L’uomo e le macchine, Dargen D’Amico torna con un disco che si potrebbe definire “esplorativo” dal titolo Doppia mozzarella, in riferimento alla gran quantità di input che giornalmente accerchiano le nostre vite. Esplorativo perché non si tratta di un album di denuncia, la preoccupazione, mai nostalgica, non deriva dalla mera presenza delle macchine ma dal rapporto che intercorre tra le macchine e l’uomo. Questa è la prospettiva scelta dal rapper milanese, ex giudice di X Factor, quest’anno tra i big di Sanremo, per affrontare, con la sua solita ironia (a ‘sto giro un po’ più amara? Gliel’abbiamo chiesto), un tema assai attuale.In che momento della carriera ti trova questo disco?«Questa è una domanda molto difficile. Sicuramente sono ancora in una fase in cui a livello discografico do più valore all’azione che alla riflessione, quindi per fare questo disco mi sono concentrato sulla fortuna di aver inanellato in questi ultimi anni una serie di conoscenze con musicisti, compositori, produttori in questi ultimi anni. Poi ho la certezza di questo scivolamento in un’epoca governata dalla macchina, che è poi esattamente il tema del disco ed è il motivo per cui ho portato quella canzone a Sanremo».Che ha una genesi particolare, no?«Si, quello era un brano satellite, se noti ha una vita a sé, perché probabilmente in quella veste non sarebbe entrato nel disco. Era un’idea di canzone che poi ho concretizzato per Sanremo dopo aver fatto ascoltare l’idea alla direzione artistica».Puoi entrare più nel merito dei temi che hai tratto nel disco?«I temi sono sicuramente spacchettati. I temi sono: uomo-macchina e poi persona-individuo. Un fattore determinante comunque è stato certamente la volontà di dire “Mi fermo un attimo e mi dedico del tempo in studio con le persone che ho incontrato negli ultimi anni, anche se questo significa che impiegherò due anni per fare un disco”, perché chiaramente ci avrei potuto mettere molto meno utilizzando alcune soluzioni suggerite dalla macchina. Però questo è un disco che mi ha permesso di collezionare tutta una serie di ricordi molto piacevoli legati al gioco nella produzione musicale, che è un po’ anche quello che ho fatto col mio primo disco. Quindi, per rispondere alla tua domanda in maniera breve: in che punto mi trovo? Credo di nuovo all’inizio».Nel disco mostri un approccio, una prospettiva, del tutto diversi riguardo al rapporto con le macchine. Si parla tanto anche della nostra umanità rispetto alle macchine. Si può riuscire quindi?«Sicuramente più facile, soprattutto in un momento come questo in cui è possibile soffermarsi a pensare a quelle che possono essere le conseguenze di un passaggio epocale, forse il gradino più alto che l’uomo dovrà superare nell’arco degli ultimi secoli: il governo che viene affidato alla macchina, i destini delle nostre vite e delle nostre morti che vengono affidati alla macchina. Chiaramente tutto ciò mi ha aiutato a umanizzare la macchina, anche se capisco che è una scelta che può avere delle implicazioni ancora più dannose. Però in alcuni passaggi io mi riferisco alla macchina come se fosse semplicemente un altro essere che condivide questo spazio e tempo insieme a me in questo momento».Manuel Agnelli in un’intervista per Open di qualche giorno fa ipotizzava che le macchine ammazzeranno l’artista…«Io sono più preoccupato del fatto che le macchine abbiano già cominciato ad ammazzare gli altri esseri umani indifesi, come delle bambine in una scuola. Poi capisco anche la preoccupazione artistica ma, forse io non essendo al 100% un artista, essendo un artista solo in alcuni momenti della mia vita, tendo a preoccuparmi di più per le conseguenze che avranno sull’umanità. Sicuramente metteranno molto in difficoltà la produzione artistica, però la produzione artistica in Italia, e secondo me su questo mi sembra di aver capito che ne conveniamo tutti, era già stata banalizzata dall’avvento dello streaming. Si sono perse le possibilità intermedie, si sono perse le possibilità di lettura di altri livelli legati alla musica. C’è solo quello che esce, anzi che fuoriesce tra quello che esce, perché quello che esce è ingovernabile, non so quante canzoni italiane ormai pubblichiamo alla settimana, però siamo tutti schiavi di questo meccanismo. Perché è così: le piattaforme ti penalizzano se tu non produci, ti penalizzano perché tu in qualche modo lavori per accrescere la loro penetrazione, quindi ovviamente favoriscono quelli che sono disposti a lavorare di più per loro. Siamo già in quella direzione e abbiamo cominciato a farlo anche prima dell’avvento della macchina. Poi adesso sicuramente il passaggio sarà più rapido e quando il passaggio è più rapido la caduta è più ripida».Vogliamo dare delle avvertenze al pubblico riguardo questo disco?«Quello che posso dire è che è il racconto della produzione. Essendo questo un disco che si è stratificato in passaggi musicali, che poi hanno dato suggerimento per parole, parole che poi hanno influenzato la musica e allora la produzione nuovamente ha influenzato il testo. È un disco che è cresciuto nel tempo, nell’arco degli ultimi due anni, quindi l’unica cosa che immagino necessaria per questo disco è un ascolto che non sia unico, perché adesso dischi si consumano, si bruciano, in poche settimane. Queste canzoni sono il frutto di riascolti, di riflessioni, revisioni, quindi revisioni, divisioni e ancora revisioni. Provate ad ascoltare le canzoni. Io mi sono imposto di non skippare più, di non saltare più da una traccia all’altra nell’ascolto della musica sulle piattaforme di streaming, mi sono imposto di selezionare le cose che potrebbero interessarmi e poi di farmi delle playlist che mi ascolto interamente. Perché io sono vittima del giudizio che ho di me stesso prima che del giudizio che gli altri possono avere di me e anch’io ho banalizzato l’ascolto della musica negli ultimi anni».Un elemento che non manca mai nella tua musica, lo sappiamo, è l’ironia, però in questo disco ho la percezione che si sia fatta un po’ più amara…«È una visione più amara perché mi sono reso conto che effettivamente stiamo dando la responsabilità delle nostre scelte alla macchina e certe cose possono andare storte. Può andare storto che non è democratica la proprietà delle macchine, cioè che ci sono singoli attori finanziariamente molto forti che possono governare il principio democratico dell’intelligenza artificiale. Questo sicuramente ti confesso che mi spaventa e da lì deriva l’amarezza dell’ironia. Poi l’ironia è anche, a mio modo di vedere le cose, la scintilla elettrica che ti fa capire che c’è ancora energia, che c’è ancora vitalità, che non ci rassegniamo a perdere completamente il contatto».Il titolo Doppia mozzarella è un riferimento all’eccesso di input che ormai domina le nostre vite, ed effettivamente questo è innegabile. Poi però ho pensato: “Ma non sarò io a non essere in grado di reggere il ritmo di tutto quello che sta succedendo?”. A te è venuto lo stesso dubbio?«Sì, sicuramente. Il problema è che io ho la fortuna, anche per il mestiere che faccio, di avere delle discussioni con i più giovani, e i giovani mi dicono “Io mi sento troppo giovane per affrontare questo problema”. Quindi se noi più vecchi ci sentiamo troppo vecchi per affrontarlo e quelli più giovani si sentono troppo giovani, credo che ci sia un problema strutturale in questa esaltazione – per l’amor del cielo – consumistica, che per il mercato è sacra, quando in realtà genera solamente un’insoddisfazione ancora più profonda. La genera a noi che abbiamo qualche generazione in più sulle spalle, ma la genera anche alle generazioni più recenti su questa Terra».In questo momento della tua vita, artisticamente, quali sono le tue esigenze?«Uno spazio, un perimetro, che mi venga anche recintato, perché poi io sono uno che si perde, che farebbe fatica a chiudere un disco. Ho bisogno che qualcuno mi bussi e mi dica: “Senti, cerchiamo di mettere insieme quello che abbiamo fatto fin qui”. Però ho del tempo da dedicare a questa cosa e la possibilità di integrarmi con altri esseri umani, di non assecondare la mia tendenza al solitario, all’”orsismo”, l’essere orso. Ma è sempre stato così, perché la mia modalità è sempre quella di una profonda solitudine in fase di scrittura e poi il tentativo di incontrarmi con altri per realizzare quell’idea e metterla in musica. E, ti confesso, non solo per una questione di ignoranza musicale mia e della necessità che anche le idee musicali che scrivo vadano corrette, perché sono il primo a riconoscere i miei limiti, però anche perché alla fine questo è un mestiere che io non mi sono scelto, ci sono arrivato forse per caso, però il caso non esiste, quindi cerco di ottenere tutti i rapporti personali che posso da questo mestiere».Possiamo considerarti ancora un rapper?«Assolutamente, io ho cominciato a immaginare delle creazioni musicali da quando ero ragazzino, sono rimasto folgorato dalle possibilità creative della musica rap, cioè di scrivere per la musica, di scrivere sulla musica, di scrivere nella musica. Ho avuto la fortuna di avere una maestra che alle elementari ci ha insegnato il valore dello sfogo su carta e quindi ci dava la possibilità di scrivere un’oretta alla settimana dei pensieri che poi lei descriveva come poesie, essendo molto generosa nel giudizio, però lì ho imparato il valore della scrittura, della scrittura anche come terapia. Poi quando ho incontrato il rap sulla mia strada ho avuto la fortuna di incontrarlo a metà anni ‘90 e poi di rimanere innamorato fino alla fine, diciamo, della golden age, quindi dal ‘93 al ‘99. Io in quel periodo lì ho praticamente creato il mio senso critico nei riguardi della musica, delle produzioni musicali, delle percezioni musicali e io sono rimasto comunque legato a quel periodo, sono ancora molto legato a quel periodo».Il rap dalle nostre parti è un genere talmente nuovo che tu fai parte della prima generazione di rapper che sta diventando adulta. Come invecchia un rapper?«Un rapper invecchia quando decide di invecchiare, perché poi la musica avendo una lettura del tempo che è molto elastica ti permette di continuare ad avere l’età che avevi quando hai scritto quella canzone. So che sembra un po’ una forzatura nei confronti del concetto del tempo e dello spazio, però tu effettivamente quando ricanti quella canzone chiami a rapporto delle sensazioni, delle reazioni anche chimiche, delle particelle, delle cellule che non hai più, ma che hanno lasciato un’impronta, un ricordo ben chiaro in te, quindi in qualche modo rimani anche lì. Se invece ti devo parlare da un punto di vista personale, io mi sento obbligato, anche dall’età, a discostarmi da alcune scelte che vengono prodotte dalla musica rap che si è evoluta nel frattempo, perché le troverei ridicole per me. Sono convinto che probabilmente mi avrebbero affascinato se fossi stato più giovane».Il rap effettivamente, anche nell’immaginario comune, nasceva con una mission che poi oggi non si riesce più a distinguere…«Il rap è cambiato molto rispetto come l’ho conosciuto io, chiaramente. Quando l’ho conosciuto io era una musica per persone sfigate, non era la musica che ti permetteva di avere una vita sociale ricca, e poi eravamo in pochi ad ascoltarlo, a ricercare la qualità in quella musica. Era molto facile trovare la qualità, perché anche in America stavano cercando di dichiarare l’importanza di questa musica, di uscire da una descrizione o per forza gangster o per forza festaiola di questa musica e quindi producevano dei dischi alti che avevano anche delle scenografie imponenti, che avevano delle narrazioni epiche dell’epoca, del tardi anni novanta, della difficile vita in certi quartieri negli Stati Uniti d’America. Quindi comunque separo molto le cose. Sono legato a quella visione, non disdegno l’evoluzione del rap, però mi sentirei anche ridicolo a interpretare personalmente alcuni stilemi».Lungi da me creare dissing, ma c’è qualcuno della tua generazione che si sente a proprio agio in questa situazione, uno era addirittura tuo compagno di classe al liceo…«Ti riferisci a Cosimo (Guè, ndr)? Lì però è un discorso molto diverso. Cosimo ha sempre riconosciuto una sacralità nell’hip-hop dei “santi” che dagli Stati Uniti d’America hanno imposto il racconto di una “religione”. Lui è molto legato a quello che viene dagli Stati Uniti, perché chiaramente, e ha ragione, quello che viene fatto lì è un po’ la Bibbia che poi viene seguita adesso ai quattro capi della terra. Ed è un modo di vederlo. Io invece la vedo più sul valore, sulla possibilità che la musica rap ti dà. Adesso si è un po’ urbanizzata tutta la scrittura della musica, anche di quella pop, così c’è la possibilità di raccontare, di mettere in musica, alcune immagini, di raccontare in maniera anche cinematografica alcuni avvenimenti del nostro tempo».Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?«Mi piacerebbe che le persone che hanno lavorato questo disco si ricordino dei momenti che abbiamo condiviso e che ci hanno permesso di crearlo, e questo già per me sarebbe discretamente soddisfacente. Poi mi piacerebbe che chi lo ascolta si rivedesse, rivedesse alcuni attimi, alcuni momenti che ci sfuggono, e che un nostro simile ha cercato di fermare ingenuamente».L'articolo Dargen D’Amico: «Siamo schiavi dello streaming, io mi sono imposto di non skippare più. Il rap? Me l’ha insegnato una maestra delle elementari». L’intervista proviene da Open.