solo scopo di negare il pagamento di festività, ponti e fine settimana. Un divide et impera che poggia sulla guerra tra poveri, dove i contratti finiscono il 30 giugno come se la cultura avesse una scadenza e la pausa estiva non appartenesse ai termini all’annualità scolastica, per risparmiare sugli stipendi.Questi maratoneti di esami, master e dottorati si ritrovano a contare le monetine per una cena di fine anno a base di pizza e Coca Zero, mentre lo Stato elargisce aumenti ridicoli (80 euro netti) prontamente riassorbiti dai costi obbligatori per restare in graduatoria. Persino un comico, Maurizio Crozza, è arrivato a sbandierarlo nel suo programma: lo stipendio di un docente italiano è tra i più bassi d’Europa dopo la Slovenia, e più di tre volte minore rispetto al Lussemburgo, primo della classe.“L’Italia s’è desta”, cantiamo nell’inno nazionale. Ma la realtà vissuta parla di una situazione divergente, dove la burocrazia dei moduli e dei “ri-moduli” nasconde l’amara lacuna di un sapere sperso nel Mare Nostrum secolare. Non è solo una questione di soldi: è una questione di statuto morale.Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, recitava il Sommo Poeta. È ora che lo Stato si ricordi di questa promessa, smettendo di trattare in tal guisa i suoi professionisti. Ripartire dalla Cultura, quella vera, non è un lusso: è l’unico modo per fermare questo parricidio culturale e questo tradimento ancestrale.L'articolo Da Dante ai docenti precari: il mondo ci invidia il Rinascimento, mentre l’Italia smantella la scuola pubblica proviene da Il Fatto Quotidiano.