di Chiara Cirelli – «La storia mi assolverà», così si pronunciò un giovane Fidel in seguito al fallimentare assalto alla caserma Moncada, il 26 luglio del 1953. Qualcuno, anni dopo, gli ha fatto eco: «la storia ti assolverà, ma la geografia ti condannerà». Se è vero che le mode seguono corsi e ricorsi, allora bisogna ammettere che è tornato ad affacciarsi nuovamente il mito di Cuba, il piccolo stato socialista, riuscito nell’impresa di bacchettare l’imperialismo del Norte brutal.L’isola del Caribe rappresenta un trauma irrisolto nella psicologia geopolitica americana, una matassa di resistenza e ideologia, dove il passato ingombrante estende la sua ombra. Una matassa da sbrogliare, ancora. Negli ultimi anni e in particolare con l’avvento della seconda amministrazione Trump, gli Stati Uniti sono tornati a occuparsi dell’America. Non la loro, l’altra: quella che ha visto il coinvolgimento, sempre maggiore, di Pechino. Insomma, Washington ha riscoperto il cortile di casa, dove appare necessario portare ordine.In tale direzione sembra muoversi il Tycoon, che a inizio marzo ha riunito a Miami i leader latinoamericani a lui ideologicamente vicini, tra questi l’argentino Milei e il controverso Bukele di El Salvador. Lo scopo, a difesa della sicurezza nazionale, è quello di dar vita a una coalizione regionale, in grado di favorire il contenimento dell’influenza del Dragone in America Latina e nei Caraibi e poter avere accesso alle risorse strategiche.La Repubblica Popolare negli ultimi decenni, caratterizzati da un ridotto interesse statunitense, non è rimasta a guardare, investendo in infrastrutture, porti, telecomunicazioni e soprattutto in quei minerali come litio, rame e terre rare, fondamentali per la transizione energetica del pianeta. Argentina, Bolivia e Cile detengono il 56% delle risorse mondiali di litio: l’anno scorso Pechino ha annunciato una linea di credito di 9 miliardi per la regione.La pressione esercitata da Trump ha già avuto effetti significativi come la destituzione del presidente venezuelano Maduro e la decisione della Corte suprema panamense di annullare i contratti di una società con sede a Hong Kong per gestire porti container sul Canale di Panama. Nel suo discorso di insediamento, il magnate americano aveva fatto presente come fosse sua intenzione recuperare il principale collegamento marittimo tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico.La Cina oggi è il principale partner commerciale della regione, ha stipulato accordi di libero scambio con diversi paesi e, inoltre, finanzia significativi progetti come la metropolitana di Bogotá e il megaporto peruviano di Chancay.Il Council on Foreign Affairs attesta che gli scambi commerciali di Pechino con la regione hanno superato i 450 miliardi di dollari nel 2021 e alcuni stimano che la cifra oltrepasserà i 700 miliardi di dollari entro il 2035. Venti nazioni latinoamericane hanno aderito alla Belt and Road Initiative di Xi Jinping: progetto, inizialmente volto a collegare l’Asia orientale all’Europa, che ha allargato l’influenza politica ed economica cinese in tutto il globo. Si può, quindi, comprendere l’esigenza geopolitica di Washington di recuperare il terreno perduto e di evitare il possibile posizionamento di basi militari o strategiche rivali nella regione, dove le implicazioni, per il controllo cinese di infrastrutture critiche, destano il timore di diversi esperti. In questo quadro di riscoperta del Latinoamerica si colloca la rinnovata attenzione rivolta alla Isla Grande che ha visto le proprie condizioni, già precarie e debilitate dalla gestione interna, esacerbate dal blocco energetico imposto da Trump, dopo l’arresto di Maduro. «La politica di asfissia implementata dagli Stati Uniti ha l’intenzione dichiarata di provocare il malcontento sociale e propiziare un cambio di regime», sentenzia il noto scrittore cubano Leonardo Padura a Le Monde diplomatique.L’economia a un braccio di mare dalla Florida dipende per più del 60% dalle importazioni di combustibile e questo vuol dire meno carburante e quindi meno logistica. Le strade si trasformano in discariche a cielo aperto con il serio rischio della proliferazione di malattie e le ambulanze e i mezzi di trasporto restano a terra. Tale mancanza si riflette pure nell’incapacità di portare a compimento gli interventi chirurgici programmati e quelli urgenti. Un allarme in tal senso è stato lanciato anche dall’OMS. Un’indagine del Center for Economic and Policy Research rivela che il tasso di mortalità neonatale a Cuba è aumentato del 148% tra il 2018 e il 2025.Il dato è destinato a peggiorare. Caracas (che, prima dell’arresto di Maduro, ripagava 60 miliardi di debito alla Cina con greggio a costo ridotto) forniva petrolio a Cuba a condizioni preferenziali. Dopo il blitz di gennaio tale pratica è stata interrotta, con la minaccia da parte di Washington di imporre dazi sulla merce proveniente dai paesi che esportavano petrolio verso l’isola. Per questo motivo, il Messico, paese da sempre vicino a Cuba (da lì partì il Granma) ha dovuto sospendere i suoi rifornimenti di petrolio. L’Avana possiede petrolio, ma è pesante e ad alta concentrazione di zolfo: è quindi difficile e costoso da raffinare senza infrastrutture efficienti. Nei giorni scorsi il governo comunista ha parlato della rottura di un tabù commentando la prima trasformazione del proprio greggio in diesel, nafta e petrolio commercializzabili, grazie a una tecnologia basata sulla termoconversione, sviluppata dal Centro di ricerca sul petrolio di Cuba.Ma questo è solo un test sperimentale. Il piccolo paese caraibico, a parte gli aiuti umanitari e l’invio di due petroliere da Mosca, ha le gambe spezzate. La situazione, con uno stipendio medio mensile di circa 6 mila pesos (12 dollari) appare sempre più deprimente e invivibile, nonostante la fierezza per la rete di protezione sociale, costruita a partire dal 1959, che ha permesso ai cittadini di accedere a un sistema sanitario universale e sradicare l’analfabetismo. Intanto, Pechino sta installando fonti di energia solare e rinnovabile, soprattutto nei centri sanitari e negli istituti scolastici. Per superare lo stallo sono state avviate trattative tra i consiglieri di Rubio (il primo segretario di Stato cubano-americano) e i vertici dell’isola. Raúl Castro parteciperebbe al dialogo. L’uomo su cui Washington punta pare essere però suo nipote, il quasi omonimo Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto «El Cangrejo», il Granchio per via di una condizione genetica, chiamata polidattilia. Con lui (figlio del defunto generale fondatore della GAESA, il conglomerato economico controllato da militari divenuti miliardari, secondo documenti segreti, visionati dal Miami Herald), meno ideologico e più pragmatico, percepito come simile alla venezuelana Delcy, gli Stati Uniti auspicherebbero un cambio di regime (il presidente Díaz-Canel è considerato una figura di rappresentanza) e la tutela dei propri interessi.Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, a febbraio, Rubio, in merito alla questione cubana, ha insistito su riforme economiche piuttosto che su uno sconvolgimento politico radicale. L’Avana, anche in termini geografici, non può sottrarsi alla logica delle sfere di influenza. Cuba, sempre più vulnerabile, ecosistema dove il potere è spartito tra più organi, è chiamata a gestire il proprio spazio e una dipendenza inevitabile. E una vittoria del Tycoon sull’isola ribelle sarebbe altamente simbolica (anche in vista delle elezioni di metà mandato), specie dinnanzi al Dragone, che nella regione ha investito troppo.