Dario Mirri è il presidente il Palermo dal 2019, ma prima ancora è uno dei suoi tifosi più autentici. Nipote di Renzo Barbera, lo storico presidente a cui oggi è intitolato lo stadio della città, Mirri ha raccolto un’eredità che è insieme affettiva e imprenditoriale, provando a coniugare identità e sviluppo in una delle piazze più complesse e affascinanti del calcio italiano.Da quando è alla guida del club rosanero, Mirri ha accompagnato il Palermo in un percorso di ricostruzione dalle fondamenta, attraversando le categorie inferiori fino al ritorno stabile in Serie B e con l’obiettivo dichiarato di riportare la squadra nel calcio che conta. Un cammino che si intreccia con l’ingresso nel 2022 del City Football Group (che attualmente ha il 94,95% della società, mentre la Hera Hora di Mirri ha il 5% e i tifosi di Amici rosanero lo 0,05%), con cui il club sta costruendo una struttura più solida sotto il profilo sportivo e manageriale.In questa intervista a Calcio e Finanza, Mirri racconta la visione di lungo periodo del Palermo, le prospettive economiche tra Serie B e Serie A, il ruolo della proprietà internazionale, i progetti sullo stadio in vista di EURO 2032 e le sfide più ampie del sistema calcio italiano, tra infrastrutture, settore giovanile e sostenibilità economica.Tra campo e conti: la visione del Palermo per tornare in altoDomanda. Presidente, il campionato sta per finire e siete in corsa per la promozione. Come cambia lo scenario tra Serie A e Serie B?Risposta. «Il progetto è di lungo termine, non può essere condizionato da un risultato sportivo. Stiamo lavorando da anni per raggiungere questo obiettivo perché i tifosi già sono in Serie A da tempo, i tifosi del Palermo non sono mai stati in serie D né tantomeno in C e non sono tifosi da Serie B. Il progetto cambia nella misura in cui si accelera rispetto agli obiettivi aziendali chiari sin dall’origine, cioè riportare il Palermo dove merita. I conti ovviamente cambiano, le prospettive cambiano, le ambizioni cambiano».«La Serie B è un campionato complicatissimo, sia da un punto di vista tecnico, ma anche da un punto di vista dei conti. Abbiamo il sogno e l’ambizione di potere raggiungere la Serie A e di poterci soprattutto restare con investimenti mirati. Questo è l’obiettivo. Nella massima serie cambiano i conti del ticketing, quelli del merchandising, quelli delle sponsorizzazioni, quelli dei diritti televisivi e i valori dei calciatori. In questo momento stiamo costruendo dalle fondamenta quello che poi un domani speriamo sia un attico con una bella vista sul mare».D. In termini economici, Palermo non ha niente da invidiare a nessuno. Si tratta della quinta città italiana, è il capoluogo di una delle regioni più popolose, la parte occidentale della Sicilia è rosanero e soprattutto c’è un bacino di utenza importante oltreché una proprietà importantissima come il City Football Group che fra le altre ha anche il Manchester City. Quanto questo ha cambiato tutto lo scenario?R. «Palermo è una capitale, ha una storia millenaria e ha la dimensione, la forza, l’ambizione di riaffermarsi capitale del Mediterraneo. L’aiuto che ci sta dando il City Football Group va esattamente in questa direzione, si lavora per raggiungere gli obiettivi prefissati. Il City Football Group rappresenta un mondo di competenze, soprattutto di know-how, ed è questo l’aiuto che ci sta arrivando giorno dopo giorno. Ed è quello che secondo me, nel medio-lungo periodo, farà la differenza. Palermo è una città in cui facciamo fatica a coniugare il verbo al futuro. Nel dialetto palermitano il futuro non esiste. Ecco, devo dire che la storia di questo Palermo è la storia di un futuro solido, da percorrere insieme con una forza che ovviamente è economica ma anche di competenze».Il presidente del Palermo Dario Mirri (Foto Tullio Puglia via Palermo Calcio)D. Molte volte anche nelle grandi città meridionali si tende a tifare per le grandi squadre del Nord. Io però ho fatto un viaggio qua allo stadio Renzo Barbera, ho visto il Palermo Museum, ho visto le scolaresche invitate a vedere il Museo del Palermo, che è un museo che lega il Palermo FC alla città di Palermo. Mi sembra di capire che c’è un tentativo di fidelizzare le giovani generazioni che saranno i tifosi del futuro.R. «Io prima di tutto sono un tifoso, poi ho l’onore di avere raggiunto la presidenza del Palermo. Credo fortemente nel valore dei tifosi. Siamo tutti di passaggio, gli unici che restano sono i tifosi. È un dato di fatto e il valore di un club è determinato dai tifosi. Quando dicevo che stiamo costruendo le basi per raggiungere il livello più alto possibile, stiamo lavorando anche e soprattutto su questo, anche perché il futuro è nelle mani dei giovani. Se i giovani palermitani tifano Juventus e Inter faticheremmo a far diventare il Palermo quello che noi vorremmo che diventasse».«Stiamo lavorando su tante iniziative, il museo è stato costituito in un momento difficile durante il Covid. Si trattava di uno di quei capisaldi che volevamo costruire, così come stiamo lavorando con un’attività di comunicazione molto spinta. Fare comunicazione non è un dettaglio, è un elemento fondante di una società moderna. Perché se fai bene comunicazione, come fanno i ragazzi che se ne occupano nel Palermo, crei comunità ma anche fatturato che naturalmente è l’ambizione che deve avere qualsiasi società».City Football Group, autonomia e identità: il modello PalermoD. A Palermo non manca niente. Una città bellissima, ricca di una storia potente, riconosciuta all’estero. Ha dei colori iconici, un panorama meraviglioso e quindi veramente non manca nulla. Adesso ha una proprietà di quelle veramente strutturate in termini sportivi. Qualora doveste scoprire il nuovo Dybala, il nuovo Cavani, come funziona l’accordo col City?R. «Non c’è una politica assoluta. Porto l’esempio del Girona che ha giocato in Champions League. Il gruppo dà autonomia locale ai club rispetto al territorio di appartenenza, a Manchester sanno benissimo che ogni territorio è diverso dall’altro. Bahia è diversa da Palermo, per esempio. C’è grande rispetto del territorio, dell’identità, della storia, e al tempo stesso grande supporto e grande aiuto anche da un punto di vista tecnico che è quello che interessa più ai tifosi. Non c’è un meccanismo consolidato al quale eventualmente il Palermo si deve adeguare. Tutto viene valutato in funzione del giocatore e dell’eventuale adattabilità a un mercato. Non sono tanti in questi quattro anni i calciatori che sono arrivati dal gruppo a Palermo. È vero che la Serie B pone dei limiti ai calciatori extracomunitari, ma in realtà anche da squadre europee del gruppo non è mai arrivato nessun calciatore, perché ogni squadra fa il suo mercato. Lo sapevo dal primo giorno, non avevo dubbi. Grande aiuto, grande supporto, ma soprattutto grande rispetto».D. Come funziona l’interfaccia con Manchester? C’è un costante colloquio tra i manager?R. «C’è colloquio, confronto e formazione reciproca su tutti i campi. Noi ovviamente trasferiamo le informazioni su quello che avviene qui. Torno sul tema del supporto, è utile il confronto per l’eventuale replicabilità di alcune problematiche che magari in un contesto diverso da Palermo si sono risolte in maniera brillante. Questa esperienza aiuta a creare soluzioni ai problemi».D. Da imprenditore come ha risposto la città alla venuta degli inglesi?R. «Palermo è sempre stata una città accogliente, la proprietà inglese fa riferimento ad Abu Dhabi e quel mondo è stato accolto a braccia aperte centinaia di anni fa così come sono sempre stati accolti gli angioini, i spagnoli e i normanni. Questa è sempre stata una terra di accoglienza, noi siamo così, ci piace fare vedere quanto è bella questa terra e condividerla. Palermo si identifica nel Palermo, i colori iconici sono unici. Magari può succedere che qualcuno tifa Milan, Inter o Juventus, gli stessi poi ti dicono che tifano anche per il Palermo ma rispondo che sono monogamo e non mi interessa avere altre relazioni. Io sogno che i palermitani, i giovani del futuro, abbiano questi stessi principi. Per me si partecipa e si appartiene a una sola famiglia, che è quella rosanero. Il resto non c’è. La città sta partecipando con una straordinaria e incredibile coesione con la squadra, siamo molto contenti di questa partecipazione».Ufficiale, Populous al lavoro con il Palermo per la realizzazione del nuovo BarberaLo studio di architettura lavorerà con il club rosanero al restyling dell’impianto, tra quelli in corsa per ospitare gli Europei del 2032.Dal Barbera al nuovo modello di ricavi: la svolta passa dallo stadioD. Sullo stadio vedo un grande sforzo di andare verso quelli che sono i canali di ricavi come gli Sky box. L’Italia in generale sconta un ritardo. Voi siete in corsa per essere una delle sedi delle cinque sedi italiane per EURO 2032. Qual è la situazione a livello politico?R. «Qui in questo stadio, proprio in questo posto, ho fatto la prima conferenza stampa a luglio 2019 e dichiarai quello che posso soltanto confermare. Il Palermo non andrà via da questa chiesa, senza essere blasfemi. Perché per noi tifosi, noi che abbiamo fede, questa è come una chiesa cattolica che teniamo aperta tutti i giorni proprio perché i tifosi debbono poter entrare nella loro chiesa. È chiaro che è una chiesa storica, che ha un panorama unico al mondo perché esiste uno stadio che ha questo anfiteatro naturale come Monte Pellegrino, ma è uno stadio che ha necessariamente bisogno di una ristrutturazione. Negli anni ‘90 mio zio Renzo Barbera si occupò della ristrutturazione. Questo stadio per noi, per la nostra famiglia, per i tifosi del Palermo non è sostituibile. Lo dichiarai nel 2019, dall’altra parte è chiaro che richiede un forte adeguamento».«Nel 1990 vennero a giocare a Palermo l’Egitto, l’Eire e l’Olanda. Fu una festa straordinaria, ricordo benissimo la portata di un evento del genere. Da parte della precedente società gli interventi sullo stadio sono stati limitati, da quando è arrivato il CFG stiamo facendo interventi anche a sostegno della sicurezza. In quattro anni abbiamo investito più di 9 milioni di euro soltanto perché lo stadio resti aperto. E questo è un tema sul quale naturalmente le istituzioni comunali (visto che il proprietario dell’impianto è il Comune) sanno benissimo che senza un intervento radicale questo stadio è destinato a chiudere. Terribile da dirsi ma è così. E se in questi quattro anni noi non avessimo fatto questi interventi insieme con l’amministrazione comunale, lo stadio già sarebbe chiuso. È chiaro che questa ristrutturazione passa da un’occasione imperdibile come Europei del 2032, con tutto quello che comportano. E naturalmente siamo pronti a fare la nostra parte».D. Quali sono gli step? Perché si parla tendenzialmente di cinque sedi: Milano, Torino, Roma, probabilmente Firenze e una al sud. Ve la giocate con Napoli, qual è la situazione?R. «Noi a ottobre 2025 abbiamo iniziato a verificare la fattibilità di una ristrutturazione. Abbiamo esaminato quattro alternative diverse, le abbiamo sottoposte a febbraio a una conferenza preliminare di servizi, che l’11 marzo si è conclusa con parere favorevole. Abbiamo quindi condiviso una scelta che è quella appunto di ristrutturare il Barbera. Il consiglio comunale si è espresso con una rara unanimità approvando un ordine del giorno con il quale ha invitato tutta l’amministrazione comunale a fare ogni sforzo possibile in questa direzione. Questo dà merito a chi ha lavorato al progetto e al consiglio comunale che ha analizzato a prescindere da interessi politici perché qui non c’è qualcuno che va contro. Siamo tutti dalla stessa parte, fermo restando che ognuno poi ha le proprie opinioni, però credo che il progetto di fattibilità abbia trovato la condivisione di tutti. Siamo andati anche in Svizzera, nella sede UEFA a raccontare la nostra idea del nuovo stadio e ribadire il nostro impegno, ottenendo un grande apprezzamento per il lavoro che stiamo facendo».Il presidente del Palermo Dario Mirri (Foto Tullio Puglia via Palermo Calcio)«A questo punto con i progettisti stiamo lavorando sul progetto tecnico-economico di fattibilità che consegneremo a breve al Comune di Palermo. A maggio presenteremo il documento, il Comune entro metà luglio dovrà dare le autorizzazioni. “Dovrà” non perché voglio essere presuntuoso o arrogante ma perché se vogliamo partecipare agli Europei 2032 c’è una timeline dettata dalla UEFA, quindi entro il 15 luglio gli stadi che potranno e vorranno partecipare a questa competizione devono avere una conferenza di servizi decisoria con conseguente approvazione del progetto».«Con l’approvazione del progetto entro il 30 luglio il progetto deve essere consegnato a FIGC. A quel punto poi a settembre 2026 la FIGC indicherà i cinque stadi. Ragione vuole che un Europeo in Italia senza Roma e Milano faccio fatica a intravederlo. Torino ha uno stadio pronto, a Firenze stanno lavorando da tanti anni. Non possiamo tagliare l’Italia a Roma, impensabile. C’è Napoli che è un’altra capitale del Sud, rappresentato anche da Cagliari e Salerno. Noi vorremmo competere per potere rappresentare il Sud. Crediamo di avere tutto per poterlo fare».D. Si è sentito con il suo collega De Laurentiis su questa cosa? Avete già contattato uno studio molto importante di architettura che è Populous. Quanto aiuterebbe il bilancio del club e quindi la competitività della squadra?R. «Non ho sentito Aurelio De Laurentiis. A Napoli stanno facendo le loro valutazioni, non mi posso permettere di parlare di quello che non so. Sono ottimista perché sullo stadio a Palermo c’è una forte convergenza che prescinde dagli interessi politici. È un percorso complicato, nel quale l’obiettivo è anche quello di muoversi con il massimo raccordo con i rappresentanti delle forze dell’ordine. Sono tutti partecipi a questo tavolo e tutti sappiamo che abbiamo questa timeline, noi stiamo lavorando per quello. Come cambiano i conti economici con uno stadio nuovo? Leggo Calcio e Finanza, quindi so come cambia per una società di calcio, anche noi crediamo che uno stadio moderno possa accogliere i tifosi e comporta l’aumento del tempo medio di stazionamento allo stadio. Questo significa che l’esperienza stadio si amplifica nei conti economici».«Noi già facciamo dei numeri straordinari: quasi 9 milioni di ticketing in Serie B venendo da una stagione scorsa sportivamente molto complicata. I tifosi continuano a dimostrare, quest’anno abbiamo 28.000 spettatori di media a partita. Siamo all’ottavo posto in Italia per media spettatori, quindi è come se stessimo tra Europa e Conference League nella classifica di Serie A. Sui nostri canali social facciamo oltre 52 milioni di views al mese, siamo tra le top in Italia anche su questo. I tifosi sono già a quel livello, noi dobbiamo essere bravi per poter raggiungere questo obiettivo. Un nuovo stadio è principalmente uno strumento straordinario di rigenerazione urbana per la città. Gli esperti stimano fino a un miliardo di euro di beneficio economico per tutta la città, per le sue aziende, per l’intero tessuto sociale e commerciale, per tutto l’indotto. Un’occasione straordinaria per questa città che ha un grande bisogno di opportunità di sviluppo. Per il club poi è uno strumento per aumentare il fatturato. Quindi è un investimento finalizzato a valorizzare e trovare nuove linee di ricavo».«Non voglio tirarmela, però credo che i diritti televisivi storicamente negli ultimi anni stanno avendo un’involuzione. Magari cambieranno, ma nel frattempo bisogna trovare nuovi ricavi, un po’ come fanno gli inglesi. Già oggi noi abbiamo un bilancio che per certi versi è più “inglese”. Abbiamo 9 milioni di fatturato dal ticketing, 9 milioni lato commerciale. I diritti televisivi sono un po’ meno di 4 milioni. Noi siamo molto orientati a sviluppare altri ricavi e non aspettare».D. In molti stadi moderni che ho visto, l’incremento di ricavi verrebbe soprattutto da quella parte hospitality che attiene ai tifosi più abbienti. Vorrei tranquillizzare i tifosi dei settori più popolari riguardo al fatto che il ticketing non verrà alzato molto nei loro settori.R. «Populous ci sta dando un enorme supporto, per l’esperienza straordinaria che ha per la costruzione degli stadi. L’idea è quella di avvicinare gli spettatori al campo, quindi da questo punto di vista l’esperienza migliorerà la parte ticketing. Poi, domanda e offerta fanno il prezzo. È chiaro che ci saranno settori premium hospitality che, come già oggi, hanno dei biglietti più cari. Ci saranno le curve, quelle che noi chiamiamo popolari, che ovviamente avranno un biglietto conseguente. Da questo punto di vista ci rimettiamo un po’ a quelle che sono le esperienze di altre società di Serie A simili alla nostra».ANALISIGoverno vs Lega sulla FIGC: come la Serie A finanzia la gran parte dello sport italianoDietro lo scontro sulla FIGC c’è una posta ben più ampia: il calcio sostiene l’equilibrio economico di quasi l’intero sistema sportivo italiano.Tra governance e vivaio: le leve per rilanciare il calcio italianoD. Il 22 giugno si dovrà votare per il nuovo presidente della FIGC. Qual è la situazione al momento? Cosa si sente di dire? Cosa ha bisogno, soprattutto secondo lei, il calcio italiano in termini generali?R. «È evidente che il calcio italiano ha bisogno di un cambio di ritmo e credo che tanto passi da quello che avverrà il 22 giugno e da chi verrà delegato a rappresentare la FIGC. Dico subito che io sono un amico di Gabriele Gravina e credo che con la sua consueta dignità abbia rassegnato le dimissioni. È giusto così ma non credo che sia l’unico colpevole. Secondo me è più profonda la soluzione, arriverà un nuovo presidente che deve in qualche modo rappresentare un cambio di passo. Tra i temi di discussione ci sono settore giovanile, giocatori italiani e stranieri. Bisogna andare a monte perché non ci sono più bambini che si appassionano al calcio e che vedono la partita di 90 minuti ma si dedicano ad altri sport. Guardano il cellulare e non vengono allo stadio. Bisognerebbe partire da lì per potere poi un domani avere più calciatori italiani. L’intervento deve essere strutturale e deve partire in termini culturali, partire dalle fondamenta. Ci vorrà del tempo però con un percorso e con una strategia di medio lungo periodo torneremo ai Mondiali, ma non possiamo pensare che sia l’inverso: cioè andare ai Mondiali come soluzione ai nostri problemi».D. Voi investite sul settore giovanile?R. «La crescita del settore giovanile passa da una crescita delle infrastrutture. Due anni fa abbiamo inaugurato il centro sportivo, un progetto che viene dal passato quando abbiamo individuato il terreno. Il City Football Group appena arrivato è la prima cosa che ha finanziato e quindi è partito questo progetto che per la prima squadra ha dato le basi per potere crescere. Sappiamo bene che la Sicilia è un territorio grande e che sono pochini i siciliani che giocano in Serie A. Questa è la dimostrazione che non è possibile che su 5 milioni di siciliani nessuno sappia giocare a pallone: è invece molto più probabile che mancando le strutture inevitabilmente non arrivi a giocare in Serie A. E poi c’è un tema culturale. Noi stiamo lavorando con tutte le forze sullo stadio perché c’è un cronoprogramma per poter entrare dentro EURO 2032 ma certamente il settore giovanile è un elemento che vogliamo sviluppare».D. Cosa ne pensa invece di quella proposta di istituire dei meccanismi fiscali per favorire come dire l’ingaggio di calciatori italiani?R. «Credo molto poco alle induzioni esterne sul mercato. Non penso che andare ad aiutare fiscalmente chi compra un italiano piuttosto che uno straniero sia il modo migliore per trovare una soluzione. In quel modo alteri soltanto il mercato. Facciamo parte della comunità europea, ci sono una serie di norme da rispettare. Se oggi si comprano più stranieri è perché evidentemente hanno un prezzo più favorevole quindi da questo punto di vista è chiaro che ci sono sugli italiani degli elementi che alterano il valore poi del calciatore. Se il Como prende giocatori stranieri è perché sono più bravi di quelli italiani, lo stesso l’Udinese. È giusto che le società valutino, non le possiamo obbligare a fare delle valutazioni contrarie al merito».D. Beppe Riso mi diceva c’è anche un problema culturale che volevo sapere se anche lei l’ha constatato coi suoi giocatori, nel senso che se una società prende il giocatore straniero è più facile rivenderlo all’estero perché mi viene richiesto all’estero. L’italiano tendenzialmente vuole rimanere poi in Italia.R. «I dati confermano che i giocatori che hanno più mercato sono quelli nord europei, ma perché probabilmente sono i più bravi ad adattarsi. Ecco, diceva bene Beppe Riso, è un tema culturale. Porto l’esempio del nostro settore giovanile: i genitori stanno dietro ai bambini che giocano come se fossero dei campioni mondiali e non so se li aiuta. Non penso che al Nord Europa avvenga questa partecipazione eccessiva a livello emotivo per i ragazzi che poi subiscono magari loro stessi. A quel punto si credono Messi e Cristiano Ronaldo e poi quando non lo sono vanno fuori, si confrontano, tornano qui e sono un po’ vagabondi. Noi siamo italiani, abbiamo questa cultura, i bambini li proteggiamo, li aiutiamo, li sosteniamo. Il tema culturale secondo me è uno degli elementi su cui lavorare. Per esempio anche i giocatori provenienti dall’Argentina sono molto più pronti, perché magari hanno vissuto già lontano dalla famiglia… in qualche modo ti formi a un cambiamento e ti adatti».Il calcio italiano vola in Australia: Inter, Milan, Juve e Palermo a Perth nell’estate 2026L’Australia Occidentale accoglierà in estate le tre big del calcio italiano e i rosanero: tra le sfide, in programma il derby di Milano e il derby d’Italia.Dall’Australia a Palermo: il club tra dimensione globale e radici localiD. Quest’estate andrete in Australia in tournée. Palermo, Inter, Milan e Juventus. Saranno questi gli alfieri del calcio italiano. Quindi è un attestato di stima importante.R. «Molto. Il calcio internazionale, visto che parliamo dell’Australia, accoglie il Palermo come di fatto 4ª rappresentante delle più grandi squadre italiane. Non era scontato, non era dovuto. Andiamo a giocare a Perth, speriamo di avere tanti tifosi siciliani che ci vorranno accompagnare in questa partita con la Juventus l’11 agosto. È una grande soddisfazione e non credo che quattro anni fa quando è arrivato il City Football Group si poteva immaginare che il Manchester City venisse a giocare qui a Palermo, come è successo ad agosto 2025 per l’Anglo-Palermitan Trophy, né che ad agosto 2026 saremmo volati in Australia per giocare contro la Juventus. Ci chiamano perché rappresentiamo un territorio, rappresentiamo chi sta al Sud Italia».D. Ho visto nel museo tante maglie del Palermo donate da siciliani in tutto il mondo, questo affetto lo sentite?R. «In trasferta i nostri inseparabili ultrà ci seguono facendo sacrifici, partono da Palermo a volte anche in treno o quando non ci accompagnano in trasferta, perché purtroppo a volte le normative non lo consentono, ci aspettano alle quattro di mattina al Barbera. Questo è successo di recente dopo il pareggio a Frosinone per riconoscere il merito e il coraggio con cui si è giocato. Per i giocatori è un ulteriore responsabilità ma questi sono i nostri ultrà, cioè sono tifosi del Palermo veri e autentici. Quando andiamo a giocare in trasferta è straordinario perché ci accolgono tanti siciliani che vivono in questo caso al nord Italia. Magari quando andremo in Australia capiterà lo stesso con chi abita in Australia e che vive il Palermo come un valore sociale, un valore storico e un’appartenenza. La partecipazione al territorio prescinde dalla partita. Comunità creano comunità, stanno insieme, mangiano insieme, si raccontano».D. Quando avete fatto una partita anni fa di ricorrenza tutti i campioni sono scesi a Palermo, come Toni, Ilicic, Miccoli e tanti altri.R. «Mio zio Renzo mi insegnava che negli anni ’70 faceva fatica a convincere i giocatori a venire a Palermo. Piangevano per venire, erano obbligati, poi quando andavano via piangevano di nuovo perché non ci volevano lasciare. Pastore l’altro giorno mi diceva che Palermo per lui è stata l’esperienza più bella. Poi per carità, Parigi e Roma sono state quelle più prestigiose, però Palermo gli è rimasta nel cuore. Abbiamo citato Ilicic, sette anni fa giocava ancora nell’Atalanta e chiese espressamente l’autorizzazione per venire a giocare questa partita assumendosi tutte le responsabilità».D. Atalanta che era allenata da Gasperini, un altro ex rosanero.R. «Gasperini me lo ricordo quando giocava con mio zio Presidente. C’è un legame fortissimo perché ti attacchi affettivamente all’isola siciliana. Chiudo dicendo che i risultati sono casuali, quelli del campo. Noi lavoriamo per non renderli casuali. Però quello che dico ai tifosi è che naturalmente, qualunque sarà l’evoluzione di questo campionato, noi non ci arrenderemo mai».D. E poi lei diceva in precedenza che nel lungo periodo il risultato del campo riflette sempre quello della società dietro la scrivania.R. «È una cosa che ho imparato in questi anni».