Quarant’anni fa l’Italia si collegò per la prima volta a Internet: la storia dei ricercatori che cambiarono il Paese in silenzio

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Il 30 aprile 1986 non è una data qualsiasi. È una divisione netta tra un prima e un dopo. Quel giorno, in un laboratorio del CNUCE – Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico di Pisa, qualcuno preme un pulsante. Non è un gesto spettacolare, non ci sono applausi né dirette televisive, ma da quel momento l’Italia entra nella rete globale. È la prima connessione italiana a Internet, un esperimento tecnico che in realtà rappresenta un passaggio di epoca. A premere fisicamente quel pulsante è stato Antonio Blasco Bonito, uno di quegli uomini che fanno la storia senza finire nei libri, con il quale abbiamo ripercorso quegli istanti in una puntata di Futurare, la rubrica dedicata alla cultura dell’innovazione disponibile sul canale YouTube de ilfattoquotidiano.it.Il momento in cui tutto cambiaOgni rivoluzione ha un momento preciso in cui il mondo smette di essere quello di prima e il 30 aprile 1986 è quel punto. Da lì in poi, tutto ciò che esisteva prima comincia lentamente a invecchiare: le lettere diventano email, le enciclopedie diventano motori di ricerca, le distanze diventano irrilevanti. È come voltare pagina in un libro: quello che hai letto fino a quel momento non sparisce, ma diventa immediatamente passato. Eppure, mentre in Italia si accendeva la scintilla della rete, il mondo guardava altrove.Il rumore che copre la storiaPochi giorni prima, il 26 aprile 1986, esplode il reattore numero 4 della centrale nucleare di Cernobyl. È una tragedia globale, fatta di paura, morte e radiazioni invisibili e le televisioni, i giornali, l’opinione pubblica sono completamente assorbiti da quell’evento. Così, mentre una catastrofe segna il presente, una rivoluzione costruisce il futuro senza titoli in prima pagina e senza consapevolezza.I nomi dietro l’inizioDietro quel clic non c’è un uomo solo ma una squadra di ricercatori italiani che oggi pochi ricordano e a cui dobbiamo molto più di quanto immaginiamo. Accanto ad Antonio Blasco Bonito lavorano pionieri come Stefano Trumpy e Luciano Lenzini, protagonisti del primo collegamento con la rete americana che porta l’Italia dentro una trasformazione destinata a cambiare economia, politica, informazione e relazioni sociali. Non influencer, non imprenditori da copertina, ma ricercatori che hanno creduto in questo progetto combattendo le numerose diffidenze dell’epoca.Il genio invisibileQuesta è forse la parte più scomoda della storia: il futuro nasce spesso nei luoghi che non guardiamo, nei laboratori pubblici, nei centri di ricerca, nelle università, spazi in cui il tempo non è quello dei social ma quello delle idee. Ancora oggi in Italia esiste un patrimonio straordinario di competenze che resta invisibile, fatto di persone che lavorano su intelligenza artificiale, biotecnologie, nuovi materiali, medicina avanzata, persone che stanno già costruendo il prossimo “30 aprile” mentre noi siamo distratti da altro. Il problema non è la mancanza di talento, ma la nostra incapacità di riconoscerlo, raccontarlo e sostenerlo.Una rivoluzione che non è finitaQuella connessione del 1986 non è un evento chiuso, è un processo ancora in corso. Viviamo dentro le sue conseguenze ogni giorno, nel modo in cui lavoriamo, comunichiamo, ci informiamo, votiamo, amiamo, con tutti i suoi benefici — accesso, velocità, opportunità — e con tutte le sue distorsioni — manipolazione, dipendenza, polarizzazione.Dire grazie, davveroOgni tanto però serve fermarsi e riconoscere i passaggi che ci hanno portato fin qui. Dire grazie a quel gruppo di ricercatori del CNR e a quelli che come loro ci aiutano a guardare il futuro senza paure, non è retorica, è consapevolezza, perché senza di loro, oggi, saremmo ancora dall’altra parte della pagina. E forse il modo migliore per onorarli non è ricordarli una volta all’anno, ma iniziare finalmente a prendere sul serio chi oggi sta costruendo il futuro nello stesso silenzio di allora.L'articolo Quarant’anni fa l’Italia si collegò per la prima volta a Internet: la storia dei ricercatori che cambiarono il Paese in silenzio proviene da Il Fatto Quotidiano.